Anisimova, la tennista (classe 2001) di cui parlano tutti

Amanda è una macchina da guerra, s’allena tanto e bene, da sempre, e impara in fretta. Del resto l’aveva promesso: “Voglio diventare la numero 1 del mondo e vincere tutti gli Slam”.

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CHRISTOPHE ARCHAMBAULT / AFP
Amanda Anisimova, Roland Garros 2019

Amanda Anisimova è la protagonista dell’ultima favola del tennis, l’emblema di uno sport sempre più fisico ed essenziale, e sempre più Prêt-à-porter. A Parigi, non solo domina, da appena numero 51 del mondo, la regina uscente del Roland Garros, Simona Halep, finalista anche nel 2017 ed ex numero 1 del mondo, non solo si qualifica alle semifinali del secondo Slam stagionale, ad appena 17 anni - più giovane da Nicole Vaidisova nel 2006, più giovane statunitense da Jennifer Capriati nel 1993 e prima tennista ”millennial” in assoluto ad arrivare nei quarti Majors -, non solo promette di avere un futuro ultra-radioso, ma conferma una realtà terribilmente scomoda per allenatori e manager: il tennis è sempre più un business di famiglia. Soprattutto al femminile.

 

 

Sulla scia delle pioniere, Monica Seles, Anna Kournikova e Maria Sharapova, tutte figlie dell’Est come lei, di cui rappresenta la perfetta sintesi: forcing feroce con colpi pesanti e asfissianti da fondocampo alla conquista di ogni spazio, treccione biondo, naso all’insù, sguardo altero e un po’ altezzoso, senza però quegli antipatici e noiosi gemiti d’accompagnamento ad ogni colpo. Un cocktail davvero esplosivo. 

Oggi, quelle esperienze dei padri venuti dall’Est Europa per realizzare i propri sogni nel nome delle figlie non sembrano più così azzardate e pericolose, si sono affinate, negli anni del web, della sperimentazione, dell’esaltazione del fattore motivazionale. Nutrendosi e moltiplicandosi grazie ai guadagni sempre più sostanziosi, di montepremi e sponsor.

Papà Kostantin Anisimov emigra nel 1998 dalla Russia agli Stati Uniti inseguendo l’Eldorado, con una specializzazione in finanza e industria bancaria. Poi, pur senza alcun pedigree di sport agonistico, individua un talento tennistico speciale nella primogenita Maria di 10 anni, e la spinge, la incita, la allena persino, insieme alla moglie Olga. Invano, perché quella preferisce studiare all’Università della Pennsylvania e lascia in eredità alla sorellina Amanda, nata nel New Jersey praticamente con la racchetta in mano - l’ha imbracciata già a due anni -, il sacro fuoco della passione e anche la pressione delle aspettative di un’intera famiglia.

Per cui papà devia gli investimenti come fa nelle sue speculazioni finanziarie e sposta tutta la famiglia in Florida alla ricerca della palestra e degli allenatori migliori, transitando per il guru Nick Saviano (chioccia di una trentina di atleti, le ultime Bouchard e Stephens) e Max Fomine (già coach itinerante dei fratelli Bryan), quando la piccola ha 11 anni. 

Anisimova, oggi, è cresciuta fino ai 180 centimetri d’altezza, e infatti Chris Evert, la capostipite delle attaccanti da fondocampo di matrice Usa, rifiuta il pur stuzzicante paragone. La “piccola” vince da subito, diventa numero 2 delle juniores nel 2016, a quattordici anni e mezzo, grazie alla finale del trofeo Bonfiglio di Milano e del Roland Garros, e l’anno dopo domina gli Us Open 2017 senza perdere un set in tutto il torneo.

Subito competitiva anche a livello pro, si fa le ossa a livello di tornei Itf, scalando la classifica mondiale - numero 761 nel 2016, numero 192 nel 2017, numero 95 a fine 2018 - ed esplodendo come un uragano. Col libro dei record di precocità sotto il braccio.

L’anno scorso, è la più giovane ad arrivare negli ottavi a Indian Wells dopo Iva Majoli nel 1994, infilando Pavlyuchenkova e Kvitova. Poi si fa male, fa di nuovo parlare di sè a settembre, con la finale di Hiroshima persa con Hsieh. E, a gennaio, agli Australian Open, a 17 anni e 5 mesi, è la più “verde” agli ottavi, agganciando Vaidisova che c’era riuscita nel 2006.

Sulla scia, a Bogotà, mette la prima firma sul circuito Wta, proprio nel paese di Jaime Cortez, il secondo coach, dopo papà, che la segue insieme all’altro tecnico, Andis Juska, e al preparatore atletico Yutaka Nakamura. Un team nel segno della globalizzazione dei nostri tempi. 

La madre terra aiuta il suo tennis, nato sul cemento, quantunque non lo frequentasse dall’infortunio che l’aveva tenuta fuori gioco per quasi quattro mesi, per una frattura da stress al piede che ha avuto bisogno di una guarigione attentissima. “Da junior, ho frequentato tanto la terra, anche in Sud America, e mi ci sento forte. È la mia superficie preferita, anche se è sorprendente per me vincere il mio primo titolo sul rosso, dopo due anni che non ci giocavo. Questo moltiplica la mia fiducia perché sulla terra devo essere molto più paziente che sul cemento, dove uso più anticipo. Ci ho lavorato molto: oggi riesco a mixare, a essere un po’ più attendista”.

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MUSTAFA YALCIN / ANADOLU AGENCY
Amanda Anisimova, Roland Garros 2019

Proclama lei, sicura, bravissima davanti al microfono, ideale portavoce della NextGen donne: “È una grande motivazione essere in tante, così giovani e competitive, da tempo, ci conosciamo benissimo, ci sfidiamo da sempre, siamo cresciute e migliorate così tanto e in così poco tempo, e sappiamo che dietro ce ne sono altre ancora che incalzano. I record? Non so chi abbia fatto cosa e quando, non mi interessa, il penso soprattutto al mio gioco”.

Una così sicura è destinata a spiccare nei grandi tornei. E non s’impressiona se agli Australian Open di gennaio arriva al quarto turno infilando le più quotate Niculescu, Tsurenko e Sabalenka, né se a Roma, troppo sollecitata dalla sfida di secondo turno contro Kiki Bertens, smarrisce il dritto e si incaponisce a giocare quasi solo con quel colpo finendo per perdere malamente.

Ha con sé la forza del destino, e anche Serena Williams, il suo idolo, se ne accorge. Tanto che l’abbraccia e la conforta - “Da madre” - negli spogliatoi di Miami quando la bimba si lascia un po’ andare per la delusione del ko del secondo turno con Kontaveit. “Ho avuto un match duro, molto lungo, l’ho perso ed ero davvero molto giù. Serena è venuta da me e abbiamo chiacchierato un po’. È stato molto carino da parte sua, non lo dimenticherò mai”. 

 

Amanda è una macchina da guerra, s’allena tanto e bene, da sempre, e impara in fretta, coprendo i suoi buchi neri, l’ultimo a rete, dove si presenta appena può per finalizzare la pressione da fondo. Del resto l’aveva promesso: “Voglio diventare la numero 1 del mondo e vincere tutti gli Slam”. E ribadisce continuamente il suo concetto-guida, alla Nadal: “Da sempre, prendo un match alla volta e penso solo a quello, vediamo dove mi porterà la prossima partita. In questo tennis tutte possono battere tutte, non sai mai cosa può succedere”.

A Roma, appena il 13 maggio, aveva perso nelle qualificazioni contro Kiki Mladenovic, ed era entrata in tabellone come Lucky loser (“Però in allenamento mi riusciva tutto, ero convinta che il lavoro avrebbe pagato presto gli interessi”), oggi è alla finestra della storia.

”Due anni fa giocavo fra gli juniores, è stata una fase divertente che mi ha aiutato ad allenarmi per le pro, mi mancano quei momenti, ma sono in una nuova fase, è il mio primo anno tutto sul Wta Tour. Non sono nervosa, sono super eccitata,  contenta per le opportunità, e penso solo a mettermi sotto pressione nel prossimo allenamento. Così poi non soffro in partita. E se nel tennis non funzionerà, farò il chirurgo”. Al Roland Garros la sua corsa è terminata in semifinale con Ashleigh Barty, in tre combattuti set. La medicina può aspettare: il futuro di Amanda Anisimova è su un campo da tennis. 

 

   



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