Anche sullo smartphone in classe vale il motto di Jeff Bezos?

Continuiamo a ricevere commenti e post sull'utilizzo dello smartphone come strumento didattico. La riflessione di un linguista che cita il fondatore di Amazon 

Anche sullo smartphone in classe vale il motto di Jeff Bezos?

Come previsto, il tema 'smartphone sì, smartphone no' usato come strumento didattico in classe è diventato subito popolare. Se ne discute nelle aule in questi primi giorni del nuovo anno scolastico, in famiglia, tra esperti. L'annuncio della ministra Valeria Fedeli di aver incaricato una commissione tecnica per redigere le linee guida per l'utilizzo dei device nelle scuole ha suscitato reazioni e commenti diversi, soprattutto in rete il dibattito è molto acceso. La settimana scorsa abbiamo pubblicato alcuni contributi, altri usciranno presto su Agi.it. Quella che segue è una riflessione di Matteo Boero, linguista e consulente editoriale. 

 

Da padre di un quattordicenne affetto da digitazione compulsiva, prima di scrivere questo articolo ci ho pensato due volte.

La prima è stata quando, leggendo il post di Riccardo Luna, sono stato pervaso da sincera empatia: quello del padre in perenne lotta col figlio succube dello smartphone è un vero e proprio leitmotiv dei nostri giorni. Non sono d’accordo con tutto quello che scrive Riccardo: da addetto ai lavori (mi occupo di didattica digitale ormai da quasi dieci anni), posso dire dati alla mano che avere un pc in ogni banco non solo è un’ipotesi utopistica in un paese come l’Italia, ma probabilmente, ammesso di realizzarla, non sarebbe neppure una soluzione efficace.

Non c'entra la disponibilità di Pc o tablet

Dai tempi della riforma Profumo e poi del decreto Carrozza, oggi non c’è praticamente libro scolastico che non venga pubblicato col suo bel corredo di ebook ed espansioni digitali, ma se andiamo a vedere quanti ragazzi scaricano questi materiali e ancor più quanti, dopo averli scaricati, li usano davvero, scopriamo delle percentuali semplicemente ridicole (non si arriva neppure al 3% degli aventi diritto). Il motivo è semplice, e gli editori in cuor loro, così come i docenti e i ragazzi, lo sanno benissimo: c’entra poco la disponibilità dei pc, che sono pochi ma non pochissimi, almeno a livello di scuola secondaria; c’entra assai più il fatto che un prodotto nato e concepito per essere usato su carta, trasposto in formato digitale, non funziona; così come non funzionerebbero un sito web o un’app trasposti su carta. Un conto è leggere un libro di narrativa o di saggistica su un e-reader, un altro studiare un manuale scolastico su uno schermo. Per quanto ricco di materiali video, esercizi interattivi e quant’altro, un ebook di scolastica mantiene un’ergonomia nata per una fruizione analogica con penna, matita, evidenziatore; un uso che i vari reader di ebook per la scuola tentano di surrogare senza porsi il vero problema di chi li fruisce: l’attenzione.

Anche sullo smartphone in classe vale il motto di Jeff Bezos?
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Qual è la didattica giusta per lo smartphone?

E qui veniamo al secondo pensiero che mi ha attraversato dopo aver letto, pochi giorni dopo, l’articolo di Mimmo Aprile in replica al post di Riccardo. Il virtuoso docente brindisino usa già proficuamente lo smartphone con i suoi ragazzi, insegnando loro a sviluppare app, e fa alcune precisazioni riassumibili in un assunto di buon senso: lo smartphone è uno strumento; se riesce utile o dannoso, dipende da come lo usi.

Rileggendo l’articolo di Aprile, mi pare che il vero assunto alla base della sua esperienza resti ancora implicito, inespresso. Per averci riflettuto a lungo per ovvie ragioni professionali (io e il mio team lavoriamo quotidianamente a contatto con centinaia di liceali), il vero punto sull’uso degli smartphone in classe a mio avviso è questo: se cambi supporto, devi cambiare anche la logica dei contenuti che esso veicola, altrimenti rischi di sortirne l’effetto opposto. Detto altrimenti: se vogliamo usare gli smartphone nella didattica, bisogna prima capire qual è la didattica che possiamo fare con uno smartphone.

Competenze e conoscenze

Da questo punto di vista, ho accolto con piacere l’iniziativa della Ministra di incaricare una commissione di studio per osservare le più virtuose pratiche d’uso dello smartphone in classe, perché credo che non ci sia altra strada se non lo studio del fenomeno. Ben vengano infatti i rudimenti di coding che aiutano i ragazzi a fare delle app, ma se a scuola ai miei tempi avessi imparato a fare app e non i contenuti da metterci dentro, oggi dentro le mie app ci sarebbe un bel vuoto pneumatico. La vera bufala della scuola delle competenze, per non usare espressioni fantozziane, è pensare che esistano delle competenze che prescindono dalle conoscenze. Avendo a disposizione miliardi di informazioni a portata di un click, ci si illude (invero sempre meno), che basti guidare i ragazzi a usarle correttamente per dare loro un’istruzione. Non è così. L’istruzione è anche e soprattutto fatica, energia spesa nel corpo a corpo con la conoscenza.

Se il principio che guida ogni studente è in fondo un semplice principio di economia del tempo, l’errore grossolano è credere che un video in 3D possa restare più impresso di uno schizzo a mano fatto di proprio pugno. Le ricerche su Internet 'copiaincollate' da Wikipedia non hanno alcun valore di ricerca non perché Wikipedia non sia per larghe aree sostanzialmente attendibile, ma perché la memorabilità di un ricerca è direttamente proporzionale all’energia che ci spendi dentro. Si crede che il digitale a scuola amplifichi, espanda il nostro punto di vista sulla natura delle cose; vivendo di editoria scolastica digitale, io non lo credo affatto: può appiattirlo, livellarlo; se somministrato a forti dosi in tenera età probabilmente è persino in grado di vanificare del tutto la formazione, di un punto di vista.

Misuriamo i risultati

Ben venga dunque l’indagine ministeriale degli esperti sulle pratiche virtuose dello smartphone in classe, a patto che non sortisca l’ennesima collezione di esperienze individuali della serie “io lo uso così”, irrelate dai risultati concreti, cioè pubblici e misurati.

Non dico che una collezione siffatta sarebbe del tutto inutile: far circolare e sperimentare nuove pratiche è una prassi poco diffusa che sicuramente potrebbe sortire dei confronti costruttivi a livello nazionale. Dico che per sdoganare un uso virtuoso a livello ministeriale, prima bisognerebbe sapere come misurarne la virtù. Questo è l’auspicio che rivolgo ai tecnici della ministra, ed è su questo punto che penso che occorra, nella didattica digitale, la stessa rivoluzione copernicana che ha investito altri settori del digitale nel mondo: il data mining, cioè un approccio al fenomeno incentrato sui dati.

La nostra esperienza con Alatin

Tre anni fa, dopo aver lavorato quasi un lustro sul digitale con editori, fondazioni e istituzioni, io e il mio team (www.cloudschooling.it) abbiamo iniziato a sperimentare con le classi un approccio alla didattica del latino imperniato sull’apprendimento per padronanza: passi all’argomento successivo solo se dimostri una padronanza sufficiente in quello precedente. Si chiama Alatin: www.alatin.it. Gli smartphone, così come gli altri device (pc o tablet), ci permettevano una tracciabilità dei dati impensabile con qualsiasi altro strumento di verifica. Non abbiamo scelto questa via perché aumentava il livello di attrazione in classe o a casa; chi insegna sa benissimo che dopo un iniziale effetto “wow”, gli studenti prendono i nuovi metodi per quello che sono: un tentativo di far passare loro in forma diversa i medesimi contenuti cognitivi, con tutta la resistenza del caso. L’abbiamo scelta perché lo smartphone era in assoluto il device più diffuso tra i ragazzi, con una penetrazione che alle superiori superava il 90%, e consentiva ai docenti un controllo sull’attività in classe e a casa pervasivo, dando al tempo stesso allo studente una grande libertà individuale: se ti concentri di più, se sbagli di meno, finisci prima, altrimenti continui a esercitarti e a lavorare.

Un lavoro di due anni per arrivare a dire: funziona!

Non tutti l’hanno presa bene; non ha funzionato in tutte le classi. Il numero di docenti che ci hanno detto «i miei studenti si rifiutano» è stato notevole (ed è piuttosto allarmante, se preso a misura del deficit di autorevolezza che ha subito da noi questa figura cruciale per ogni società). Ma solo nell’ultimo anno Alatin è cresciuto, come utenza, dell’80%, e come uso addirittura del 200%, triplicando di fatto le sessioni di lavoro mensili, che oggi toccano quota 40.000. Non possiamo ancora dire con certezza assoluta: funziona. Ci manca ancora un adeguato numero di classi campione, cioè casi in cui uno stesso docente gestisce due classi: una con, l’altra senza Alatin; ma dai dati a nostre mani chi lo usa con assiduità impara a fare meno errori, impara a governare meglio l’analisi e la traduzione di una frase; insomma, impara meglio la logica formidabile che sta dietro alla lingua latina.

Ci siamo affidati ad un assunto di Jeff Bezos

Dietro questa crescita c’è stato un lavoro di approssimazione, di sviluppo, di assistenza e soprattutto di misurazione quasi maniacale, esercizio per esercizio, frase per frase, studente per studente; un lavoro quotidiano di oltre due anni, di 20 persone tra autori, sviluppatori e revisori, centinaia di migliaia di euro di investimento, e non siamo neppure ancora arrivati a coprire tutto il sillabo della disciplina. Non abbiamo mai pensato che Alatin sostituisse il libro di carta. Ci siamo attenuti al principio che dovrebbe guidare ogni ricerca in ambito digitale: provi, misuri, modifichi e rimisuri. Talvolta abbiamo fallito: penso a quando, sulla spinta dei ragazzi, abbiamo dovuto abolire il meccanismo delle “vite” che assimilava Alatin più strettamente a un videogioco, cioè a qualcosa che sulla carta avrebbe dovuto attrarli di più.  Abbiamo corretto il tiro e riprovato, sempre cercando di ascoltare la nostra base, ma sempre tenendo conto, al tempo stesso, dei dati che andavamo incamerando sull’andamento dell’apprendimento dei ragazzi a livello nazionale, perché un singolo docente o una singola scuola, con tutto quello che comportano in termini di territorio, composizione sociale ecc., non sono indicativi a livello statistico. Ci siamo affidati a un assunto di Jeff Bezos (il fondatore di Amazon) che nella scuola può suonare ostico, ma a ben rifletterci non lo è, basti pensare a quanto importante sia nel campo, affine, della salute: "Quando si tratta di decisioni importanti, i dati battono sempre l’intuito".

 

 

 

 



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