La geopolitica degli Australian Open

La geopolitica degli Australian Open

Due giocatori russi, dur americani, un serbo e un greco. I quarti di finale del primo Slam stagionale sono uno specchio di quello che sta accadendo nel mondo. E non è la prima volta che il tennis diventa metafora della vita e della politica

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© Brenton EDWARDS / AFP - Rublev, Australian Open

AGI - I due quarti di finale dell'Australian Open che si giocheranno stanotte (Rublev-Djokovic e a seguire il derby Usa Shelton-Paul) più la semifinale già certa fra Karen Khachanov e Stefanos Tsitsipas sono una trasposizione tennistica quasi perfetta della geopolitica del momento: due americani (Shelton e Paul), due russi (Khachanov e Rublev), un serbo (Djokovic) e un greco (Tsitsipas) che funge da elemento esterno.

Russi e americani, i rappresentanti delle due forze che più o meno direttamente si fronteggiano ormai da quasi un anno sul terreno della crisi ucraina; un rappresentante della Serbia, paese tornato all'onore delle cronache per lo scontro al confine col Kosovo.

Il tennis da sempre rappresenta una metafora della vita e della politica. Anche se Karen Khachanov vive e si allena da tempo immemorabile nel sud della Spagna, spesso sul campo della Academy di Rafa Nadal a Maiorca e Andrej Rublev pure, ma al fianco di Fernando Vicente.

Dei due russo-europei Andrej è stato il più esplicito un anno fa nello schierarsi a favore della pace e quindi, seppure non direttamente, contro l'aggressione russa all'Ucraina. Djokovic invece la politica l'ha sempre lasciata fuori dalla porta ma è sempre stata la politica a trovare lui: come quando si fece fotografare a pranzo con un ex militare condannato per l'eccidio di Sebrenica.

E pure gli americani non sono ragazzi che vivono in un mondo a parte: Tommy Paul è molto vicino alle tematiche antirazziste e ha preso parte (con Reilly Opelka, assente a Melbourne per infortunio) ad una manifestazione a Los Angeles a favore dei diritti degli afroamericani.

Sul campo sarà il caso di guardare con maggiore attenzione al più sensibile del gruppo, quell'Andrej Rublev che ha vinto il suo ottavo di finale contro il pestifero Holger Rune grazie ad un soffio del destino: una palla che nel match point, come nell'omonimo film di Woody Allen ha cozzato contro il nastro prima di ricadere, imprendibile, nel campo avversario.

Rublev non ha fatto mistero, sul finire dell'anno scorso, di avere iniziato una terapia con uno psicologo per superare i nemici tremendi che fino ad oggi gli hanno impedito di raggiungere quei successi che il livello del suo tennis gli avrebbe invece consentito: l'ansia rabbia in campo e la depressione.

I risultati sono già visibili anche se dopo il confronto durissimo con Rune ha palesato un deficit di autostima commentando con una certa rassegnazione, nell'intervista post match a bordo campo, l'esito del suo quarto di finale contro Djokovic (i precedenti parlano di due vittorie a uno per il serbo).

Tra l'altro, con una discreta gaffe verso il pubblico, visto che Nole doveva ancora scendere in campo contro l'australiano de Minaur. I numeri dicono che Rublev ha tutto per conquistare uno Slam, prima o poi. Anche se, in questo caso, il contendente più accreditato del grande serbo è Tsitsipas.

E che alla fine a vincere il primo Slam dell'anno fosse un rappresentante di un Paese, la Grecia, che ha elaborato nella sua storia i fondamenti stessi del vivere comune sarebbe un bellissimo segnale. Per il tennis e per il mondo.