Noi marocchini che non abbiamo mai smesso di sognare

Noi marocchini che non abbiamo mai smesso di sognare

La squadra di Hoalid Regragui ha ridato in Qatar il sogno a milioni di persone. Figura chiave di questo successo è Hakim Ziyech, sopravvissuto alla vita per tornare al calcio e diventare un simbolo, un idolo, un esempio da seguire

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Giovatori del Marocco esultano dopo la qualificazione agli ottavi del mondiale in Qatar

AGI - Nel calcio, come nella vita, quando perdi tante volte tendi a smettere di tifare. A smettere di sperare. Prende il sopravvento lo scoramento. L'eterna delusione. Ma il tifo è amore. Per il calcio, per la nazionale, per la gloria. E come non si può smettere di amare, è difficile smettere di tifare. Con la nazionale marocchina di calcio era andata cosi'. Per tanti anni abbiamo perso. Spesso non ci siamo mai qualificati ai Mondiali. Le poche volte che ci siamo riusciti, nella storia recente, non siamo andati oltre il primo turno. Un esito quasi scontato.

Eppure il Marocco, i marocchini, non hanno mai smesso di tifare. Spesso ci incolpavano, e si incolpavano, di esultare troppo, per poco. Questa volta è diverso. Il Marocco ce la sta facendo. E comunque vada ce l'ha fatta: ha ridato il sogno a milioni di persone. Indipendentemente da come andrà agli ottavi.

Ha detto a un Paese, a un Continente, che non bisogna smettere di sperare e di amare. Perché in fondo il calcio è questo: sogno e speranza, sudore e fatica. Un sogno a cui sono aggrappate generazioni di marocchini. Perché in un mondo ingiusto il calcio sembra essere l'unico datore di lavoro che non tollera raccomandazioni. Che riconosce solo il merito. Perchè altrimenti ora Hakim Ziyech non sarebbe là. Eroe di Doha e di Rabat, del Chelsea e di Tafoughalt.

Tafoughalt è il paesino che ha dato i natali ai suoi genitori. Poco più di 2 mila abitanti, appesi su una collina berbera tra l'Algeria e il Mediterraneo. Sconosciuta ai più. Almeno prima che Ziyech diventasse Ziyech. Oggi tutti i marocchini sono Ziyech. Perché weld cheeb, figlio del popolo. Uno di noi.

Nato a Dronden, nella fredda Olanda, in una famiglia di otto figli. Il padre - operaio metalmeccanico - morto quando lui aveva solo sei anni. La madre costretta a mantenerli con i sussidi e l'accudimento di altri bambini. Pur essendo già allora un mago con il pallone, Ziyech lascia tutto. Si dà alla criminalità di strada, rifugiandosi nel fumo e nella droga. Due suoi fratelli, anche loro con l'ambizione di diventare calciatori, si sono ritrovati in carcere perchè nel frattempo diventati scassinatori.

Ziyech è stato recuperato in tempo. È tornato al pallone grazie alla volontà di un vecchio allenatore. Perchè non bisogna mai smettere di sperare. E ora sua mamma lo accompagna (nei voli privati) ad ogni partita. E la ringrazia baciandole la fronte in mondovisione perchè in ogni successo ha una fetta di merito.

In Marocco la chiamano lwalida, la madre. Sempre in terza persona, segno di rispetto e riverenza. Intoccabile, insostituibile. Oggi tutti i ragazzini che giocano scalzi, nei campi di terra in mezzo al nulla, si sentono Ziyech. Si vedono un domani Ziyech. E ogni walida si sente madre di Ziyech.

Non tutti ci riusciranno ma tutti lo possono sognare. Oggi lo devono sognare. Nelle analisi ora si parlera' di rivalsa contro il colonialismo. Dell'orgoglio ritrovato dell'Africa. Ma per me non è questo. è molto più semplice: una nazionale che insegue un pallone; una Nazione che insegue un sogno.