AGI - Un Maestro della stagione d’oro del cinema italiano per qualità e quantità. Quando la vita era dolce, Via Veneto un concentrato di divi, di intellettuali e di cervelli e Rino Barillari faceva i primi scatti che lo avrebbero portato nel tempo, tra zuffe e flash, a diventare il re dei paparazzi. Tanto che Cinecittà era stata ribattezzata la Hollywood sul Tevere.
Sono trascorsi dieci anni dalla morte di Ettore Scola. Un faccione da zio buono, un sorriso sano e accattivante. Un talento nato in un paesino della provincia di Avellino, il 10 maggio 1931, per poi trasferirsi a Benevento. “Un uomo colto, con letture profonde e una curiosità da rabdomante” lo saluta Walter Veltroni.
Le origini, la satira e la commedia all'italiana
Ha solo 15 anni quando il gusto per la satira si traduce nelle prime vignette comparse sul “Marc’Aurelio” e “Il travaso delle idee”. Come le tante figurine, ritratte in atteggiamenti buffi e con i tic più disparati, schizzate sui suoi superstiti libri di scuola. Sono i vagiti di quello che diventerà un gigante di una particolare commedia all’italiana. Non quella ridanciana, o addirittura pecoreccia di certi filoni oggi riabilitati.
Il cinema di Scola svolta invece, fra i sorrisi, su un intimismo agro, disincantato, a volte delicato, a volte addirittura feroce e la sua produzione finisce per diventare un cangiante affresco, ricco di spessore, di un’Italia in fieri, superata la guerra, e di un’umanità che cerca di fare i conti con i suoi ideali perduti e con l’ipocrisia delle belle famiglie.
L'esordio alla regia e i primi successi
I primi passi da sceneggiatore lo portano a collaborare con Ruggero Maccari. Seguono testi per radio e televisione ed il binomio precoce con un debuttante Alberto Sordi con il Conte Claro e Mario Pio. Personaggi, al limite surreali, probabilmente fin troppo avanti rispetto ai tempi.
È il 1964 quando debutta nella regia. Dovranno passare quattro anni però per il primo successo. Con un tris d’assi, ancora Sordi, Nino Manfredi e Bernard Blier, sperduti e vagabondi, chiedendosi “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”. Firmerà poi alcuni episodi del caustico “I nuovi mostri”, uno specchio deformante e deformato di una società sopra le righe.
I titoli si accavallano: “La più bella serata della mia vita”, “Romanzo di un giovane povero”, “Il commissario Pepe”, “Dramma della gelosia tutti i particolari in cronaca”.
Il capolavoro "C'eravamo tanto amati" e i grandi temi
Per arrivare nel 1974 ad un autentico gioiello: “C’eravamo tanto amati”. Trenta anni di storia italiana rivissuta, con un linguaggio anche inventato, attraverso le vicende di tre amici e una lunga rivalità in amore nel quale si avvicendano Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e una splendida Stefania Sandrelli. Con cammei di Marcello Mastroianni, Federico Fellini, Mike Bongiorno, Giovanna Ralli, Aldo e Lella Fabrizi. Sì, perché ripercorrere la carriera di Scola significa anche sfogliare l’album delle figurine dei più prestigiosi attori italiani: non manca quasi nessuno.
Si sorride, ma soprattutto si pensa. Come nel grottesco “Brutti, sporchi e cattivi”, una periferia romana, che prefigura l’orrore e la violenza di certe borgate odierne. Vincerà a Cannes la Palma d’oro. È il momento crepuscolare, nel giorno dell’arrivo di Hitler a Roma, di “Una giornata particolare”, con una Sophia Loren popolana e disillusa e Marcello Mastroianni gay. Film che il regista definirà: “La ricerca del rispetto. Non c’è altro. Non c’è niente”.
È il 1980 quando un gruppo di intellettuali di sinistra, in piena crisi, tira le somme in “La terrazza” sulla disparità tra il sogno inseguito e la cruda verità dell’insuccesso. Nomi sempre di spicco: Ugo Tognazzi, Jean-Louis Trintignant, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. D’altronde erano note le simpatie e l’orientamento politico di Scola, avendo fatto anche parte del governo ombra del Partito Comunista Italiano.
L'eredità, i riconoscimenti e l'omaggio a Fellini
Seguono un tuffo nell’Ottocento con “Passione d’amore” e più indietro fino alla rivoluzione francese con “Il mondo nuovo”; e ancora “La famiglia”, “Splendor”, “Che ora è”, la serie televisiva “Piazza Navona”, “La cena”, “Concorrenza sleale”, “Gente di Roma”. Ma se l’elenco è incompleto risulta arido, il valore di ogni sua opera lascia una traccia indelebile. D’altronde i premi non gli sono mancati in Italia e all’estero come le molteplici candidature all’Oscar. Nel 2009 il David di Donatello alla carriera per gli 80 anni e il premio “Fellini”.
Curioso che l’ultima volta che si mette dietro la macchina da presa è proprio per un omaggio all’altro grande regista con “Che strano chiamarsi Federico”. Una lunga simbiosi, fra un graffio ed un sorriso, nata con la grande scuola, per ambedue, delle vignette satiriche. Chissà se incontrandosi lassù, ripeteranno, come in “C’eravamo tanto amati”: “Volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi”. Loro almeno ci hanno provato.