Alcaraz batte Nadal, non è solo la prima vittoria ma un rito di passaggio  

Alcaraz batte Nadal, non è solo la prima vittoria ma un rito di passaggio  

Vincendo con il “maestro spagnolo”, il tennista diciannovenne è pronto a diventare il numero uno, e non solo della Spagna

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© OSCAR DEL POZO / AFP 
- Rafael Nadal e Carlos Alcaraz 

AGI - Due palle corte, ma corte tanto, una di rovescio e una di dritto. Un serve&volley. Un passante assurdo sul match point. Questi i quattro colpi, spettacolari e al contempo letali, con cui Carlos Alcaraz ha giocato il game che lo ha portato a battere Nadal nei quarti a Madrid. Non era mai successo prima.

A 19 anni Alcaraz ha intrapreso il rito di passaggio che lo ha consegnato di fatto al ruolo di futuro numero 1 del tennis spagnolo e, giusto un po’ di tempo dopo, a quello di numero 1 del mondo.

Sacramento della Comunione, bar mitzvah, servizio militare, esame di maturità, discussione della tesi di laurea: i riti di passaggio non vanno più di moda ai tempi nostri ma non sono pochi i sociologi che sostengono come quei “ passaggi”, o almeno alcuni, siano ancora oggi fondamentali per scadenzare la crescita della persona. Figuriamoci per un tennista.

Pur al termine di un match “ strano” interrotto da una caduta di Carlos (che gli ha procurato danni alla caviglia e al pollice della mano destra) e da uno stop di nove minuti necessari per soccorrere una spettatrice che si era sentita male, il diciannovenne murciano ha compiuto ieri il vero passo che gli serviva per diventare grande.

Quasi mai nella storia del tennis un giovane aspirante re ha dovuto e potuto approfittare della possibilità di battere direttamente il sovrano di prima che però fosse un connazionale e che, soprattutto, fosse stato potente come Nadal.

Per dire: lo svedese Wilander che poi avrebbe conquistato otto titoli dello Slam, giocò sì contro il connazionale Bjorn Borg, poco prima del primo ritiro di questi, a Ginevra nell’81.

Però Mats era un ragazzino, Bjorn era sempre Bjorn e gli lasciò due game. Non la stessa cosa.

Alcaraz ha ieri ricevuto da Rafa l’abbraccio di chi consegna le chiavi del castello, del cavaliere crociato che, nel terzo film della saga di Indiana Jones, lo assiste  nella scelta della Graal, della coppa che contenne il sangue di Cristo.

Certo: il Rafa di queste settimane, reduce dall’infortunio alla costole, non è quello che ha vinto a Melbourne, tanto per restare all’anno in corso.

Questo Rafa ha nel 14° titolo a Roland Garros (e 22° dello Slam) il suo obiettivo stagionale, probabilmente l’unico.

Tutto ciò che viene prima (Roma compresa) è una preparazione a quel tentativo. Ma il significato di quanto successo ieri resta: Carlos Alcaraz, oltre che essere il leader della generazione degli ultra-next-gen (Rune, Musetti, Sinner, Draper, Lehecka) che rischia di offuscare molto presto Zverev, Tsitsipas e soci, ha ricevuto ieri dal suo padre tennistico l’investitura che nessun altro avrebbe potuto concedergli.

È già virtualmente sette del mondo, in semifinale alla Caja Magica troverà Djokovic. Carlos Primero decisamente è, d’ora in poi, qualcosa di più di un cognac.