AGI - Oggi è un quartiere sonnolento, quasi isolato dalla frenesia del resto di Roma, dove si fatica a trovare un bar aperto dopo le 19:00. Le sue vie ombreggiate sono percorse da un’umanità multietnica di badanti che, giorno dopo giorno, contribuisce alla vita di famiglie i cui figli e nipoti vivono dall’altra parte del mondo. Eppure, a un secolo dalla sua nascita, il nome che porta resta evocativo; al punto che Filippo La Porta lo ha scelto per il suo nuovo saggio,’ Parioli. Topografia di un sogno borghese’, edito da Paesi Edizioni. Se si tratti di un’operazione nostalgica o di una necessaria lettura del presente, l’AGI lo ha chiesto proprio a lui.
La memoria
Il libro è ricco di dettagli e informazioni storico architettoniche, come se, raccontando un quartiere, volesse riavvolgere i fili della vicenda di un intero ceto sociale: è così?
Se in retorica la sineddoche può esprimere la parte per il tutto, quando parlo di borghesia pariolina mi riferisco anche a quella italiana. Per me i Parioli sono il sogno di una classe sociale che da noi non è mai davvero esistita, almeno per come voleva mettersi in scena al suo nascere, negli anni Venti del Novecento: amante di cultura, bellezza, musica e intrattenimento mondano secondo un gusto cosmopolita. Nel libro la esamino criticamente a partire dal saggio di Galli della Loggia ‘Una capitale per l’Italia’, mettendo idealmente in dialogo Leopardi, Saba e Pasolini, che ne ‘La ricotta’ fa addirittura dire a Orson Welles che la nostra borghesia è la più ignorante d’Europa. Forse voleva incarnare davvero una élite colta, ma il fascismo, che le è coevo, non ha mai amato la cultura, l’ha solo usata in modo strumentale. Anche dal punto di vista urbanistico, si può parlare di sogno disatteso. Se in base al Piano Regolatore di Santjust del 1909 nel quartiere dovevano trovare spazio soprattutto i villini, su questi hanno poi prevalso le palazzine di cinque piani più attico.
L’uso di un alter ego letterario che lo attraversa in lungo e in largo serve a prendere distanza dai suoi ricordi di una giovinezza trascorsa nel quartiere?
Fabrizio, così si chiama il mio alter ego, ha in effetti il compito di ridurre l’attrito emotivo con i luoghi e gli eventi che vi ho vissuto fino ai venticinque anni. Come l’iniziazione sessuale da una prostituta che mi vide fuggire, o la giovanile militanza nella Nuova Sinistra durante la guerra civile strisciante che contrassegnò gli anni Settanta. A quel tempo i Parioli sono anche stati teatro di agguati e scontri. C’era tanta follia ideologica, ma resta l’età della mia formazione. E ognuno di noi ha bisogno di una piccola epica personale.
Il sogno sociale
Parioli deriva da peraioli, coltivatori di pere: cosa resta dell’originaria anima contadina nella nostra classe dirigente più raffinata?
Non rimane nulla di quella naturale convergenza culturale, di gusto innato, che connetteva la grande borghesia e il mondo contadino. Come detto, ai Parioli corrisponde la nascita della piccola borghesia, una classe caratterizzata da frustrazione, velleitarismo, ansia di promozione sociale. Nel libro coesistono odio e amore per i luoghi che racconta. Ma vince il secondo, legandosi al tempo dell’infanzia e ai primi innamoramenti. Inoltre, il quartiere nasconde angoli splendidi, dove risiede la sua anima migliore. Nel finale parlo del cielo che lo sovrasta: si può dire che sono un ex pariolino rimasto fedele al cielo sopra i Parioli.
Il sogno della borghesia incarnato da Parioli si è ormai estinto, o ha solo tracimato in tutto il resto della città - e del paese?
Mi pare che oggi le classi dirigenti non abbiano più un radicamento territoriale. Ho l’impressione che si spostino da una metropoli all’altra, e a Roma preferiscano, semmai, un attico a Testaccio. Il vecchio sogno dei Parioli rivive in figure isolate. Al Cigno, storico bar del quartiere noto per il doppio bancone che costringe i camerieri a comunicarsi teatralmente gli ordini, ricordo di aver visto un anziano con il cappello sulle ventitré e il cappotto grigio allontanarsi con in mano un vassoio di paste. Figurandomi che le portasse a delle anziane sorelle gozzaniane, ho avuto la sensazione che incarnasse involontariamente lo spirito di un tempo lontano di quel luogo.
L’immaginario
Quale quartiere di Roma, o d’Italia, potrebbe rappresentare oggi il nuovo Parioli?
Se penso alle nuove élite transnazionali di cui dicevo, mi viene in mente l’Eur: bellissimo, ma modernista. Resta il fatto che l’evoluzione del costume è sempre contraddittoria e i Parioli continuano a rappresentare una sorta di status symbol. Capita che a Milano mi imbatta per caso in un ristorante che ne prende il nome. Resiste una centralità del luogo, nell’immaginario di molte persone, che ancora oggi incarna l’idea di promozione sociale.
Chi potrebbe trasporre oggi i Parioli in un film o in un libro?
Al cinema sarebbero una commedia di Virzì, o di Vanzina, che da regista è un sociologo “sotto traccia” di grande acume e, da scrittore e giornalista, lo è dichiaratamente. In letteratura, senza nulla togliere a Giorgio Montefoschi, imprescindibile cantore dei Parioli, oggi la penna che meglio li racconta è quella di Giacomo Tedoldi: cattiva e affilata. In conclusione, la crisi dell’‘idea di Parioli’ è più economica o culturale? Premesso che non so di economia, direi culturale. Ma i Parioli, come suggerisce Pasolini in ‘Petrolio’, hanno da sempre il declino impresso nel DNA. La loro caduta ha avuto inizio prima della nascita.