La tentazione di credere alle svolte nel caso Orlandi

L'ennesima segnalazione sulla scomparsa di Emanuela non crea più nemmeno illusioni. Ma c'è una ragione per cui non bisogna smettere di crederci

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 Foto: Filippo Monteforte / AFP
 Emanuela Orlandi

All'idea di una nuova svolta si deve credere, ma non si deve cedere. Sono coetaneo di Emanuela Orlandi e come tutti quelli che all'epoca della sua scomparsa avevano 15 anni fui molto impressionato da una vicenda che da subito apparve intricata e avvolta nelle nebbie dei depistaggi.

Per un Paese come l'Italia, quello della Orlandi è il 'giallo dei gialli'. Eppure quello stesso popolo che si è appassionato a storie torbide come la morte di Wilma Montesi o a delitti brutali come quello di Simonetta Cesaroni ha seguito 36 anni di colpi di scena (finti) e svolte (mancate) con un atteggiamento diverso, meno morboso. 

Gli ingredienti per una storia che più torbida non si può ci sono tutti, però proprio il fatto che di mezzo ci fossero una ragazzina di appena 15 anni e il Vaticano - una di quelle cose sulle quali in Italia si può scherzare, ma fino a un certo punto - ha arginato la portata di certe speculazioni prive di qualunque sostegno, come il fatto che Emanuela fosse l'amante di questo o di quel prelato o che si fosse ritirata in un convento per espiare chissà cosa. 

Questo non ha impedito a magistrati imprudenti di seguire ventre a terra piste sballate come quello del complotto bulgaro per ottenere la liberazione di Alì Agca. Personalmente mi sono appassionato all'ipotesi - mai del tutto smontata dalle inchieste - che ci fosse lo zampino della Banda della Magliana dietro la scomparsa di Emanuela. La ricostruzione del contesto che era alla base del romanzo che ne ho tratto era sicuramente più intrigante che probante, ma era per l'appunto questo: fiction. 

Il racconto di Sabrina Minardi, secondo cui la ragazzina era morta durante il sequestro ed era stata sepolta nelle fondamenta di una palazzina di Torvanianica fu presentato anche all'epoca come una svolta, ma era così sdrucciolevole e insidiosa che non poteva che portare fuori strada a meno di clamorose sorprese, come quella che diligentemente (e invano) i magistrati cercarono nella tomba del boss della mala Renatino De Pedis in quel di Sant'Apollinare, luogo in cui tumulare un criminale non era proprio l'ideale.

E come una svolta fu presentato, molto più di recente, il ritrovamento di alcune ossa nella sede della Nunziatura vaticana, salvo poi scoprire che erano talmente vecchie da anticipare di quasi un secolo la scomparsa della Orlandi.

Svolte e rivelazioni che non fanno sobbalzare più nessuno, forse nemmeno il pubblico dei programmi verità del pomeriggio, e pure hanno una funzione: allontanare come con piccoli calci poco accorti quell'oblio verso il quale a più d'uno farebbe comodo far scivolare l'intera vicenda.

Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, è il più stanco di sentir parlare di svolte, tanto che quando ha saputo della inchiesta aperta in Vaticano per far luce sull'ennesima segnalazione, non ha voluto nemmeno usare quella parola. Ha parlato piuttosto di verità e giustizia, le uniche cose che ormai importano in questa faccenda. Perché quella lettera anonima con la foto di una tomba e il messaggio "Cercate dove indica l'angelo" ricevuto l'estate scorsa suona vago e illusorio come le tante suggestioni che si sono susseguite negli anni.

Con ogni probabilità l'istanza presentata a inizio marzo al Segretario di Stato vaticano per avere informazioni riguardo a una tomba del cimitero teutonico all'interno della Santa Sede non porterà a niente, ma sarà un altro di quei piccoli calci. Che, per l'appunto perché piccoli, sono i più fastidiosi e prima o poi porteranno qualcuno ad averne abbastanza e a tirar fuori l'unico, vero fascicolo che conta. Quello che può portare verità e giustizia. 

@ugobarbara



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