AGI - Voyeurismo, sesso estremo, perversione e sangue. E poi un omicidio suicidio che ha sconvolto un Paese, quello dei Casati Stampa in 30 agosto 1970. Adrea De Sica decide di raccontare quella storia che ha riempito i rotoicalchi dell'epoca, scegliendo una prospettiva particolare. Con 'Gli occhi degli altri', il regista prende spunto dal fatto di cronaca per costruire un racconto che si allontana dalla ricostruzione storica e si addentra in territori più psicologici e simbolici. Il film esplora i meccanismi del desiderio, del possesso e dello sguardo pubblico, interrogando il modo in cui le relazioni intime possono trasformarsi sotto la pressione del potere, della dipendenza e dell’esposizione.
In questa intervista all'AGI, il De Sica insieme ai protagonisti Jasmine Trinca e Filippo Timi racconta il percorso creativo che ha portato alla nascita del film: dalla prima suggestione nata davanti alla villa abbandonata legata alla vicenda reale, fino al lavoro attoriale costruito sul corpo, sull’ascolto e sulla scoperta quotidiana dei personaggi. Sullo sfondo emerge anche una riflessione sul presente, sul voyeurismo mediatico e su quello sguardo collettivo che oggi, tra cronaca continua e social network, rischia di trasformare il dolore in spettacolo.
Dal fatto di cronaca al racconto psicologico
Andrea parti da un fatto di cronaca reale, ma scegli di non farne una ricostruzione fedele per trasformare la storia in un racconto psicologico e simbolico.
Andrea De Sica: “Ho deciso di staccarmi dalla storia vera proprio nel momento stesso in cui ho scoperto questa storia. Mi sono ritrovato su un’isola, di fronte alla villa abbandonata di persone che non ci sono più, e ho respirato la loro presenza in termini abbastanza strani, inquietanti. Quindi ho voluto restituire quella primissima emozione che ho avuto basandomi su fatti reali. La storia dei Casati Stampa non la stiamo nascondendo, però allo stesso tempo cerchiamo di trasfigurarla e portarla in un orizzonte più psicologico, ma anche più contemporaneo. Parliamo del passato per parlare al presente”.
Il dovere del cinema e il possesso nelle relazioni
La sindrome del possesso nelle relazioni spesso sfocia in fatti tragici. Pensi che il cinema abbia il dovere di lanciare dei campanelli d’allarme negli spettatori?
Andrea De Sica: “Il fatto di averlo fatto, di aver sposato questa storia, ce l’ha messo come grande necessità e dovere. Penso che il cinema non debba insegnare niente, ma debba proporre un’esperienza problematica. Quindi penso che gli spettatori si portino a casa qualcosa che ha a che fare con quello che hai detto e che in qualche modo li faccia interrogare in prima persona”.
Amore, potere e dipendenza: il ritratto dei personaggi
Jasmine, Filippo: i vostri personaggi si muovono dentro relazioni estreme dove amore, potere e dipendenza si confondono. Che ritratto ne esce secondo voi?
Jasmine Trinca: “Un ritratto controverso. Andrea De Sica, come spesso ha fatto nei suoi film, ci permette di accedere al lato oscuro della borghesia, per citare Pink Floyd. In effetti sì, è esattamente questo. La dinamica che inizialmente è amorosa e fuori dagli schemi poi diventa qualcosa davvero dentro lo schema. Quello a cui accennavi, cioè i rapporti di potere, è quello che rovina tutto. Dall’amore al mondo in cui viviamo arriva questo momento per cui il rapporto tra questi due non è più la cosa da cui eravamo partiti”.
Filippo Timi: “Sai, è quasi indicibile perché davanti a questa domanda mi è venuto in mente Dorian Gray. Un ritratto di un uomo che fuori è dipinto in un modo, ma quando poi il quadro si gira, perché la cornice cambia, l’illuminazione cambia, dietro non hai più appunto un uomo. Indicibile, oscuro, nero”.
Il lavoro sulla psiche dei personaggi
Sempre per Jasmine e Filippo: come avete lavorato con Andrea proprio per entrare nella psiche di questi personaggi?
Filippo Timi: “Nel mio caso ho lavorato sul desiderio, sul desiderare appunto un essere umano, quindi Jasmine, questa compagna, l’unica in tutto il mondo, per questo personaggio, capace di comprendere proprio i suoi desideri. Quindi appunto questo aggrapparsi a quest'unione”.
Jasmine Trinca: “Dunque, il lavoro che abbiamo fatto insieme a Filippo e Andrea, vi direi che per quanto poi questo è un film scritto, studiato, che appunto viene anche da delle fonti a cui potevamo attingere, è stato un lavoro di scoperta, un lavoro di nudità, in tutti i sensi, che abbiamo costruito facendo. Ci siamo messi in una tale disposizione rispetto a questi personaggi, a questo racconto, per cui ogni singolo giorno del racconto di Andrea De Sica per noi stessi era un’epifania. Quindi ci siamo sicuramente preparati, ne abbiamo discusso a lungo, anche perché poi il tema dietro a questo film è un tema molto importante. Però è stata una lavorazione sperimentale, usando proprio non soltanto la testa ma anche i nostri corpi. Il corpo dà sempre, secondo me, la risposta a una situazione, che sia nel piacere, che sia nel disagio, e ti direi che abbiamo lavorato in questo senso”.
Voyeurismo mediatico e dolore in spettacolo
Oggi l’attenzione mediatica verso i delitti è quasi morbosa, tra cronaca 24 ore su 24 e discussioni sui social. Che ne pensate?
Filippo Timi: “Non è vero. No, secondo me è finto: non si trasforma niente in spettacolo. Il dolore reale resta reale. Esiste come ti poni, che sguardo hai nel raccontare quella storia. Se sei un poeta sfamalo pure come vuoi, il lupo volgerà sempre lo sguardo al bosco. Se sei un poeta puoi raccontare una storia forte però in un certo modo, che non sciacalla niente. Se non sei un poeta, anche se racconti delle margherite, sarà brutto comunque”.
Andrea De Sica: “Il film non a caso si chiama 'Gli occhi degli altri'. Oggi tutto viaggia alla velocità della luce: qualsiasi immagine viene sbranata, decorata, vampirizzata, trasfigurata. Infatti c’è una scena del film molto forte in cui si fa proprio questo uso vigliacco dell’immagine, come si fa molto spesso oggi. Parliamo anche di revenge porn, entriamo in cose che riguardano questo mondo di immagini che vanno a mille chilometri al secondo perché siamo tutti un po’ ossessionati dagli occhi degli altri. Questi due personaggi pensavano di essere al sicuro su quest’isola ma in realtà non erano al sicuro”.
Jasmine Trinca: “Mi piacciono molto le letture filosofiche dei miei compagni qui. Penso che nel voyeurismo non ci sia soltanto uno sguardo curioso, pruriginoso rivolto agli altri, ma una ricerca piuttosto disperata e spaventosa di quello che siamo noi. Preferisco a questa roba dei social questo tentativo di riconoscimento fatto al cinema. Preferisco che stasera, quando condivideremo questo film con gli spettatori, ci sia un moto di empatia: si guardano gli altri, ma perché si capisce qualcosa di se stessi”.