AGI - Il brasiliano Aldair entra nella conversazione quasi in punta di piedi, come ha sempre fatto fuori dal campo, con quella timidezza che stride con la leggenda che porta addosso il suo numero 6 ritirato per sempre in suo onore. Tredici stagioni in giallorosso, uno scudetto cucito sulla pelle, un amore che non conosce oceani né distanze. "Aldair. Cuore giallorosso" diretto da Simone Godano più che un documentario è una lettera d'amore che dal 21 maggio porterà nelle sale cinematografiche italiane un viaggio che è molto più di una storia di calcio.
L'intervista all'AGI è un racconto carico di sentimento, che scava nelle pieghe di un uomo che ha dato tutto a questa città e che è stato ripagato da un amore incondizionato ancora oggi tangibile.
La nascita del documentario
"La struttura è nata 'in corsa'", esordisce Simone Godano, e in quelle parole c'è già tutto il senso del documentario. "Incontrando Aldair, ho capito che era uno scrigno, una persona che definiamo 'segreta'. Nella sua timidezza c'era l'elemento di forza del racconto. Ho capito di aver bisogno di un compagno di viaggio accanto a lui per non limitare la storia a un'epopea calcistica, ma per far emergere la parte umana. Volevo conoscere chi c'era dietro il campione e perché tutti gli vogliono così bene."
Il punto di vista del tifoso
Il compagno di viaggio è stato Sandro Bonvissuto, tifoso ossessionato e scrittore. "Ho trovato in lui l'elemento perfetto: rappresenta il punto di vista del tifoso, essendo realmente ossessionato dalla Roma. Questa è stata la base per un racconto in parte calcistico e in parte umano, cercato con la passione di un regista che vuole addentrarsi nelle pieghe del racconto", spiega Godano.
Il ritorno in Brasile
Aldair mentre parla del ritorno in Brasile, nei luoghi dell'infanzia, si emoziona. "Nel posto dove sono nato ci torno sempre, ogni anno, per stare con la mia famiglia, i miei fratelli e i miei amici d'infanzia. La cosa diversa che mi hanno fatto fare per questo film è stata tornare a pescare in quei fiumi, cosa che facevo da piccolo con mia madre. È stato molto diverso ed emozionante. Gli anni passano, ma torno sempre a casa appena mi è possibile". Poi confessa: "Mi sento più emozionato per questo film che prima della finale del Mondiale".
Un uomo che si apre
È lì, in Brasile, che il difensore leggendario si è tolto quella corazza di timidezza che lo porta ancora oggi dopo tanti anni a parlare pochissimo davanti alle telecamere. "Quando siamo arrivati a casa sua, lui si è completamente 'sbucciato', si è aperto", racconta Godano. "Lì ha iniziato a raccontarsi davvero: le parti più emotive del documentario vengono da quel momento. Al di là della cavalcata scudetto, che per i tifosi della Roma è pura goduria, lì ha tirato fuori parte di sé e noi abbiamo capito da dove veniva. Per un regista, girare in quei posti è stato magnifico."
La Roma di ieri e di oggi
Impossibile non chiedere ad Aldair della Roma di oggi, così diversa da quella che lui ha conosciuto. Una Roma dove fu portato da Dino Viola e in cui ha vissuto l'epopea di Franco Sensi, due romanisti prima ancora che due presidenti. La sua risposta è lucida, quasi malinconica: "È chiaro che quando il proprietario è anche tifoso del club, come allora, si sente una vicinanza diversa. In quegli anni avevamo il vantaggio di avere persone che ci seguivano tutti i giorni; oggi il calcio è cambiato e la tifoseria sente la distanza della presidenza. Il tifoso si aspetta sempre una squadra forte e competitiva."
Speranze per il futuro
Poi lo sguardo si fa più speranzoso guardando al futuro: "La Roma, dopo la nostra vittoria, ha avuto alti e bassi. Penso al periodo di Spalletti: c'era la mentalità, forse è mancata solo la fortuna per vincere. In questo momento ci sono squadre più forti, ma spero che nei prossimi anni la Roma possa tornare a essere forte come in quegli anni là."
La squadra attuale
Sulla squadra attuale, Aldair si è mostrato ottimista: "Questa Roma ha un buon allenatore. Si aspettava qualche giocatore che è arrivato un po' tardi. Penso che la squadra ci sia ed è importante che la società abbia dato la fiducia al tecnico. Anche Capello il primo anno era in difficoltà poi con 2/3 acquisti come Batistuta la squadra è migliorata e ha vinto lo scudetto", mentre sull'addio al calcio la confessione è struggente: "È stato un momento triste. Dopo la partita d'addio alla Roma sono andato al Genoa ma non riuscivo più a giocare. L'addio al calcio l'ho dato quando ho lasciato la Roma".
La fascia a Totti
Il racconto più emozionante arriva quando parliamo del 1998, l'anno in cui Aldair cedette la fascia di capitano a un giovanissimo Francesco Totti. "In quel periodo si capiva subito che Francesco doveva diventare un giocatore importante; faceva cose differenti ed era romano. In quel momento c'era un po' di confusione nel club e che il capitano diventasse un romano era giusto", spiega sorridendo al ricordo della reunion in campo insieme poche settimane fa per "Operazione Nostalgia".
Una scelta consapevole
"Io ero stato scelto dai compagni dopo una votazione, forse perché lui era considerato ancora piccolo per quel ruolo: fare il capitano non è solo portare la fascia, bisogna farsi rispettare nello spogliatoio e parlare con la presidenza. Decisi di cederla a lui perché era 'coperto' da tutti gli altri veterani e sono contento di aver fatto quella scelta", ha confessato, conscio di aver contribuito con quella scelta a scrivere una delle pagine più belle nella storia della Roma.
I derby della Capitale
Tredici anni in giallorosso significano anche tanti derby della Capitale, alcuni indimenticabili. "Il derby più bello è stato quello con Mazzone del 3-0. L'anno che abbiamo perso 4 derby di fila è stato brutto anche se ne ho giocato solamente uno. L'attaccante più forte della Lazio che ho affrontato è stato Boksic che mi faceva girare la testa", ha ricordato Aldair.
Fedeltà e calcio moderno
In un'epoca in cui i calciatori cambiano spesso maglia, Aldair rappresenta un modello di fedeltà sempre più raro: "Sarei rimasto alla Roma anche se avessi giocato in questi anni. In passato ho rifiutato diverse offerte. I tempi sono passati ma dipende sempre dai giocatori e dal club", ha osservato. "Normale che sia cambiato il calcio, girano tanti soldi e non tutti riescono a giocare 18 anni ad alti livelli e cercano di avere dei bei contratti per pensare alla famiglia", ha aggiunto.
Lo scouting e il calcio italiano
Oggi Aldair si occupa di scouting ed è schietto osservando la crisi del calcio italiano ancora una volta fuori dal Mondiale: "In Italia, secondo me, bisogna far giocare i ragazzi un po' prima in prima squadra per dargli esperienza. Di giocatori forti come Totti però non ne vedo molti", poi manda un messaggio al ct brasiliano Carlo Ancelotti: "In Brasile speriamo in Endrick, un ragazzo di 18 anni molto forte, ma di difensori... no, non ne vedo."
Un documentario senza filtri
C'è un momento di leggerezza quando Godano confessa che Aldair non ha ancora visto il documentario finito: "È arrivato da poco in Italia e gli ho chiesto di vederlo direttamente in sala, al cinema, perché sarà più emozionante. È un caso unico: magari qualcun altro avrebbe voluto controllare il montaggio o fare tagli, ma Aldair è così". E poi arriva la confessione che più di tutte racconta chi è davvero questo gigante gentile: "Il 'problema' del documentario è che parlano tutti bene di lui: cercavo qualcuno che ne parlasse male, chiedevo di litigi e scontri, ma nessuno ha detto nulla di negativo. Aldair è Alda", chiosa Godano.
Un omaggio eterno
Cuore giallorosso non è solo un documentario, ma l'omaggio a chi ha fatto davvero battere il cuore dell'Olimpico come pochi altri. È l'omaggio a un ragazzo brasiliano diventato leggenda, ma rimasto per tutti Pluto.