La 'fatwa' di Bankitalia su Bitcoin: "È una scommessa. Conoscerlo per evitarlo"

"Chi ci va a fare la spesa rischia di morire di fame". In un'intervista a La Stampa il numero tre di via Nazionale Panetta parla di fintech e rischio Bitcoin. In Egitto invece è fatwa vera 

La 'fatwa' di Bankitalia su Bitcoin: "È una scommessa. Conoscerlo per evitarlo"
 (Afp)
 Bitcoin
 

È sorprendente quanto Bitcoin sia diventato mainstream nell'ultimo anno. E non basta leggere le notizie, di per sé curiose, di aziende che inseriscono 'Blockchain' nella loro ragione sociale per vedere schizzare il loro prezzo in Borsa, come il caso delle limonate e dell'incubatore

Ci sono almeno due notizie degne di nota oggi che riguardano Bitcoin. Legate da un filo comune più simbolico che reale. Due 'fatwe' se vogliamo, da scranni diversi. 

La prima riguarda il numero tre di Bankitalia, Fabio Panetta, che intervistato da La Stampa oggi in edicola spiega che Bitcoin sono "una scommessa, non una moneta", e ancora più diretto: "chi va a fare la spesa con il Bitcoin rischia di morire di fame".

Bankitalia: "Bitcoin, se lo conosci lo eviti"

In una lunga intervista che riguarda il fintech (financial tecnology) in generale, con il rischio per le banche che non sanno innovare di doversi trovare prima o poi a fare i conti con Amazon ("se chiede di operare come una banca, che fai gli dici di no?") e su scenari del futuro prossimo dove o le banche diventano innovative e comprano le startup del fintech o le startup del fintech compreranno loro, Panetta parla anche di Bitcoin come "un contratto che si scambia nella convinzione che possa valere di più in futuro. È un contratto altamente speculativo. La sua volatilità lo rende simile a una scommessa".

Il Bitcoin, insiste Panetta, "non è unità di conto, non è riserva di valore. Non ci si può comprare il pane, nessuno ci fa il bilancio. E non ha valore di uso come gli immobili. Soprattutto, Bitcoin non ha uno Stato dietro". E infine: "Occorre informare, perché forse 'se lo conosci lo eviti'".

Poi c'è la fatwa vera. ovvero un edito islamico non vincolante, che ne vieta il possesso o l'acquisto, a causa della sua natura speculativa e considerando che può facilitare il finanziamento del terrorismo. Lo hanno deciso le autorità religiose dell'Egitto, così come è già successo in Turchia.

E Maometto dice: "Chi inganna non è uno di noi". La fatwa egiziana

La fatwa, emessa dal Mufti Shauqui Alam, la più alta autorità religiosa del paese, identifica la criptovaluta popolare con le scommesse, anch'essa vietata dalla legge islamica, a causa dell'elevata volatilità del suo prezzo. Per prendere una sua decisione, il mufti si è consultato con degli economisti, arrivando alla conclusione che il Bitcoin comporta un "alto rischio" per gli individui e per lo Stato e può causare "danni finanziari diretti" a persone e istituzioni che già utilizzano le monete circolanti.

La fatwa ritiene inoltre che il Bitcoin "faciliti" il finanziamento del terrorismo e il traffico di armi e droga a causa della difficoltà del suo controllo. L'autorità religiosa ha sostenuto che la sua decisione si poggia su un detto del profeta Maometto, che dice "Chi ci inganna non è uno di noi". Bitcoin sarebbe ingannevole, come lo è per il numero tre di Bankitalia, a pensarci. 

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