AGI - La presenza alla finale dei Mondiali del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e di due squadre con cui il tycoon ha rapporti opposti, l'Argentina del suo amico Javier Milei e la Spagna del suo nemico Pedro Sanchez, non potevano togliere una valenza politica a questo evento sportivo globale. Stasera non si giocherà solo il titolo di campioni del mondo di calcio ma si metteranno alla prova le relazioni internazionali.
Ogni parola e ogni gesto da parte dei protagonisti avrà un riflesso. Già alla vigilia è successo qualcosa che ha provocato reazioni. Il primo riguarda l'argentino Leo Messi, seguito dalle telecamere come una reliquia sacra: mercoledì sera il campione aveva dedicato la vittoria della sua Argentina sull'Inghilterra ai propri connazionali che "se la passano male, sono senza lavoro, non arrivano alla fine del mese e devono sempre lottare". La dedica, che arriva nel mezzo di una crisi economica grave, seppure il presidente Milei, in calo di popolarità, sia riuscito a migliorare i conti finanziari, ha irritato il governo argentino. "Non siamo d'accordo sul fatto che la gente non arrivi alla fine del mese. Non dubito che ci siano persone in queste condizioni ma dirlo in modo generale finisce per suggerire che tutti vivano in questa situazione e non è così", ha dichiarato il portavoce di Milei, Adrian Ravier.
Le parole dei protagonisti
Sull'altro fronte ha fatto notizia il commento di Borja Iglesias, attaccante della Spagna e personaggio impegnato in difesa dei diritti delle minoranze, della comunità Lgbtq+ e contro il razzismo e il fascismo. Gli hanno chiesto se saluterà a fine partita Trump, oggetto spesso delle sue critiche. "Spero di salutarlo in un momento in cui tutti saremo contenti per aver ottenuto qualcosa", ha risposto. "Ma spero che accada velocemente e che poi me ne dimentichi", ha aggiunto.
Iglesias ha cercato di smorzare i toni, ma alla sua maniera: "Non voglio che mi sbattano in carcere, ma non credo che questo sia il momento di fare polemica. La gente sa come la penso", ha concluso.
L'appello di Capdevila
Per due giocatori che hanno espresso la loro posizione, c'è un ex giocatore che invece ha rivolto una richiesta d'aiuto a Trump. L'ex difensore della Spagna Joan Capdevila ha chiesto aiuto al presidente per poter entrare negli Stati Uniti e assistere alla finale, dopo che gli è stata negata l'autorizzazione a viaggiare a causa di una partita amichevole disputata in Iran dieci anni fa. Nel 2010 Capdevila contribuì alla conquista dell'unico titolo mondiale della nazionale maschile spagnola, giocando da titolare nella finale vinta in Sudafrica contro l'Olanda. Faceva inoltre parte della squadra che vinse gli Europei nel 2008.
La richiesta sui social
Ora teme di non poter assistere alla finale di domani e ha rivolto un appello a Trump in un messaggio pubblicato su X, spiegando che la sua richiesta di ingresso senza visto attraverso il sistema elettronico di autorizzazione ai viaggi, Esta, è stata respinta. "Ho bisogno di aiuto @realDonaldTrump!", ha scritto Capdevila su X. Capdevila ha inviato anche un messaggio separato al segretario di Stato americano Marco Rubio e ha citato nel post il ministero dello Sport del governo spagnolo.
Le regole del visto
Dieci anni fa Capdevila fece parte di una selezione di leggende della Liga spagnola che disputò una partita-esibizione contro una squadra di stelle iraniane a Teheran. Il dipartimento di Stato americano consente ai cittadini dei Paesi aderenti al Visa Waiver Program di entrare in Usa con un'autorizzazione Esta. Tuttavia, il regolamento del programma stabilisce alcuni casi in cui i viaggiatori non sono idonei al visto, tra cui quello di aver viaggiato in Iran dopo il 1 marzo 2011. In questo caso, "è necessario ottenere un visto prima di recarsi negli Stati Uniti".