In finale di Fed Cup in campo le riserve. Fine del mito americano del Dream Team

Nel week end a Praga si gioca l'atto conclusivo della Coppa Davis femminile. Per gli Stati Uniti, le quattro tenniste più forti (Stephens, Key e le sorelle Williams non ci saranno). Ma per nessuno, nemmeno per i media, questo sembra essere un problema. Perché Lo sport di squadra, alla fine, interessa meno (anche agli sponsor). Gli americani sono interessati ai campioni singoli (persino nel basket)

In finale di Fed Cup in campo le riserve. Fine del mito americano del Dream Team
 Afp
 Venus e Serena Williams

Kathy Rinaldi è una capitana coraggiosa, una di quelle che si butterebbe nel fuoco per le sue ragazze, e quindi suona la carica: “Abbiamo un gruppo meraviglioso, è un piacere e un onore lavorare con queste ragazze. Siamo sfavorite? Forse, ma siamo pronte a giocarcela“. Sabato 10 e domenica 11 novembre nella finale di FedCup n. 56 - la Davis delle donne - l’ex professionista oggi pluripotenziaria della  Usta guida una piccola America nella tana di Praga contro la corazzata ceca, sfidando con due oneste singolariste di media classifica come Danielle Collins e Sofia Kenin, lo strapotere fisico e d’esperienza di Petra Kvitova (che però domani non giocherà) e Barbora Strykova, e le numero 1 del mondo di doppio Barbora Krejicikova e Katerina Siniakova.

 

La squadra americana in finale di Fed Cup: Alison Riske, Danielle Collins, la capitana Kathy Rinaldi, Sofia Kenin e Nicole Melichar. (AFP)
 

La storia dice che, soprattutto in Coppa, classifiche e pronostico non contano, ricorda che gli Usa sono campioni uscenti e leader dell’albo d’oro con 18 titoli, davanti proprio delle ceche con 10, ricorda anche che le padrone di casa, dominatrici recenti con 5 urrà dal 2011, non hanno battuto le statunitensi solo nel lontano 1985, ancora come Cecoslovacchia. Ma il vero problema è che le Yankees più forti, le sorelle Serena e Venus Williams, e le loro eredi, Sloane Stephens e Madison Key, dopo aver partecipato ai recenti Masters, A e B, hanno rinunciato alla convocazione per la finale. 


Che sarebbe successo in qualsiasi altro Paese se ci fosse stata una fuga di questo tipo dalla nazionale, dalla bandiera, dall’onor patrio? Negli Stati Uniti non c’è stata una sola critica sdegnata, nessuna reprimenda, niente. Chiunque ha il sacrosanto diritto di non partecipare. Figurarsi. Anche se una-due settimane prima era perfettamente abile ed arruolato sulla passerella WtaTour, a caccia degli ultimi punti in classifica e dei suoi dollari. La grande fuga da Praga non è una novità per gli atleti statunitensi, fa seguito a troppe altre fughe e ad altri improvvisi ritorni, peraltro dettati non già da rigurgiti d’amore verso nazionale e compagne ma per assicurarsi, con un paio di frequenze, il biglietto per le Olimpiadi. 

Forse il tennis, senza super-star, non è così seguito dal pubblico iper-nazionalista a stelle e strisce. Forse la vicenda sarebbe stata accolta diversamente ai tempi  di Jennifer Capriati e Lindasy Davenport. Ma anche nel golf la polemica è subito sfumata dopo la figuraccia di Ryder Cup, con la troppa netta sconfitta accusata dallo squadrone Usa a Parigi contro l’Europa. Eppure, anche lì, i problemi di squadra degli americani sono venuti clamorosamente alla luce. Come ha semplificato quel cagnaccio di G-Mac, al secolo Graeme McDowell, uno di quegli irlandesi duri che parlano chiaro sempre, vuoi da campione Major, vuoi da vice capitano di Ryder: “La squadra americana aveva sempre esposti i suoi ego sul muro degli spogliatoi. Non è così che si forma una squadra. Gli ego restano fuori dalla porta: si arriva insieme e si gioca insieme”.


Inutile cercar scuse, se i fortissimi yankees, da Tiger Woods a “Leftie”, Phil Mickelson, dai talenti Koepka, Spieth, Bubba Watson e Justin Thomas, da Fowler a Dustin Johnson, escono con le ossa rotte dalla gara a squadre più famosa dello sport più individualista, il golf, battuti 17.5 a 10.5, è per un motivo chiaro. Se perdono contro i rivali del Vecchio Continente che affollano il circuito più ricco, il loro, il Pga Tour, dopo aver imparato il golf più difficile, sui links di Scozia, è perché non giocano insieme. Non compongono pazientemente colpo dietro colpi i pezzi dei doppi, quei puzzle chiamati Fourball e Foursomes, non si passano il testimone perché il compagno possa chiudere al meglio la buca, pensano a chiuderla loro direttamente, finendo nella trappola che gli ha preparato il capitano europeo, il colosso Bjorn.

Infilandosi ora nel rough, l’erba particolarmente alta del Golf National alle porte di Parigi, ora nei tanti ostacoli d’acqua, come marinai alle prime armi. E, una volta ai singoli decisivi, soffrono la pressione della sfida più diretta che ci sia nel golf, l’uno contro uno del match play, che gli europei frequentano sin da bambini e loro no.


Ma come, eppure gli sport di squadra hanno le leghe più ricche e famose proprio negli Stati Uniti, dal basket al baseball, dal football americano all’hockey. Eppure tutto lo sport del Nuovo Continente si basa sul culto dell’appartenenza a un club e lo tramanda di generazione in generazione. In realtà lo show-business esalta continuamente il singolo, il campione, chi segna di più, chi risolve di più, chi guadagna di più, chi è ricordato di più, nel tempo. Gli esempi sono fin troppi, restando solo nel basket, dai Boston Celtics di Bird ai Chicago Bulls di Jordan, ai Golden State di Curry e Durant, addirittura ora alle squadre di LeBron.

La favola della squadra, del tutti che si aiutano, si sacrificano e lottano per l’obiettivo comune, è una manna per Hollywood  per i teorici dei manuali perfetti, ma va poi a cozzare contro le leggi del dio dollaro, di nostra signora tv e della cultura stessa del mito americano. Che si basa sull’io, sulla forza di volontà del singolo, sul primo cent di Donald Duck (Paperon de Paperoni) che si è fatto da solo, sul record, sul mito del lavoro, sul fine che giustifica i mezzi, al punto di promuovere alla presidenza del paese più potente del mondo proprio l’incarnazione del sogno americano, Donald Trump.


L’idea della squadra resta affascinante, e anche unica, come il Dream Team del basket che sbancò l’Olimpiade di Barcellona 1992, ma tenere insieme tante spiccate individualità è troppo difficile. Come passarsi il testimone in una staffetta, che gli yankees falliscono spesso, da super-favoriti, basti ricordare l’ultimo episodio clamoroso all’Olimpiade di Rio 2016, con il patatrac fra Allyson Felix ed English Gardner. 

La verità è che il business legato ai tifosi e alle economie locali e nazionali è troppo grande per non essere continuamente sollecitato e rinvigorito dai media. Perciò è impossibile rinunciare, o anche semplicemente svilire, lo spirito degli sport di squadra. Ma il singolo prevale, eccome. Pensiamo al football: nella storia non sono forse i quarterback quelli che si ricordano in assoluto più di tutti gli altri? E nel baseball, l’Hall of Fame, non è piena di lanciatori e battitori? Perciò, rieccoci al tennis: meglio allungare la stagione di due-tre settimane, sobbarcarsi un’altra trasferta oltre oceano, rischiare contro le terribili ceche che si giocano la vita sul proprio terreno, oppure gozzovigliare su qualche bella spiaggia assolata prima di rituffarsi nella preparazione invernale per la nuova stagione? E quindi, ciao ciao bandiera, e ideali di squadra, America.



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