AGI - Il regista Edoardo Gabbriellini, lo scrittore Nicola Lagioia e il cast de “La città dei vivi”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, hanno raccontato il film all’AGI.
Più che sul fatto di cronaca, l’opera si concentra sul prima e sul dopo del delitto di Luca Varani e sulle difficoltà che hanno accompagnato i suoi 23 anni.
Luca Varani, il ragazzo dietro il caso di cronaca
A proposito della scelta di aprire il film proprio con la scena dell’adozione di Luca, scelto tra tre bambini dai genitori, e indicata come metafora della ricerca dell’identità, Gabbriellini spiega: “Credo che in qualche modo parli di un concetto di destino in questo film, è fondamentale. Quindi in quella scelta fra i tre bambini si concentrava un po’ l’idea brutalmente drammaturgica del film”.
Parlando di ciò che lo ha spinto a indagare e a mostrare il delitto di Luca Varani, Nicola Lagioia osserva: “L’inspiegabilità, l’incomprensibilità, tutto ciò che è incomprensibile e terribile attira da sempre le arti narrative. In questo caso non c’era tanto da domandarsi cosa fosse successo, che è abbastanza chiaro, non c’era tanto da domandarsi chi fosse il responsabile, perché era chiaro sin dall’inizio, quindi non è un giallo. Ma perché? Cioè, cosa può spingere due persone prive di un movente a commettere un atto così terribile? Ovviamente non è che si arriva a una risposta definitiva. La letteratura servirebbe a sollevare le domande giuste, ma l’inspiegabilità pensa appunto alla tragedia greca, no? Che è proprio una delle basi della nostra civiltà narrativa, parte proprio, si fonda, sta in bilico su quell’inspiegabilità lì che prova a indagare. Questi delitti possono far venire fuori la nostra parte peggiore, il voyeurismo, la morbosità, la pruriginosità, e queste cose qua… Siamo abituati a una civiltà dell’immagine per cui, se domani fosse possibile mandare un omicidio in diretta, la gente lo guarderebbe. Il discorso pubblico si è proprio imbarbarito. Il cinema e la letteratura provano a raccontare cose terribili, ma non in quel modo”.
Le interpretazione di Emanuele Di Stefano e Gaia Merlonghi
Sulla scelta di interpretare Luca Varani cercando di restituirgli l'innocenza dei suoi 23 anni, svincolandolo dalla freddezza dei verbali, il protagonista Emanuele Di Stefano - già visto in "La scuola cattolica" - racconta: “Proprio per fare quello che hai detto non mi sono aggrappato ai caratteri della sua vita. Io personalmente non ho fatto uno studio sul personaggio riferendomi a Luca Varani. Ho fatto uno studio sul personaggio seguendo il copione e la guida registica di Edoardo, che ci ha aiutato - a me e a Gaia - a interpretare un ruolo così difficile”.
Sulla stessa linea interviene Gaia Merlonghi, che nel film interpreta Marta: “Credo che comunque l’amore sia lo specchio di qualcosa. È chiaro che tutto ruota intorno alla figura interpretata da Emanuele, ma tutto quello che c’è intorno vive tanto”.
Emanuele Di Stefano, Gaia Merlonghi e Valerio Mastandrea; foto di Thomas Cardinali
Valerio Mastandrea :“Oggi i processi si fanno anche in televisione"
Valerio Mastandrea, interprete del padre di Luca, riflette sul lavoro fatto per sottrarre la vittima agli stereotipi: “Hai detto una cosa interessante prima: strappare Luca Varani ai verbali. È quello che ha fatto il film, perché poi il verbale completa la narrazione di queste storie vere, insieme al giornalista che indaga, che investiga, che dice la sua. Il film ha fatto proprio questo, lo ha strappato dai verbali e anche dalle caselle in cui si scrive chi era la vittima, queste cose piene di stereotipi, magari anche di superficialità, perché poi a chi scrive storie così cruente interessa altro. Però per fare questo io mi servo della sceneggiatura. È uno strumento fondamentale nel nostro mestiere, perché puoi decidere di trovare tutto quello che ti serve là dentro. Questa era una storia vera, uno poteva fare indagini da solo, oppure scoprire il personaggio dentro al copione, che poi secondo me è la via migliore anche per non speculare sulla realtà dei fatti e dei personaggi”.
Infine, parlando del voyeurismo che accompagna la cronaca nera contemporanea e della scelta del film di non mostrare mai l’omicidio, Mastandrea osserva: “Oggi i processi si fanno anche in televisione. Quindi è come se la televisione addormentasse tutta una serie di cose. Secondo me questo film è molto più doloroso di una puntata speciale dedicata al delitto, dove vengono mostrati frammenti, foto e cose già viste”.