Federer e Nadal contro Djokovic. Anche il mondo del tennis fa i conti con la politica

Contro le posizioni del serbo si schierano i due eterni rivali, Roger Federer e Rafa Nadal, che entrano nel consiglio dei giocatori dell’Atp Tour.  E non è una decisione senza conseguenze

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MATTHEW STOCKMAN / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
Roger Federer, Rafa Nadal, Novak Djokovic

Roger Federer e Rafa Nadal entrano nel consiglio dei giocatori dell’Atp Tour. La notizia sembra marginale nell’ottica di campioni che si fronteggiano, con una racchetta in mano, dal 2004. In realtà ha un importante significato considerando che il presidente del consiglio è il numero 1 del mondo, Novak Djokovic. E, quindi, l’iniziativa, in tandem, dei due fenomeni è un po’ una risposta ai comportamenti, alle decisioni e alle dichiarazioni di Novak, e un po’ un’ennesima dichiarazione di guerra in uno dei momenti più delicati e confusi della storia del tennis.

La spaccatura umana fra i tre c’è sempre stata, netta e chiara, con da una parte Roger e Rafa, dall’altra Nole. Così, d’istinto, di pelle, al vecchio campione, Federer, è stato subito simpatico il ragazzino spagnolo un po’ selvaggio, che gli mostrava sempre tanto rispetto e anche vicinanza emotiva, ogni qual volta lo batteva. Così come non gli è piaciuto il modo di proporsi del terzo tenore del tennis, Djokovic il serbo duro, cresciuto sotto le bombe, intelligente ma troppo irriverente. Che sbeffeggiava i primi della classe e si ritirava, in campo, quando le cose andavano male (anche se poi si è capito che aveva problemi d’asma).

Così come a Nadal è sembrato più lontano il quasi coetaneo serbo del più anziano svizzero, si è sentito meno giudicato per qualche incertezza sulla lingua inglese e più simile a RogerExpress, come famiglia ed estrazione sociale La spaccatura s’è allargata con le battaglie sportive, e poi con quelle politico-economiche. Perché Federer e la sua Team8 hanno creato la Laver Cup sulla falsariga della Ryder Cup del golf, legandosi indissolubilmente a “Rocket”, il mitico campione di due Slam, e quindi al tennis classico, con l’avallo dell’Atp Tour. Ed ha allargato il rapporto manageriale con la nuova Atp Cup, l’ex coppa delle Nazioni, che è traslocata da maggio a gennaio, dalla terra tedesca di Dusseldorf al cemento d’Australia.

Intanto, Nadal, molto amico di Piqué, ha indirizzato il suo futuro verso la nuova coppa Davis, mentre la Accademy di Maiorca marcia sempre speditamente di pari passo col torneo locale, sempre con l’appoggio del circuito dei tennisti professionisti. Così, fra le mani al numero 1 del mondo Novak Djokovic, non è rimasto granché. Peraltro, lui che è l’uomo forte del tennis, deve anche accontentarsi delle, briciole di amore del pubblico. Come ha toccato con mano a Wimbledon, dov’era sul punto di una crisi isterica, anche se, da campione, ha trasformato la terribile condizione psicologica in una leva decisiva. Fino ad annullare due match point al Magnifico e a soffiargli il nono Wimbledon che sembrava ormai indirizzato verso lo svizzero.

Djokovic, sin da quando è stato eletto nel 2016 presidente dell’Atp Players Council, prendendo in mano lo scettro dopo Federer e Nadal, ha promesso che sarebbe stato più coinvolto nelle vicende politiche di uno sport frammentato fra interessi troppo diversi, con giocatori, circuito Atp che gestisce i tornei normali, comitato dei tornei del Grande Slam, federazione mondiale, manager, direttori di tornei.

Ma non è rimasto contento di come il Ceo, Chris Kermode, ha gestito le cose e l’ha spinto alle dimissioni, a fine anno. Anche pensando di lanciare così la candidatura del suo amico, l’ex pro Justin Gimelstob, bruciato però nella corsa da una doppia causa per violenze (verso l’ex moglie ed un amico) e da un insostenibile conflitto di interessi fra il ruolo politico nel Board dell’Atp e quello di commentatore e produttore tv. 

Tutto questo mentre il mondo del tennis contesta ferocemente la nuova coppa Davis voluta dal presidente della Itf, David Haggerty, ed attende un nuovo corso dalle elezioni del successore, il 27 settembre. Perché le tre coppe, Laver Cup, Davis e Atp Cup si pestano i piedi a vicenda, fra settembre e gennaio, la nuova distribuzione di punti Atp non convince e blocca ancor di più gli emergenti e i giocatori sono sempre più divisi fra i troppi “peones” che faticano a sbarcare il lunario e i pochi super-ricchi.

Djokovic, che ha più volte minacciato di dimettersi dalla presidenza del consiglio dei giocatori perché il delicato incarico lo distrae nella corsa alla storia del tennis giocato, si è schierato al fianco dei rivoluzionari che vogliono ridiscutere la divisione dei premi, con in testa gli americani, Isner e Querrey (molto legati a Ginelstob che, secondo i più, continua a lavorare dietro le quinte attraverso l’uomo che lo sostituisce ad interim, Weller Evans).

Durante Wimbledon, l’ala moderata, rappresentata dall’ex coach di Dimitrov, Daniel Vallverdu, e dai professionisti Robin Haase, Jamie Murray e Sergiy Stakhovsky, si è dimessa in blocco, criticando indirettamente proprio Djokovic, con parole tipo: “Ci sono persone che sono lì per il loro tornaconto personale e magari prendersi anche alcune rivincite. Non si parla di tennis, non voglio più perdere il mio tempo. Ci sono persone che cercano di prendersi il potere e portare avanti i loro interessi. Non voglio più aver a che fare con questa direzione”.

Sembrava che, a quel punto, Djokovic avesse fatto un decisivo passo verso i suoi obiettivi. Invece, con una rimonta esaltante, la premiata ditta Federer & Nadal ha messo a segno un colpo che rimette tutto in discussione. Anzi, che sposta decisamente gli equilibri in vista del primo scontro anche politico, che è programmato nel corso degli Us Open. Perché Rafa, eletto in rappresentanza dei “top 50”, Jurgen Melzer dei “top 100” doppisti e Federer “at large”, (in generale, dei più), sono amici e sodali.

Come andrà il loro braccio di ferro coi colleghi? Ricordiamo che nel consiglio dei giocatori ci sono oggi Isner, Querrey ed Anderson (sulla carta pro-Djokovic) in quota “top 50” di singolare, insieme a Nadal, e quindi Yen-Hsun Lu e Vasek Pospisil in quota “51-100” singolaristi, Jurgen Melzer e Bruno Soares per il doppio, e quindi Djokovic e Federer, col delicatissimo ruolo di rappresentante degli allenatori al posto di Vallverdu ancora da eleggere.



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