La nuova tecnologia del Melbourne Park

Fino all’anno scorso l’eclatante cappello si chiudeva in 20 minuti per riparare gli atleti da sole, pioggia e vento, da quest’anno ne impiegherà appena 5, nel quadro delle costanti, e costosissime ristrutturazioni

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Intanto, quello che si disputa dal 14 al 28 gennaio il è Major più vasto geograficamente, infatti non si accontenta della denominazione classica, Australian Open, ma la espande: The Grand Slam of Asia / Pacific. Perché Melbourne non è solo “down under”, dall’altra parte del mondo, come dicono loro, ma è la capitale di quell’immensa area oceanica, mentre le altre città del tennis, Parigi Londra e New York sono le capitali delle racchette ben più definite.

L’impianto sportivo di Melbourne Park spunta fuori all’improvviso dal 1988, traslocando dalla verde erba di Kooyong al cemento, dal servizio-volée al corri e tira da fondocampo, nel segno di una doppia rivoluzione culturale, tecnica, dai “gesti bianchi” dei maestri, ed architettonica, che prende le sembianze di una centrale aerospaziale, con tanto di astronavi, cupole d’acciaio, volte, strutture avveniristiche, ed è totalmente differente da qualsiasi altro teatro di giochi al mondo. 

Breve storia del Melbourne Park 

L’indirizzo del torneo è cambiato più volte, sin dal via, nel 1905, emigrando da stato a stato, fino a trovar casa a Melbourne nel 1972, per traslocare ancora, da Flinders a Melbourne Park, nel 1988. E’ mutata anche l’area che si affaccia sul fiume Yarra, raddoppiando nell’estensione, dai 6 agli 11.5 ettari, trasformandosi nel tempo in uno dei grandi poli d’attrazione della città, sempre brulicante di giovani, che luccica fino a notte fonda, anche per i richiami stagionali di gare di basket, partite di cricket e concerti musicali, fino ad ospitare 2.5 milioni di persone l’anno in 300 eventi.

Del resto, anche la superficie di gioco del torneo di tennis è mutata più volte, dal Rebound Ace, verde, al Plexicushion, blu, nella ricerca della miglior mescola di cemento gommoso per le particolari condizioni di caldo dell’estate che scala i 40 gradi, e brucia teste, pelle e piedi.

Il campo centrale, intitolato nel 2000 a Rod Laver, l’unico campione di questo sport - peraltro proprio australiano - capace di aggiudicarsi due volte i quattro maggiori tornei nello stesso anno (’62 e ’69), coi suoi 15 mila posti a sedere, ha fatto scuola nella storia degli stadi moderni, ed e nato direttamente con un tetto retrattile. Altra caratteristica avveniristica che gli altri Slam hanno copiato solo più avanti, nel tempo, con il Roland Garros che si sta adeguando solo adesso.

Un investimento per diminuire il tempo di chiusura del cappello 

Fino all’anno scorso l’eclatante cappello si chiudeva in 20 minuti per riparare gli atleti da sole, pioggia e vento, da quest’anno ne impiegherà appena 5, nel quadro delle costanti, e costosissime ristrutturazioni.

Che, sempre nel segno delle innovazioni più all’avanguardia, hanno garantito altri record al torneo: l’unico fra i teatri Majors con addirittura tre campi coperti - quello della Margareth Court Arena è un gioiello, con la sua chiusura a ventaglio), quello con più “show court” (extra i due principali), tre, con un quarto da 500 posti in via di definizione e “occhio elettronico” su tutti i 16 campi di gioco. 

Il business vale l’ultimo investimento da oltre 270 milioni di dollari. Per confermarsi lo Slam con più spettatori (l’anno scorso 743,667), che non si fa trovare spiazzato anche dalle modifiche regolamentari, come suggerisce il nuovo tie-break al quinto set, sul 6-6, ma a 10 punti.

F​arà confusione, così diverso dalle altre soluzioni al quinto set, a Wimbledon e Us Open? Forse, ma tutto fa spettacolo e novità, in Australia, ed equivale a gioventù. Identificandosi in un immenso paese che vive di musica, di computer, di pixel, di luci psichedeliche, di inseguimento alla modernità. Guardando costantemente al futuro. Per la felicità dei fotografi: la luce è talmente più chiara down under.

 



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