La solitudine dei conduttori al tempo del coronavirus

La solitudine dei conduttori al tempo del coronavirus

Roberto Poletti, Unomattina: “Ho scelto di spostarmi a Milano, spero di raccontare da qui anche la sua rinascita”.

coronavirus televisione

“Quando l’emergenza finirà spero di poter restare a Milano a raccontare la rinascita della Lombardia, perché è da qui che partirà  anche quella di tutta l'Italia”. Tra tutti i conduttori che ogni giorno si misurano con la narrazione del coronavirus, alle prese con la tragedia e anche con i limiti che le misure cautelative hanno imposto alle tv, ce n’è uno, Roberto Poletti protagonista delle dirette quotidiane di Unomattina (Raiuno) a cui l’emergenza ha decisamente cambiato “traslocandola”, la vita professionale.

 

Dal 9 marzo non conduce più accanto a Valentina Bisti dallo studio di Roma, ma si collega in solitudine da Milano.

“E’ stata una mia scelta, avallata dall’ad Salini e dal direttore di Raiuno Coletta, hanno capito le motivazioni e non finirò mai di ringraziarli. Ho deciso in fretta di restare, lasciando l’insalata in frigo nella mia casa romana. L’ho fatto per restare, in questo momento delicato per la Lombardia, che ha il triste record dei decessi italiani, nella città che mi ha dato professionalmente tutto. Vado in onda da corso Sempione dal 9 marzo, con lo studio approntato in fretta il giorno prima. Ho lasciato a Roma anche tutti i miei abiti, ho riciclato i vecchi vestiti poi la Rai me li ha mandati”.

 

Chi c’è con lei in studio?

Sono  in onda da solo con una pattuglia di tecnici tutti doverosamente dotati di mascherine, non li ho mai visti in faccia, occhi a parte, e spero davvero di poterlo fare presto. Sono senza truccatori e senza costumista come tutti, e non è certo un problema”.

 

Unomattina di fatto si è sdoppiata, lei e Bisti ora siete diventati due conduttori a distanza, è complicato?

“No, grazie al rodaggio e alla sintonia costruita nei mesi di conduzione di coppia a Saxa Rubra. Ormai io conosco i suoi ritmi e lei i miei, e abbiamo un’ottima squadra di autori che ci consente di non restare mai impreparati. Per le  misure anticoronavirus gli ospiti sono collegati nelle salette esterne agli studi approntati dalla Rai, ma qualcuno interviene anche via Skype, e qualche volta i collegamenti saltano, o sono traballanti, ma in quel caso ci si salva con  l’esperienza giornalistica.

 

 La pandemia ha rivoluzionato anche la scaletta...

Prima un quarto della nostra programmazione era dedicato alla spensieratezza, adesso sono saltati gli spazi leggeri, il costume, la cucina e anche la mia rubrica sul fattore umano della forze armate. Oggi del resto il loro lato umano lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni in strada. Ci occupiamo quasi esclusivamente di coronavirus ed è stata inserita dalle 7 alle 7,35, la Santa Messa, “che dà speranza alle persone a casa”. 

 

A proposito di speranza, come si calibrano i toni della conduzione in un dramma come questo?

“In queste settimane ci occupiamo di notizie tragiche ma cerco di porgerle in un certo modo, tenendo anche conto che a casa davanti alla tv in questi giorni ci sono anche dei bambini che ci guardano e non sarebbe corretto spaventarli, soprattutto da parte del servizio pubblico. Non punto certo a minimizzare, ma a prediligere toni soft, le notizie si possono dare  anche senza indugiare nei particolari più crudi, li tengo per me”.

 

Nella sua vita professionale si era mai misurato con drammi accostabili a questo?

“Ho seguito l'ultimo terremoto come inviato a Mediaset, con Paolo Del Debbio. Ma un evento così è unico, perchè ci pone tutti sullo stesso piano, ricchi e poveri, giovani e meno giovani”.

 

Le è mai capitato in questi giorni di commuoversi in diretta?

Mi sono emozionato molto il 25 marzo, quando alle 8,46  ho mostrato ai telespettatori l’emozionante immagine di cinquanta respiratori stipati in un aereo vuoto, provenienti dalla Cina e destinati all’ospedale in corso di realizzazione alla Fiera di Milano: è uno scatto che simboleggia la speranza, la forza della solidarietà e la rinascita di una città come Milano e ci tenevo particolarmente. L’avevo sul mio telefonino dalla sera prima, grazie a una persona che sta lavorando al progetto, ma per trasmetterla ho aspettato che i ventilatori fossero arrivati in magazzino. La commozione vera e propria me la suscita soprattutto la vita reale, fuori dallo studio: mi tocca molto il fatto che i miei vicini, prima d’ora quasi degli sconosciuti, ora mi salutino dalla finestra quando mi vedono rientrare, come anche  sentire il suono della sirena delle ambulanze che arrivano all’ospedale di Saronno, vicino a casa mia, e anche anche ricevere foto di amici e conoscenti tornati a casa dopo le cure in ospedale. Sofferenti, ma guariti”.

 

Quando è casa come passa il tempo? 

Sono rigorosissimo nel rispettare le regole imposte dal decreto  governativo: non esco mai. Ho un supermercato a dieci metri da casa, mi affaccio per vedere quando c’è poca fila e sto fuori lo stretto indispensabile. Riesco a staccare la testa dal lavoro e dalla tragedia con fatica, sto sempre attaccato alle agenzie, troppo, mi capita ogni tanto soltanto grazie a qualche film d’azione.