Perché il killer delle moschee in Nuova Zelanda cita (anche) Luca Traini

Il nome di Traini è in qualche modo accostato alla strage di Christchurch perché lo stesso autore della strage in nuova Zelanda ne ha scritto il nome, insieme ad altri personaggi a cui si è ispirato, su uno dei caricatori dei mitragliatori che aveva con sé. Un anno fa sparò per strada contro gli extracomunitari, ma oggi si dissocia dall'attacco di Brenton Tarrant 

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HO / ITALIAN CARABINIERI PRESS OFFICE / AFP 
Sparatoria Macerata - Luca Traini  (Afp)

Luca Traini si dissocerà dall'accostamento del suo nome con la strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, dove in due attentati in moschee sono state uccise decine di persone, bilancio provvisorio 49 morti e numerosi feriti. Lo dichiara a Radio 24 l'avvocato Gianluca Giulianelli, il difensore del giovane maceratese che il 3 febbraio 2018 compì un raid nelle strade del capoluogo marchigiano ferendo a colpi di pistola sei persone di colore, tutte immigrate africane, in una sorta di vendetta contro i pusher e per reazione alla raccapricciante morte di Pamela Mastropietro, drogata, uccisa e fatta a pezzi, delitto che vede imputato a Macerata un nigeriano, Innocent Oseghale.

Il nome di Traini è in qualche modo accostato alla strage di Christchurch perché lo stesso autore della strage in nuova Zelanda ne ha scritto il nome, insieme ad altri personaggi a cui si è ispirato, su uno dei caricatori dei mitragliatori che aveva con sé.

"Traini si dissocia dal suo accostamento alla strage. Da tempo ha maturato pentimento per il gesto di Macerata", ha dichiarato l'avvocato Giulianelli, aggiungendo che quanto accaduto "è una cosa che lascia senza parole. Non ho ancora avuto modo di parlare con Traini, ma l'ho sentito ieri sera per telefono. Luca sicuramente si dissocia da questa cosa, poca importa che nel suo caso non ci fosse nessun riferimento religioso, ma sicuramente lui condannerà il suo accostamento a questa strage, perché è da tempo che ha maturato forte pentimento per il gesto che aveva fatto a Macerata".

La mattina del 3 febbraio del 2017, un sabato, Macerata - già scossa dallo scempio di cui Pamela era stata vittima dopo essere fuggita da un centro di recupero per tossicodipendenti - venne sconvolta da un raid contro stranieri.

Era quello compiuto appunto da Traini, che armato di pistola si era spostato in auto da un punto al'altro della città ed aveva fatto fuoco a caso, prendendo di mira però solo persone di colore. E a fine raid, prima di consegnarsi docilmente e avvolto nel tricolore italiano ai carabinieri e alla polizia che gli davano la caccia si era fermato davanti al monumento ai caduti e fatto il saluto fascista.

Processato con l'accusa di strage aggravata dall'odio razziale e porto abusivo di arma, è stato giudicato con rito abbreviato e condannato a 12 anni di reclusione, come la procura aveva chiesto, e in più a tre mesi di libertà vigilata e dovrà risarcire le parti civili con somme da quantificare in sede civile.

Nel corso del processo, ai giudici della corte d'assise maceratese ha detto: "Scusate, ho sbagliato" e leggendo frasi scritte su fogli aveva anche detto di non provare alcun odio razziale, "volevo fare giustizia contro pusher per il bombardamento di notizie sullo spaccio diffuso anche a causa dell'immigrazione: anche la mia ex fidanzata assumeva sostanze. In carcere ho maturato una nuova cognizione dei fatti".

A scatenarlo era stata la "cessione di eroina da parte di nigeriani a Pamela", oltre a notizie relative - ha riferito - a "violenze su bambini e su donne", notizie che avevano finito con il provocargli "un tumulto interiore". Da cui si originò la decisione di sparare in strada, compiere il raid. La difesa ha parlato di personalità borderline, Traini "soffre di disturbi di personalità", e ha preannunciato ricorso contro la sentenza di condanna di primo grado. Per l'accusa invece il raid fu opera - come aveva scritto il perito incaricato di delineare la personalità dell'imputato - di "un gesto organizzato compiuto da una persona capace di intendere e di volere, legato ad uno stato emotivo e passionale".

Nelle sue dichiarazioni in aula, Traini ha però negato di essere "matto o borderline. Il mio gesto non è collegato al colore della pelle: un poco di buono può essere sia bianco sia nero". Ringraziando anche "giudici e forze dell'ordine che stanno riportando la situazione alla normalità", e sottolineando di aver agito a causa del "clima che si era creato con il 'bombardamento' di notizie sullo spaccio in città" e per "fare giustizia" anche per l'ex fidanzata che assumeva stupefacenti.

Finito il processo, come è solito avvenire, anche la figura di Traini è entrata come in una sorta di oblio mediatico. Ci ha pensato il suprematista neozelandese a riportarla d'attualità.



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