Per Rod Laver il colpo migliore di Federer è la smorzata. E a Parigi vincerà Nadal

A cinquant'anni dal titolo al Roland Garros nell'anno del suo secondo Grand Slam, Rod Laver apre la scatola dei racconti e racconta all'Agi il tennis di ieri e di oggi

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WILLIAM WEST / AFP
 Rod Laver (APF) 

Cinquanta anni fa, Rod Laver bissava il titolo del Roland Garros 1962 e si metteva in tasca una buona metà del suo secondo Grande Slam. Oggi apre il libro dei ricordi, da unico tennista che sia riuscito ad aggiudicarsi ben due volte i quattro maggiori tornei nello stesso anno. L’unico, dopo Don Budge, che ci riuscì, una volta, nel 1938. Coincidenza: è l’anno di nascita dello straordinario mancino australiano, esattamente il 9 agosto: Roger Federer è nato l’8 (del 1981).

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Foto: AFP 
Rod Laver (AFP)

“Rocket”, come ha fatto un australiano a vincere anche sulla terra rossa europea?

“Ricordo la mia prima volta a Parigi, nel 1956, avevo 17 anni, sfruttai la possibilità di viaggiare e venire in Europa. La nostra terra rossa australiana è diversa da questa e io, appena la palla si alzava abbastanza, la picchiavo con tutte le forze. No, non era giusto. È stato eccitante imparare a gestire questa superficie. Ci giocai per tre anni di fila, sei tornei l’anno, finché non capii come prenderla”

Lo Slam del ’69 vale ancora di più, pensando che, sulla terra rossa europea non giocava più da tempo.

“Fu più facile perché non avevo la pressione della prima volta come nel ’62, ma non giocavo a Parigi dal’63, quand’ero passato professionista”.

Quale sensazione provò dopo aver chiuso il Grande Slam nel 1962?

“Sentivo di aver realizzato qualcosa di fantastico, e nello stesso tempo mi dicevo che ero stato fortunato: avevo affrontato Emerson in tre finali su quattro. Al Roland Garros giocai tre volte cinque set dai quarti, salvai un match point contro Mulligan, e in finale ero sotto due a zero e poi 0-3 nel quarto. Pensavo spesso al 1956, al mio idolo Lew Hoad, che aveva vinto i primi tre Majors e perse in finale agli Us Open contro Ken Rosewall. Ecco cos’era il Grande Slam… Non bisogna pensarci, bisogna vincerli, uno alla volta, pensando che sono tutti importantissimi”.

Possibile che non abbia sentito la pressione nemmeno prima della finale degli Us Open ‘69? Era un passo dal secondo storico trionfo

“Negli ultimi tre giorni piovve molto, la semifinale contro Ashe fu interrotta e rinviata addirittura due giorni dopo. Ma il mio gioco era rimasto lo stesso. L’erba era scivolosa, molle, pericolosa, chiesi all’arbitro di mettere delle borchie sulle scarpe. Me lo lasciò fare. In finale, contro Tony Roche, avrei dovuto soffrire, contro un altro mancino, non avendo più giocato contro i mancini per cinque anni, da quand’ero passato professionista. Persi il primo set e mi dissi: “Non voglio essere sempre sotto 15-40, voglio essere io 40-15 sul suo servizio…”.

Oggi che farebbe Rod Laver per battere Nadal sulla terra di Parigi?

“Le racchette in grafite, dalla tomaia più grande di quelle, in legno, con le quali giocavo io, hanno cambiato il tennis: prima era fondamentale il timing, e quindi colpire bene la palla, con tutt’e due i piedi ben piantati sul terreno. Adesso i giocatori possono colpire più forte e con più effetti. Soprattutto, è aumentata enormemente la velocità”.

Djokovic sarà il primo ad aggiudicarsi il Grande Slam?

“Sono impressionato dalle sue capacità e dalla costanza, non s’accontenta di fare ace e volée, vince ogni punto dalla linea di fondo. Per ora, ha vinto solo gli Australian Open, ma per lui il più duro è il Roland Garros: se vince qui è davvero a buon punto. Però deve avere anche tanta fortuna, per nove mesi, dribblare gli infortuni e non incrociare nella giornata sbagliata qualcuno di questi giovani così forti e di talento, o ancora Nadal e Federer o Wawrinka”.

Djokovic gioca sullo stesso Chatrier dove giocava lei.

“Pazzesco, a me sembra più rapido, forse la base è più dura. Di certo,  è impressionante veder giocare così forte, non è di certo il gioco sulla terra che abbiamo conosciuto negli anni 60”.

Qual è il segreto di un campione come Laver e Djokovic?

“Bisogna amare il gioco con passione, bisogna essere pronti alla gara e conoscere bene il gioco. Bisogna essere sempre pronti e desiderosi di imparare. Io, ad esempio, non avevo il rovescio slice e per giocare sull’erba l’ho dovuto imparare. E per bene. Eppoi, mai dire: “Voglio vincere il torneo”. Ma bisogna pensare: “Voglio vincere il match”. E crescere di partita in partita, prendendo fiducia sempre più, salendo pian pianino di livello. Così, quando sei sotto pressione, reagisci. Anzi, io la pressione non la subivo: c’era, la sentivo, ma giocavo anche meglio”.

Quanti anni bisognerà aspettare per vedere altri campioni così determinati e dedicati?

“Non lo so, non riesco a guardare troppo avanti negli anni. Mi guardo alle spalle, a Rosewall, Hoad, Gonzales, Trabert, alcuni dei miei campioni preferiti che hanno costruito la loro carriera. Li guardavo, li ammiravo e mi dicevo: “Ecco quello che voglio fare il giocatore di tennis, voglio segnare il pianeta con la racchetta. Gli esempi sono importanti, io li ho avuti, i giocatori giovani li hanno avuti. Tutto dipende dagli sforzi che si è disposti a fare”.

Federer, Nadal, Djokovic fanno parte di una super-categoria insieme a Laver?

“Personalmente, non mi sono mai visto in una categoria e mai ho paragonato i miei risultati con quelli degli altri: i miei tornei dello Slam sono troppo diversi da quelli di adesso. Sono sicuramente tre grandi campioni, assolutamente straordinari, e il tennis è stato molto fortunato ad averli. Prendi Nadal e il suo dritto: come fa? È vera arte e, per vincere, l’ha perfezionata”.

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Paul Crock / AFP 
 Roger Federer riceve il trofeo degli Australian Open dalle mani della leggenda del tennis Rod Laver

Che cosa prova vedendo Federer giocare così bene, sulla terra, a 37 anni suonati?

“Ho sempre pensato che per come gioca e per quel che fa dentro e fuori del campo sia, Federer sia un campione completo. Ha anche un’altra caratteristica: ha vinto tanto stando sulla riga di fondo perché non aveva fiducia e ora gioca in avanti, perché si è detto che ama tanto lo sport da rimettersi al lavoro fisico per dare il meglio. Il suo colpo favoloso è la smorzata. Tutti sanno che lo farà, ma non riescono a neutralizzarla: Roger sa come farle e quando farle, e non ne abusa”.

Può anche vincere Parigi per la seconda volta?

“Gioca bene, ma per ora non è stato spinto così tanto. Comunque, bisogna vincere 7 partite, non 28, e contro quelli che sono di fronte nel torneo, non altri. Diciamo che Nadal è il mio favorito e poi Djokovic”.



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