Dal carcere alla convocazione in nazionale. La favola di Rubén Semedo

La sua carriera sembrava definitivamente rovinata dopo l'arresto con l'accusa di sequestro di persona. Poi la rinascita all'Olympiakos, in Champions, fino all'approdo nel Portogallo di Cristiano Ronaldo

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DIMITRIS LAMPROPOULOS / NURPHOTO
Semedo, Olympiakos

Dalle lacrime di disperazione a quelle di gioia, dalla tristezza di una prigione alla felicità della convocazione in nazionale, da dietro le sbarre alle luci della massima ribalta. Rubén Semedo non dimenticherà mai questo brusco passaggio dal disastro al trionfo, dai cinque mesi di detenzione in carcere dell’anno scorso, alla chiamata nel suo Portogallo, dalla carriera che sembrava definitivamente rovinata alle due partite dell’11 e del 14 ottobre per le qualificazioni agli Europei di calcio, contro Lussemburgo e Ucraina.

E diventerà magari il soggetto di un film: lui, il centrale del Villarreal, 1.89, 25 anni compiuti ad aprile, che, dopo essere stato nel mirino anche del Napoli e del Southampton, il 22 febbraio 2018, è stato arrestato in Spagna, con l’accusa di sequestro di persona, assalto e violenza contro un uomo, che avrebbe minacciato a casa sua, con una pistola, sottraendogli circa 20mila euro, più alcuni oggetti, fra cui un computer.

Lui che, dopo la detenzione, è stato rilasciato dietro una cauzione di 30mila euro di ammenda, con la richiesta della corte di mantenersi ad almeno 300 metri dalla vittima e di comunicare ogni settimana i propri spostamenti, è tornato calciatore. Non al Villarreal che l’ha sospeso senza stipendio, ma all’Olympiakos in Grecia. Dov’è arrivato dopo due prestiti (all'Huesca e al Rio Ave), e dove, con allenatore il connazionale Pedro Martins, ha debuttato l’1 marzo in Champions League contro la Stella Rossa, perdendo 3-1, realizzando l’unico gol dei greci e guadagnandosi  la convocazione in nazionale da parte del selezionatore Fernando Santos.

L'allenatore lusitano ha così spiegato la sua scelta: “Rubén è l’unica grande novità, nel gruppo di cinquanta giocatori che tengo sotto osservazione e che ruoto, a seconda delle situazioni. Anche se una persona commette un errore, ha il diritto di tornare a vivere. Rubén ha dimostrato di saper reagire, lo abbiamo seguito, sta andando bene, volevamo già convocarlo prima, non era infortunato, e ora lo abbiamo chiamato: per quello che può dare alla squadra ma anche perché, socialmente, è una cosa molto importante”.

Chissà quante volte, nel ritiro del Portogallo, i media cercheranno di farsi spiegare com’è possibile che un calciatore, che si ritiene benestante e lontano da simili tentazioni, possa essere coinvolto in un sequestro di persona, con alcuni complici insieme ai quali è stato accusato di aver imbavagliato, picchiato e costretto a consegnare le chiavi di casa al dipendente di un night-club. Racconterà della sua difficile infanzia a Capo Verde, dov’è originario e dov’è cresciuto, senza il padre, che era stato arrestato quando lui era bambino, mentre la madre si alzava all’alba per andare tutto il giorno al lavoro.

Racconterà dei mille pensieri durante la detenzione a Villarreal. Come ha fatto al giornale La Bola: “Ho pianto spesso, ma mai davanti agli altri. Mi succedeva di restare sdraiato per ore senza riuscire a dormire davvero, riuscivo solo a pensare soltanto ai miei figli e alla mia famiglia che soffriva, a come si sempre meglio passare il tempo con loro piuttosto che con persone a cui non importa niente di te”.

Racconterà di come la giustizia non guardi in faccia a nessuno, delle lungaggini procedurali, delle paure di chi si sente naufragare da un giorno all’altro, transitando dal dorato mondo del calcio a una prigione: “I mie legali erano sicuri che avremmo risolto tutto in un paio di settimane al massimo, ma dopo il secondo mese dietro le sbarre ho cominciato a temere che non sarei mai più tornato a giocare a calcio”.

Racconterà le differenze fra condividere una stanza d’albergo con un compagno al raduno della nazionale e un detenuto, magari con tendenze suicide, com’è successo a lui”. Racconterà, di sicuro, di aver imparato la lezione e di apprezzare la seconda possibilità che gli sta dando la vita.

Oppure, magari, avrà ragione la tesi della sua manager, Catia Balde, che sostiene: “Rubén è stato vittima di una frode, non ha reagito nel modo ideale, ma è la vera vittima di questa storia”. La pistola trovata a casa del calciatore non sarebbe stata sua, così come sarebbe falso che si sia trattato di “rapimento e tortura”. Ma qualcosa dev’essere successo e qualche errore Rubén Semedo deve averlo compiuto per finire addirittura in prigione per cinque mesi.



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