Cinema, libri e curiosità. Il fenomeno Berrettini spiegato dal suo mental coach

Un ragazzo di vent'anni che ama leggere e si rilassa guardando film. Chi è davvero Matteo Berrettini attraverso il racconto del suo amico e mental coach,

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GIUSEPPE MAFFIA / NURPHOTO

Matteo Berrettini sorprende Roma, come tennista, ma soprattutto come uomo. Per come analizza e per come gestisce le situazioni, per come ragiona, per come reagisce. Alle spalle, ha sicuramente una bella famiglia, ma non è solo una questione di “credere in Santopadre”. Che, come gioca lui sul cognome dell’allenatore - Vincenzo Santopadre -, sono in molti a fare, parlando di religione.

Alle spalle, il 23 enne romano poco romano (papà è di Firenze, la nonna materna è brasiliana), il tennista italiano poco italiano (alto ben 196 centimetri e col servizio a 225 all’ora che non vedevamo dall’alba degli anni 90 con Omar Camporese), ha un amico. Vi raccontiamo chi è.

Stefano Massari, che cos’è un mental coach?

“È una persona che allena a tirare fuori il meglio di sé. Matteo, quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, era già quello che è adesso, con le stesse qualità. E’ sempre stato coraggioso e curioso, ha sempre amato le persone che gli stanno attorno. In questi anni è solo diventato più consapevole di queste qualità e le ha allenate tanto”.

Qual è la sua prima qualità?

“L’amore per la conoscenza, che abbiamo allenato molto. Uno dei momenti più difficili, nella sua crescita, è stato quando ha dovuto smettere di andare alla scuola pubblica, all’ultimo anno di liceo, per studiare da privatista. Ha fatto uno sforzo enorme nel lasciare i compagni, cui voleva bene, e non voleva assolutamente smettere di studiare, di sapere le cose. Allora ci siamo dati noi un piano di studio. Ad iniziare dalla letteratura americana: Bunker, che, dal carcere, raccontava storie crude; poi Bukowski, quand’ha acquisito la capacità di filtrare, di prendere il buono che c’è in quello scrittore; infine Hemingway, Per chi suona la Campana e i 49 racconti”.

Un ragazzo di vent’anni che legge tanto, e i video?

“Adora il cinema, Tarantino, Kubrick, Sergio Leone, siamo arrivati a Sorrentino, a Moretti. All’inizio, quando abbiamo cominciato, e lui aveva solo 16 anni e mezzo, ci vedevamo con cadenza fissa, ora capita che ci mangiamo una pizza, ci vediamo un film insieme e alla fine ci ragioniamo su. Ultimamente, per alzare il livello, ho invitato anche uno sceneggiatore tv. Sapevo che a Matteo sarebbe piaciuto tantissimo”.

L’amore per la conoscenza stimola la capacità di apprendimento.

“Una dote che gli è servita tantissimo anche nello sport. Così, ha scalato la classifica dal numero 700 di due anni fa al 30 di oggi. Ascoltando ed imparando da Vincenzo Santopadre che, oltre ad essere un grande coach, è un grande conoscitore del tennis e delle persone”.

 

Quindi lei non si stupisce del Matteo Berrettini che elimina Zverev a Roma.

“Affatto. E lo ringrazio delle emozioni che ci ha regalato: non pensavo che avrei mai sentito l’adrenalina correre così forte dentro di me. D’altra parte, per stare al suo ritmo, siamo costretti a crescere anche noi del team, a misurarci ogni giorno con sfide nuove”.

Come giudica gli angeli custodi di Matteo: il coach, l’amico, il fratello, i genitori?

“Santopadre è il padre tennistico di Matteo, non solo il coach. Flavio Cipolla, che è stato suo compagno di allenamento, è un fratello maggiore intelligente, acuto e sensibile. Un giorno, a proposito di come si sta in campo, gli disse: “Se non spegni la radio, se continui a parlarti addosso, perdi il punto dopo.” I genitori sono presenti ma non invadenti, lo hanno supportato anche economicamente, ma anche loro, come noi tutti, sono dovuti crescere per accettare che Matteo, pur rimanendo ovviamente loro figlio, non fosse più “il loro bambino”. Jacopo, il fratello minore di un anno e mezzo che è anche lui pro, è talmente vicino a Matteo che un giorno, per allenare Mat a cambiare certi atteggiamenti negativi in campo, gli ho proposto di trattare se stesso come se fosse il fratello: “Se fosse lui a sbagliare, lo manderesti ugualmente a quel paese?”

E veniamo al difetto maggiore di Matteo Berrettini.

“Non accetta tanto le imperfezioni, le sbavature, ma più degli stati d’animo che tecniche. Ad esempio, per giocare bene ha bisogno di sentirsi ispirato. Ma l’ispirazione non c’è sempre e non puoi sentirti “vuoto” se non c’è: significa non accettarti nella normalità. Così come non esiste la perfezione: è bello voler fare le cose bene, in modo eccellente. Ma non perfettamente: a cercare la perfezione si rischia l’infelicità. In realtà Matteo, con grande determinazione, sta lavorando tanto e bene su questo aspetto”.

Domani accadrà è un film che riguarda tutti: che sarà di Berrettini?

“I cambiamenti di vita non mi preoccupano tanto, anche se dovesse andare a Montecarlo, o altrove. Quello che gli auguro è di continuare a crescere di giorno in giorno, sempre, senza avere come obiettivo un risultato preciso, che sia la classifica o uno specifico torneo, ma solo il fatto di essere migliore come persona e come atleta. Così potrà continuare ad essere felice, come adesso. Deve riscrivere continuamente la sua storia. Come ha appena fatto contro Kudla, a Monaco: lo aveva sempre sofferto parecchio, ci aveva appena perso a Dubai. Allora abbiamo pensato che avrebbe dovuto affrontarlo come se fosse una partita nuova, senza tutto quel vissuto. Questo lo ha aiutato a liberarsi della pressione, almeno in parte, e a battere l’avversario in due set”.

Chissà che cosa si diranno Matteo e Stefano la sera prima del prossimo match di Roma. Chissà se il mental coach avrà avuto da Santopadre o da Umberto Rianna, tecnico federale che supporta il team di Matteo “con grande saggezza e competenza”, “segnali di disagio, di agitazione o di nervosismo”. Oppure se andrà giù sereno, come in una chiacchierata fra amici.



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