Il ragazzo d'oro che sorride sui pattini si chiama Nathan Chen. Seguitelo

Balla, canta e suona il pianoforte. Il campione americano di origini cinesi è già sul podio più alto della simpatia. E allo Olimpiadi è lui l'uomo da battere

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 Nathan Chen 

Intanto, buca il teleschermo, perché sprizza un’armonica elettricità. Da sempre, da quando, a dieci anni, salì alla ribalta perché cadeva e si rialzava e ricominciava l’esercizio come se nulla fosse, sotto i riflettori e davanti a una platea foltissima. Già faceva salti doppi e tripli e vinceva l’oro fra i novizi di tutt’America. Con grande naturalezza e un sorriso furbetto, raccontò ai microfoni della Abc la sua vita semplice e insieme piena di attività, dal pianoforte in soggiorno al balletto con le compagne, dai libri di scuola al pattinaggio su ghiaccio che pratica dai tre anni. Sognando, dal 2002, come un qualsiasi bambino di Salt Lake che assisteva all’Olimpiade in casa, di esserci lui, un giorno, su quei pattini a cinque cerchi.

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 Nathan Chen 

Da quel lontano 2010, Nathan Chen ha continuato a sviluppare le sue passioni, balla e suona ancora (anche la chitarra), per sette anni ha fatto pure ginnastica artistica agonistica. Ha spostato la residenza da Salt Lake City alla California, non è riuscito a partecipare all’Olimpiade di Sochi, “a soli quattordici anni, sarebbe stato troppo presto, magari la speranza più realistica è per il 2022, quando ne avrò ventidue”. Invece, già a diciotto, s’è preso di forza un posto in nazionale a Pyeongchang. Non un posto qualsiasi, un posto da favorito per l’oro nel pattinaggio artistico, forte dell’etichetta di primo che piazza cinque salti quadrupli in un programma libero (un quad Lutz, un flip, un Salchow e due quad toeloops).

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 Nathan Chen

Il suo curriculum è impressionante, sia come record di precocità, sia come vittorie plurime in tutte le categorie giovanili, sia come difficoltà dei suoi esercizi. La sua scalata all’Olimpiade degli ultimi due anni è stata trionfale, con successi a raffica, a cominciare dal Grand Prix di Mosca, col primo posto nel programma corto e il secondo in quello libero, battendo il campione del mondo ed olimpico, il giapponese Yuzuru Hanyu. E poi ne ha vinto anche un altro davanti ad Adam Rippon. Imponendosi pure nella finale di Nagoya, primo statunitense, dopo Evan Lysacek nel 2009, che poi è stato anche l’ultimo campione olimpico a stelle e. strisce. In scia, Chen, con sette chiari salti quadrupli (due nel corto e cinque nel libero) ha vinto il secondo titolo nazionale consecutivo, col più alto punteggio della storia, irrompendo nella squadra olimpica insieme a Rippon e Vincent Zhou.

Nessuno riesce a fare i numeri che fa lui, eppure insiste, con suo solito sorrisetto furbetto: “Davvero, sono solo un ragazzo normale”. Lui, anzi, non è soddisfatto, vuole aggiungere qualcosina al suo esercizio già difficilissimo, e unico: magari il triplo axel che ha abortito in volo per accontentarsi di uno singolo. Insaziabile e incontentabile, come tutti i campioni: "Indipendentemente da ciò che faccio, non importa quanto sia bello l’esercizio, nella mia testa non è mai impeccabile. Io so che ci sono sempre cose su cui posso migliorare”. Pochi si possono specchiare sulle scatole di Corn Flakes più famose d’America: oggi Nathan è famoso, ricercato, simbolo di freschezza e positività anche per gli sponsor. ”Ricordo di essere stato un bambino che camminava lungo il corridoio e di aver visto tutti quegli atleti olimpici, è semplicemente incredibile che ora sulla ribalta ci sia proprio io”.

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Chen possiede tutte le doti di un buon pattinatore, dall’elasticità all’equilibrio, dalla forza veloce all’armoniosità, ma, soprattutto, ha una testa sensazionale. Ha motivazioni intime: “La parte più divertente è sempre quando atterri dopo il salto”. Ha principi sani: “I miei genitori mi hanno insegnato a prendere le cose una alla volta, lavorare duro e restare sempre umile. Tutto succede in un battito di ciglia, bisogna davvero saper assaporare ogni secondo".

A ricordarglielo c’è l’infortunio alla caviglia del 2014, con la frattura che lo tenne fuori fino ai campionati nazionali del 2015, dove vinse il bronzo. Poi ha avuto una nuova esplosione. Anche grazie a Kristi Yamaguchi, olimpionica 1992, che vive come lui a Fremont, California e l’ha indirizzato, aiutato e consigliato. “Mi ricorda me, quand’ero giovane”. Ricordi come le sconfitte e gli infortuni che spingono Chen a farne cinque e non soli quattro di salti nei quattro minuti e mezzo dell’esercizio, migliorando e rivoluzionando il famoso “quad” che ha caratterizzato gli ultimi due decenni del pattinaggio artistico. Cinque quad Axel con atterraggio valgono 5 punti sul tabellino dei giudici e garantiscono un vantaggio imbattibile sui contendenti all’oro. Oggi, perché dalla prossima Olimpiade è probabile che verrà ridotta la rilevanza dei salti perché il pattinaggio non sia una mera somma di punti ma recuperi abilità fisica ed artistica. Nel segno del campione olimpico uscente, il giapponese Yuzuru Hanyu, convalescente da un brutto infortunio alla caviglia.

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Perciò Chen continua a suonare e a ballare fuori dalla pista di ghiaccio: per allenarsi all’armonia della musica e del suo corpo. E non dimentica gli scalini che ha salito: “Da bambino, ero l’unico pattinatore, a scuola, tutti facevano altri sport più popolari, non lo dicevo a nessuno dei compagni, sapevo che avrebbero reagito con: “Oh, sei un pattinatore, sei gay, blah blah blah”.

Non dimentica le sue radici cino-americane: “I miei genitori si sentivano minoranza, hanno cercato di proteggermi da questa cosa, ma io non la sentivo. Di cinese so poco, posso parlare poco poco, so che il mio nome cinese è Chen Wei. E, diventando grande, sono ben felice di vedere che ci sono sempre più giovani pattinatori asiatici agonisti”. Non dimentica la vita normale: “Tutti i miei fratelli hanno studiato, io lo farò dopo l’Olimpiade, vorrei studiare gli animali”. Non dimentica il primo amore: “A 3 anni, mamma mi portò a pattinare perché m’ero innamorato dell’hockey guardando mio fratello, ma mi comprò dei pattini da pattinaggio perché era meno pericoloso e quando finì la prima sessione pubblica non volevo uscire, mi portarono fuori a forza. E quando a 10 anni, andai sulla pista olimpica e sul muro c’era disegnata la faccia di Apolo (Anton Ohno), poi i cinque cerchi e quindi la torcia olimpica… Pensai: “Un giorno voglio esserci anch’io”. Ce l’ha fatta: “Ho voluto questa cosa da tanto tempo, e ora, lo so, ho una possibilità abbastanza grande di vincere l’oro.

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