AGI - Oggi alla Mostra del cinema di Venezia è il giorno di Penélope Cruz e Javier Bardem, di certo tra i divi più attesi di questa 83ª edizione della kermesse lagunare. I due sono i protagonisti di ‘Bunker’ di Florian Zeller prenetato concorso.
Il film segue un architetto che accetta il controverso incarico di costruire un rifugio antiatomico per un magnate della tecnologia, scatenando una profonda crisi nel suo matrimonio di diciassette anni.
Bardem: "I nostri lussi si basano sulle miserie di altri"
In conferenza stampa non usa giri di parole l’attore spagnolo per esprimere il suo pensiero: "I nostri lussi si basano sulla miseria di qualcun altro, e lo sappiamo tutti. L'immigrazione è solo il risultato, ma le cause sono altre: climatiche, sociali e geopolitiche". È l'atto d'accusa politico lanciato da Javier Bardem che nel film ‘Bunker’ diretto da Florian Zeller interpreta un architetto di fama internazionale accanto alla moglie Penelope Cruz.
La trama del film e la crisi della coppia
Un uomo chiamato alla difficile scelta di dire no al progetto di un Bunker per un miliardario – storia ispirata alla notizia del bunker costruito da Mark Zuckerberg alle Hawaii - in cambio di un "contratto enorme" ma che mette a rischio la stabilità di una famiglia che inizia a sgretolarsi senza che lui se ne renda conto. Un po' come il mondo che ci circonda dilaniato da tensioni internazionali su cui l'attore premio Oscar non usa giri di parole: "Non credo che l'Europa nel suo insieme stia riflettendo ciò che dovrebbe rappresentare, ossia i valori della vera democrazia e della vera inclusione. Ci sono molti Paesi europei che stanno diventando sempre più estremi". Le persone, sottolinea Bardem, "fuggono dalle guerre, dalla miseria e da posti in cui è ormai impossibile vivere a 50 gradi di temperatura. E noi ne siamo responsabili".
JAVIER BARDEM E PENELOPE CRUZ A VENEZIA - VIDEO
Responsabilità individuali e sfide globali
"Sono un consumatore anche io, ho qui il mio telefono con il suo cobalto – prosegue - non si tratta di affrontarlo con un senso di colpa giudaico-cristiano, ma di rifletterci, prenderci le nostre responsabilità e sostenere quelle misure politiche e sociali che aiutino chi vuole fuggire ad avere una vita migliore nei propri luoghi d'origine". A fargli eco è il regista Florian Zeller, che sposta l'asse della critica sullo strapotere economico e tecnologico globale.
Democrazia e concentrazione del potere
Il regista avverte: "Oggi pochissime persone possiedono quasi tutto. Possiedono la nostra intimità, i nostri indirizzi email, i giornali e le piattaforme su cui comunichiamo. Questa è una vera sfida per la democrazia, perché è ovvio che non agiscono per il benessere della popolazione. Se tutti i benefici vanno solo al vertice, sappiamo cosa significa per il resto del mondo, e vi stiamo già assistendo". Un mondo che, aggiunge Bardem, è oggi segnato da un dolore "opprimente in ogni senso, dalla prospettiva climatica fino ai genocidi in corso", in cui ci viene chiesto costantemente di disconnetterci.
Paura, stereotipi e la via d'uscita
Il regista, dal canto suo, evidenzia come "a volte la paura ti fa credere che la soluzione sia in realtà la fonte del pericolo, cedendo agli stereotipi". La via d'uscita, concorda Bardem, non è l'isolamento: "L'altra opzione è quella del bunker, ma ci vuole coraggio per non perdere la fiducia e continuare a guardarci negli occhi".
Il bunker come simbolo dell'isolamento
Il bunker come simbolo dell’isolamento è un tema che viene trattato anche da Penelope Cruz, coprotagonista col marito della pellicola di Florian Zeller, che spiega che si tratta di “un film sulla connessione tra gli esseri umani e quando c'è connessione, lo facciamo facendo in modo che i sogni e i bisogni delle altre persone conquistino una parte di noi stessi, quindi dobbiamo accoglierli per diventare quasi un tutt'uno con l'altra persona e questo richiede un grande sacrificio. Compiere questo passo non è semplice ed ecco perché ci costruiamo sempre di più i nostri bunker nei rapporti umani".
Connessione fisica, emotiva e tecnologica
L'attrice, evidenziando l'enorme differenza tra l'essere in grado di connettersi da un punto di vista fisico ed emotivo e dal punto di vista tecnologico, aggiunge che il film "parla di quanto siamo disposti a vedere, a sentire, e anche a quanto siamo disposti ad accogliere l'altro, oppure della paura, dei nostri pregiudizi, dei nostri timori, e quindi a quanto invece vogliamo isolarci e vedere solo il lato inumano nell'altro".
La voce delle donne e la manipolazione
"In questo film c'erano tanti temi che mi interessavano, ma ce n'era uno necessario – dice ancora Penelope Cruz - poter dare voce a questa donna che dice tante cose che si avvicinano a quello che penso. Sento un misto di pena e rabbia, come se fossimo utilizzate come marionette. Tra le persone che prendono decisioni importanti le donne sono pochissime. Questo livello di manipolazione mi sembra davvero triste e sta avvenendo così rapidamente che non c'è tempo per reagire. Sono una persona ottimista, ma su questo argomento sono preoccupata, anche se vedo che i giovani cominciano a ragionare diversamente".