La paura del terremoto ci mostra la debolezza dell'essere umani e ci avvicina a Dio

Il Papa a Camerino una settimana fa era stato pastore perché era stato debole. I pastori, da soli, sono sempre più deboli dei lupi. Un uomo con un vincastro non può molto contro un branco di lupi. Ma un pastore diventa più forte del lupo se sta con le pecore. Perché allora ci sono anche gli altri cani, e ci sono altri pastori. E l’unione, se è quella delle nostre debolezze, delle nostre polveri unite, fa la forza.

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Vincenzo PINTO / AFP
Papa Francesco a Camerino

Alle ore 22.43 di domenica tutti gli abitanti di Roma hanno avvertito delle scosse sismiche il cui epicentro, era vicino a a meno di 20 chilometri dalla Capitale, a una profondità di 9 chilometri. Questa mattina poi abbiamo verificato che si è avvertita molto forte anche a San Pietro, e anche lì non ci sarebbero danni.

Il Papa è stato recentemente a Camerino e quella visita ad un terremoto di due anni fa aveva riaperto vecchie ferite non rimarginate. Quando un prete parla, le sue parole devono entrare nella vita di chi le ascolta non solo dalle orecchie ma anche dal cuore. E quando si parla di terremoti bisogna che le parole ti tremino in gola e l'unico modo è che anche a te la terra tremi sotto i piedi, per questo Francesco aveva voluto andare nei luoghi del terremoto e non solo parlarne dal Vaticano.

Una delle immagini più famose di Papa Francesco, quella del pastore con la puzza delle pecore, è efficace e vera perché si dimostra non un’immagine astratta ma una foto: e anche quando è andato a Camerino si è visto che l’unico modo di avere la stessa puzza è stare nella medesima polvere. È la polvere condivisa che ti dà diritto ad aprire la bocca o ti obbliga a tacere. A volte guardare e pregare in silenzio è la miglior preghiera perché il silenzio, il non saper cosa dire perché non ci sono le parole, è un bellissimo discorso. Stare in silenzio e dire le parole del tacere, pronuncia parole che a volte sono la miglior omelia a cielo aperto.

Il terremoto del Centro Italia è stato, molto fortemente, anche un terremoto romano. Perché ad Amatrice, per motivi storici, abitavano moltissimi romani. Dopo il terremoto di Amatrice ci sono stati almeno un'ottantina di funerali romani, uno anche nella mia parrocchia. Funerali senza autorità e senza telecamere. Potrei fare nomi cognomi di gente che, a Roma, vive ancora col terremoto dentro e che ieri sera è scattata in piedi come una molla perché l’altra volta si era salvata grazie a quel "colpo di vento" che pare preceda le scosse più forti: quello che ti sveglia, ti butta giù dal letto (perché i terremoti, per qualche motivo misterioso, arrivano sempre quando si è a letto: non c'è nessun motivo geologico ma accade sempre così, anche ieri erano le 22.43 mica le 13.30 ...), e ti ritrovi in strada col pigiama e il libro che stavi finendo di leggere.

Quando si celebrano i funerali dei defunti a causa del terremoto sono funerali nei quali è meglio stare zitti. Il silenzio è la parola giusta perché è il discorso del non sapere. Del pregare e dello scavare. Dell’abbracciare. Del provare a rivivere. Le uniche parole che uomini e donne sporchi di polvere possono ascoltare dopo un terremoto sono quelle che vengono da un uomo che si vuole sporcare della medesima polvere. Il silenzio è la parola di un uomo che non ha tutte le risposte perché con il dolore bisogna andarci piano a dare le risposte. Il dolore è tagliente, va maneggiato con estrema cura.

Soprattutto, se non sei sporco di polvere, bisogna stare attenti, molto attenti, a metterci in mezzo Dio perché le risposte che dai con la bocca quando parli, non ti riportano in vita i morti e non ti cancellano il terremoto e allora chi ti parla di Dio, ma non ha addosso la polvere, inevitabilmente ti porta un Dio senza polvere, lontano, che poteva intervenire e non ha fatto nulla.

Il Papa a Camerino una settimana fa era stato pastore perché era stato debole. I pastori, da soli, sono sempre più deboli dei lupi. Un uomo con un vincastro non può molto contro un branco di lupi. Ma un pastore diventa più forte del lupo se sta con le pecore. Perché allora ci sono anche gli altri cani, e ci sono altri pastori. E l’unione, se è quella delle nostre debolezze, delle nostre polveri unite, fa la forza. Un pastore con la polvere delle pecore può presentare l’angoscia della gente a Dio: così come si presenta un amico sofferente ad un amico medico. Da amico ad amico. Da affidare, da custodire, da guarire. Le parole non ci sono, ma il dolore sì. E allora che si fa? Dio, che si fa? Dammi la forza di essere debole.



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