Federer-Djokovic ha dimostrato che la miglior difesa non è l’attacco

Questi numeri, forse, spiegano perché alla fine, in una maratona così lunga e faticosa, è stato un dettaglio strategico a far vincere il serbo

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Come faremo a dimenticare questa finale di Wimbledon 2019? Come ci riuscirà Roger Federer, al di là della vacanza “anche fisicamente”, per leccarsi le ferite e ricaricare le pile, dopo aver ”mancato un’incredibile occasione” per diventare il più anziano campione dello Slam, a 37 anni 340 giorni (meglio del 37enne Ken Rosewall agli Australian Open 1972)?

Come ci riuscirà Novak Djokovic, che è stato ancora una volta solo contro tutto il pubblico e ha salvato due match point sul 7-8 del quinto set, ma poi ha firmato il quinto Wimbledon come Bjorn Borg, il secondo consecutivo, domando nella terza finale su tre proprio il primatista di 8 Championships e di 21 Slam?

Come ci riusciranno gli appassionati dopo questa sbornia di record: la più lunga finale della storia del torneo più famoso dello sport - 4 ore 57 minuti, meglio delle 4 ore e 48’ di Nadal-Federer del 2008 -, la prima col nuovo tie-break sul 12-12, la prima dopo 71 anni con il vincitore che salva match point, dal 1948 con Bob Falkenburg?

Come ce la faranno i tifosi del tennis che hanno sofferto e si sono esaltati per le inimitabili gemme dello svizzero e del serbo? Come faremo, soprattutto noi tutti, a cancellare le crudeli leggi di questo sport?

La prima è che, nel tennis, non c’è pareggio - niente da fare -, ci dev’essere sempre un vincitore. “Anche dopo una partita di questo calibro”, come suggerisce Djokovic. La seconda è che, oggi, la miglior tattica non è l’attacco. I numeri dicono che Roger ha messo giù più ace (25 contro 10), ha avuto più punti con la prima di servizio (79% contro 74) e anche con la seconda (51% contro 47), ha segnato più vincenti , addirittura 94 contro 54, ha fatto più punti 218 (contro 204), ha avuto una percentuale straordinaria a rete col 78% (51/65) - il doppio dell’avversario -, e ha anche avuto una miglior percentuale sulle palle break: 7/13 (54%), contro il 3/8 (38%) di Novak.

Perché Federer allora ha perso la partita? Perché ha dettato lui il ritmo e ha menato lui le danze, ma ha ceduto nel braccio di ferro da fondocampo, dov’ha ammassato il 40% dei punti (88/220) contro il 50% (122/246) di Djokovic. Perché chi attacca fa più fatica, come ben sa Stefan Edberg, il ballerino svedese che ha pure allenato Roger e ora lo applaude dal Royal Box.

Chi spinge tanto, rischia anche di più, con le racchette prendi-tutto e il top spin salva-errori. E, nel momento topico, manca magari di quel pizzico di fantasia, di energia, di freddezza, dopo aver brillato per ore e ore con fantasia, energia e freddezza. Com’è successo a Federer sul’8-7 40-15 del quinto set, quand’ha mancato due Championships points: ha sbagliato un dritto e si è fatto infilare dal passante di dritto, su un assalto alla baionetta un po’ velleitario. Non a caso, ha perso i tre tie-break: lo sprint dello sprint.

I numeri finali dicono che Djokovic è salito 26-22 nei testa a testa contro Federer, si è portato a 16 Slam, con un vantaggio di cinque anni su Roger. Al quale ha detto in campo: “Fra quelli che motiva con le sue straordinarie prestazioni a 37 anni, ci sono anch’io”. Lanciando già il guanto della sfida alla storia del tennis verso gli Us Open di fine agosto.

Con un segreto: “Mi ero ripromesso di restare calmo, avevo predetto l’atmosfera, lo scenario, mentalmente è stato il match più esigente di sempre, per me, più della famosa finale contro Rafa a Melbourne, 5 ore 53’, del 2012. Quando la gente inneggia a Roger io fingo di sentire la parola Novak… Sono due nomi simili, no? E magari fra cinque anni, se continuo così, se avrò ancora lo stimolo per giocare, sentirò gridare “Novàk, Novàk”.      



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