Storia e segreti di Claudio Gavillucci, l'uomo nero degli arbitri italiani

Storia e segreti di Claudio Gavillucci, l'uomo nero degli arbitri italiani

A due anni dalla sua ultima partita in Serie A, esce il libro del direttore di gara piu scomodo del calcio di casa nostra. Che in queste pagine spiega meccanismi e dinamiche come nessuno aveva mai fatto prima

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È nelle librerie sulle piattaforme online da pochi giorni "L'uomo nero", le verità di un arbitro scomodo (Chiarelettere, 156 pagine, 14 euro), scritto da Claudio Gavillucci con due giornaliste, Manuela D'Alessandro e Antonietta Ferrante. Gavillucci ha diretto in Serie A per cinque anni, fino al giugno del 2018. Fu lui a interrompere Sampdoria-Napoli a causa degli insulti razzisti provenienti dagli spalti contro i giocatori in maglia biancazzurra e in particolare contro il difensore Kalidou Koulibaly. La sua carriera è stata interrotta per decisione unilaterale della associazione degli arbitri, il primo luglio 2018, decisione di 'dismissione' da lui impugnata (ricorso ancora pendente al Tar). Da allora Gavillucci ha continuato ad arbitrare nei campetti di provincia e le partite dei campionati giovanili. Quello che segue è un capitolo del libro dedicato ai referti.

 

Il processo e i referti

Davanti al tribunale

Sta succedendo proprio a me? Sono davvero io l’uomo che ora si sente un intruso in questa stanza spoglia dove si riconoscono e si stringono gli abitanti di quello che fino a ieri era il mio mondo? Dopo il ricorso vengo chiamato davanti al tribunale federale, che dovrà esprimersi sulla mia dismissione. È l’agosto del 2018, in primo grado la mia istanza viene respinta, in appello i giudici non decidono nulla ma ripassano la palla al tribunale. Tuttavia è proprio in questa fase che colgono la falla del sistema: «Signor Gavillucci, non vorrà mica farci credere che lei non conosceva i suoi voti subito dopo le partite...».

Nell’aula di giustizia mi hanno trasformato in uno qualunque, osservato come un imputato bugiardo. L’incredulità dei giudici, però, invece che offendermi mi dà forza. È impensabile essere davanti a un tribunale senza avere una sola carta tra le mani che dica se ho diretto bene o male. Ho fischiato in oltre seicento gare in tutta la mia carriera e non ho mai visto un referto completo di voto e di giudizio sintetico sulla mia performance. La pagella che l’osservatore compila resta nelle stanze dell’Aia, tenuta segreta come la posizione in classifica dei direttori di gara. Eppure il regolamento dell’associazione parla chiaro: due volte all’anno dovremmo essere messi al corrente in forma scritta sulle «risultanze delle prestazioni tecniche». Non è mai così, a dispetto di quanto afferma l’AIA e un documento firmato dai miei colleghi e presentato contro di me durante il processo.

Solo alla fine della battaglia giudiziaria mi vengono forniti i quasi cinquecento referti della stagione 2017-2018. In quel momento capisco tutto.

Divoro le carte come se cercassi traccia che non c’è nulla di malato, ma certe anomalie scritte nero su bianco sono come i tacchetti che affondano nella carne viva. Mi sento morire per la seconda volta, dopo che mi hanno comunicato che dovevo appendere le scarpette al chiodo. Tra le mani ho il mio vaso di Pandora. Come nel mito greco vedo scorrere su quei fogli tutti i mali di un sistema di valutazione arcaico e incerto. Mi resta solo la speranza che in qualche modo io possa cambiarlo.

Sono deluso, frastornato, incredulo di fronte a tanta approssimazione, indeciso se mettere via ogni pagina, bruciarla, farla sparire, nasconderla e fingere che non sia mai esistita oppure continuare a leggere e usare ogni parola per combattere un sistema che non rende giustizia alla professionalità dei miei colleghi. In gioco non c’è più il mio posto, c’è il rispetto nei confronti di chi sul campo non si risparmia mai. Mi rendo conto con orrore dei voti mai resi noti, dei referti compilati su file  word modificabili, degli errori di trascrizione e di calcolo.

Le parole pronunciate dal mio avvocato Gianluca Ciotti nella prima udienza davanti ai giudici del tribunale federale le sento rimbombare nella testa come se fosse ancora quel 3 agosto 2018, il giorno in cui sono state dette.

Siamo venuti per dire con forza che la decisione di dismettere Claudio Gavillucci per ragioni tecniche è arrivata al termine di un procedimento privo di qualsiasi tipo di trasparenza. La dimostrazione più lampante è che i referti incompleti, degli osservatori arbitrali, chiamati a dare i voti in base ai quali verrà stilata la graduatoria, vengono inviati all’arbitro solo a distanza di mesi dalla partita. In questo modo, non solo perdono la loro capacità di «formazione», nel senso di spiegare a un arbitro cos’ha sbagliato in modo che si corregga nelle successive partite, ma soprattutto gli giungono senza né il voto, né il giudizio generale sulla prestazione.

Qualche secondo di pausa. Poi il mio legale prosegue:

Non vengono inoltre indicate agli arbitri le valutazioni su altri elementi essenziali come la difficoltà della gara, lo stato di forma e l’affidabilità, tutti decisivi per verificare la corretta formazione del voto. Signori giudici, dovete sapere che tutti questi dati in formato Word vengono elisi del voto all’interno della segreteria dell’Aia e rinviati a distanza di tempo all’arbitro il quale, nel frattempo, non può rilevare nessuna anomalia, non può, secondo regolamento, fare alcuna contestazione, neppure dinnanzi a errori oggettivi. Il voto non lo conosce mai.

Alle parole del mio difensore, i legali dell’Aia, Valerio Di Stasio e Giancarlo Perinello, ribattono: «La pubblicazione dei referti non avrebbe altro effetto che far montare polemiche e contestazioni». La verità è che se non ci fosse nulla da nascondere, non ci sarebbe niente di strano a renderli noti. La verità è che senza i referti sono costretto a difendermi al buio.

La seconda pronuncia del tribunale federale rigetta ancora una volta la mia istanza di riammissione. Il secondo appello invece mi dà ragione, restituendomi la serie A, una riammissione che sarà incredibilmente sospesa per l’intervento ancora una volta dell’Aia. È il mese di marzo del 2019 quando riesco a ottenere i referti segreti.

Sono tanti i giornali che mi cercano per pubblicare i documenti ufficiali, sono anche disposti a pagarmi, ma la mia risposta è no. La scelta di utilizzarne una parte adesso in questo libro non ha certo l’intento di discreditare o evidenziare degli errori passati e lontani dei miei ex colleghi, come avrebbero potuto fare i giornali in precedenza, ne tantomeno per perorare la mia causa personale ormai sportivamente definita, ma esclusivamente quella di far comprendere in modo il più possibile obiettivo all’esterno attraverso l’analisi tecnica e giuridica su documenti, come la carriera e l’attività degli Arbitri Italiani della Serie A ritenuta da una  recente sentenza della Cassazione  attività di rilevanza pubblicistica, si giochi su questioni di decimi di punteggio. Di come la gestione di tale assurda competizione,  venga amministrata dall’ AIA in maniera superficiale rispetto alla sua importanza per i diretti protagonisti  e per l’intero calcio.

Inoltre questo spero possa servire per squarciare il velo del sospetto che cala sugli arbitri a ogni partita: siamo professionisti veri e integerrimi, capaci di riconoscere per primi gli sbagli, severi come nessun altro a giudicare noi stessi, ma sono le regole e le modalità con cui veniamo giudicati a non essere chiare, trasparenti e rispettose della nostra professionalità.

Nei referti dell’Aia, gli errori, le contraddizioni, i voti non congruenti, se paragonati ai giudizi, non giocano a favore della trasparenza e della correttezza del sistema arbitrale. Carte alla mano, la galleria degli errori è affollata: si va dalla trascrizione dei nomi di due squadre che non sono quelle che scendono in campo, all’errato inserimento della data, e dell’orario della partita, all’assenza della firma e della vidimazione dell’organo tecnico. La forma è sostanza e c’è poco da stare tranquilli. Errori materiali, parametri di valutazione poco chiari e tanto altro finiscono per decretare vincitori e vinti secondo criteri che come recita la sentenza della corte federale «in difetto di predeterminazione e comunicazione dei relativi criteri di giudizio [...], rischia di sfociare in una sorta di possibile (illegittimo) arbitrio».