Perché nel tennis stanno tornando le esibizioni. Ma è vero tennis?

Grande successo di pubblico e di sponsor, anche quest'anno la Laver Cup con Federer e Djokovic a fare da padroni di casa è stato un evento in un periodo morto della stagione. Ma dietro il grande show, interessi e calcoli che con il valore agonistico degli incontri forse ha poco a che fare

Perché nel tennis stanno tornando le esibizioni. Ma è vero tennis?
 Afp
 Laver Cup 2018

Esibizione o torneo a inviti? Non è un dettaglio, anche se ce li vendono come tali e, in questo nostro mondo dell’apparire, la forma diventa sostanza. Ma il bluff dura un attimo, tanto impiega Sascha Zverev, che non è ancora smaliziato come il boss della Laver Cup, Roger Federer, a scivolare freudianamente già al primo contatto col microfono: “Sono felice di partecipare a questa esibizione”. L’auto-correzione, “torneo”, è veloce ma comunque tardiva e l’eco rimbomba prestissimo sul web. Perché quella di Chicago, una sorta di Europa-Resto del Mondo, sulla falsariga della Ryder Cup di Golf - magari la rivoluzione della Davis fosse andata in quella direzione! - è una vetrina fatua, ideale per foto, video, interviste, tappeti rossi e serate di gala, con poco tennis autentico e talmente tanti soldi che non vengono dichiarati. Così come nessuno nota come Federer e Kyrgios, assolutamente fuori gioco per l’ultima edizione di Coppa Davis tradizionale la settimana scorsa, sono tornati abili ed arruolati per la meno stressante passerella nella tana dei Bulls.   

Niente punti Atp, solo show

L’offerta è stimolante, nel nome dell’unico tennista che ha chiuso due volte il Grande Slam, la compagnia è importante, a cominciare dai capitani delle due squadre, i mitici Bjorn Borg e John McEnroe, il “divertissment” è sicuramente stuzzicante, con “Il Magnifico” che l’anno scorso ha fatto coppia in doppio con Nadal e quest’anno s’è ripetuto con Djokovic. Ma la Laver Cup resta pur sempre un’esibizione che, senza demonizzare la parola, poiché non mette in palio vittorie ufficiali e punti della classifica Atp, rappresenta semplicemente un premio di fine stagione. Ravvivando quello spicchio di calendario che il tennis non riesce proprio a rivitalizzare dopo l’ultimo Major di settembre a New York. L’ultimo tentativo, cui seguirà la “nuova coppa Davis”, anche se tutti sanno in partenza che l’unica soluzione sarebbe riportare la “quarta zampa” dello Slam a Natale o giù di lì. Cioé la data, che gli Australian Open hanno occupato fino al 1985 per passare poi a gennaio, in testa alla griglia di partenza dei quattro maggiori tornei. 

Lo scambio (politico)

Il problema non sono gli uomini d’affari e nemmeno i dirigenti dilettanti, perché quelli ci sono sempre stati e sempre ci saranno, accompagnati da qualità più o meno valide. Il problema sono i giocatori, gli attori dello sport, che lottano sempre e soltanto contro i soliti due mulini al vento: la stagione è troppo lunga, i primi della classe guadagnano troppo più degli altri. Per accontentarli, i sindacati che gestiscono il tennis pro (Atp e Wta), federazione mondiale (Itf) e organizzatori dei tornei hanno tagliato i propri profitti e hanno allargato la fetta di guadagni per i giocatori delle fasce più basse, accorciando anche la stagione per garantire agli atleti una preparazione invernale adeguata. In cambio, hanno ottenuto regole più ferree sulla partecipazione dei primi della classe ai tornei d’èlite e sugli infortuni spesso tattici, evitando sovrapposizioni di calendario, con annesse tentazioni per i giocatori.  

 Ma i giocatori sono esosi e non sanno controllarsi: vuoi negli appetiti agonistici, vuoi in quelli finanziari. Per cui, non si fermano come dovrebbero per allenarsi e curarsi al meglio, attanagliati come sono dal terrore di smarrire o di non trovare la forma. E così, a fine stagione, pur provati da mesi di dure trasferte, si sobbarcano altri viaggi e partite disagevoli pur di rimpinguare il conto in banca. Il problema non erano di certo le esibizioni che, negli anni 70-80, hanno sdoganato il tennis da sport d’élite a sport sempre più popolare portandolo in zone geografiche sempre più disparate. Il problema sono diventati magari i sottobanco, legalizzati poi come ingaggi belli e buoni, perché i più forti partecipassero a tornei con montepremi più bassi e quindi contro avversari più facili, drogando quindi i risultati.

Problema che le varie riorganizzazioni del circuito non hanno risolto. Finché, nella triade settembre-ottobre-novembre, non sono riapparse le esibizioni, sia pure con la dicitura tornei a inviti, con la regia, magari occulta, ora della Federazione internazionale, ora del sindacato dei tennisti, acuendo le sofferenze di calendario e le frizioni già esistenti fra le due entità. In quest’ottica, l’Atp rilancerà la vecchia coppa delle Nazioni, che si teneva a Dusseldorf come ultimo test sulla terra prima del Roland Garros, spostandola a gennaio in Australia, rompendo le uova nel paniere di Tennis Australia e della Itf.

Il caso Davis

Così, si vendicherà in parte della “nuova coppa Davis” che probabilmente anticiperà a settembre, subito dopo gli Us Open, con un torneo a 64 inviti da 10 milioni di dollari di premi (tutti per il vincitore?), sempre coi soldi della fantomatica società Kosmos, con a capo il calciatore Piqué, che ha assicurato investimenti per 3 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni. Meglio o peggio della fantomatica IPTL (International Premier Tennis League), una specie di Team Tennis statunitense fallita dopo due-tre anni insieme al suo sogno di un circuito asiatico? Meglio o peggio del prossimo torneo a inviti che verrà e che creerà nuova confusione?

Il bello delle “vecchie esibizioni” era proprio nell’eccezionalità della situazione, nell’una tantum con in palio solo dollari e non punti in classifica. Offerta chiara, etichetta chiara. Invece le “nuove esibizioni” - e purtroppo anche la “nuova coppa Davis” e probabilmente la “nuova coppa delle Nazioni” - intorpidiscono le acque, sviliscono le regole dello sport, rendono meno comprensibile il limite fra sacro e profano. A cominciare dal discorso dell’invito e quindi della qualificazione che non avviene di diritto. Così, la scala di valore delle gare rischia una preoccupante e irreversibile calcificazione. Da calcio, come minerale e come sport. Qual è più pericolosa? La risposta spetta a Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic che sono diventati mitici col “vecchio tennis” ma stanno contribuendo al “nuovo”. L’unico Fab Four che si oppone è Andy Murray, figlio di Wimbledon, dei gesti bianchi, della noble art.



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