Venditti-De Gregori all'Olimpico, la storia siamo noi

Venditti-De Gregori all'Olimpico, la storia siamo noi

Dopo 50 anni il tour nazionale insieme per i due cantautori 'nati' al Folkstudio

Venditti De Gregori Olimpico  storia siamo noi

© MIMMO LAMACCHIA / NURPHOTO / NURPHOTO VIA AFP
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AGI - Dopo cinquant’anni Antonello Venditti e Francesco De Gregori tornano a esibirsi insieme e lo fanno in una tournée nazionale che parte da Roma e si conclude il 5 ottobre con la seconda data all'Arena di Verona, la 21esima del tour. 

Si parte allo Stadio Olimpico di Roma dove i due cantautori, nati artisticamente al Folkstudio di Roma negli anni Settanta, prendono saldamente in mano le redini di una trentina di canzoni (più due bis) scritte nell’arco di 5 decenni per trasportarle nella scena di oggi.

C’è chi lo chiama pop, chi lo chiama rock, chi canzone d’autore, quello a cui assistono i 44mila spettatori presenti nell’unica data romana all’Olimpico (nella capitale torneranno a inizio settembre per due date alla Cavea dell’Auditorium) è il concerto di due artisti che poco si curano dell’anagrafe e della nostalgia ma che sono immersi nel senso e nel suono del nostro tempo, vuoi per i testi che hanno scritto, sempre attuali, vuoi per l’energia musicale che producono grazie ad una band muscolare perfettamente amalgamata (la band è un “collage” composto dai musicisti che solitamente accompagnano i due nel loro lavoro in solitaria).

Debutta infatti sul palco una band che unisce per la prima volta i musicisti che da anni collaborano separatamente con i due artisti: Alessandro Canini (batteria), Danilo Cherni (tastiere), Carlo Gaudiello (piano), Primiano Di Biase (hammond), Fabio Pignatelli (basso), Amedeo Bianchi (sax), Paolo Giovenchi (chitarre), Alessandro Valle (pedal steel guitar e mandolino). Per l’occasione, sul palco anche Fabiana Sirigu al violino e le coriste Laura Ugolini e Laura Marafioti. 

‘Partirono in due ed erano abbastanza’, la scaletta racchiude in 32 brani il meglio dei due repertori: dopo ‘Bomba o non bomba’, che apre il concerto, Antonello Venditti e Francesco De Gregori continuano a incrociare di volta in volta sciabola o fioretto per cantare a due voci della ‘Leva calcistica della classe ‘68’ e di un calcio di rigore forse sbagliato, e della ‘Storia’ che siamo noi, di altre storie ‘Fantastiche come la vita’ e di ‘Bufalo Bill’ e del ‘Segno dei pesci’. E sotto lo zodiaco sterminato di due repertori incredibili questi due cantautori sembrano due musicisti di strada che si ritrovano (con due anni di ritardo causa Covid) a suonare per circa 44mila persone nella calda notte romana.

La potenza del concerto è lì, in quelle canzoni che costituiscono tessuto integrante della cultura musicale italiana dell’ultimo mezzo secolo e soprattutto nelle voci dei due vecchi artisti che si mescolano, si contrastano, scherzano. E così viene fuori un suono che stupisce, che forse prima non c’era e giunge per caso a cinquant’anni da ‘Theorius Campus’, il loro primo e unico album registrato dalla IT di Vincenzo Micocci a pochi passi dallo Stadio Olimpico: il disco vendette pochissimo, ma segnò un’epoca.

Venditti e De Gregori, si muovono sul palco come antichi complici tornati a consacrare il luogo del delitto. Dopo ‘Dolce signora che bruci’, riproposta con il semplice accompagnamento di una chitarra acustica come agli inizi della loro carriera nel 1972, si prendono anche il lusso di cantare ognuno per conto proprio una manciata di pezzi per brevità definiti classici: ‘Alice’, ’ Sara, ‘Notte prima degli esami’, ‘Santa Lucia’ per poi incontrarsi nuovamente sul palco e tirare fuori dal cappello un’emozionante rilettura di ‘Canzone’, omaggio al vecchio amico Lucio Dalla.

Poi di nuovo ‘Pablo’ (con una strizzatina d’occhio ai Pink Floyd di ‘Shine on you crazy diamond’), ‘Unica’, ‘La Donna Cannone’ (con la voce di Antonello che fa volare alto l’inciso) fino al viaggio del ‘Titanic’ verso ‘Questo mondo di ladri’.

Canzoni note e cantate da tutti, gli over 40 e i molti giovani e giovanissimi. E non parliamo solo di ‘Generale’, fin troppo citata in questi ultimi tempi, ma anche dei pezzi più “leggeri” passati a suo tempo velocemente per radio e che qui stasera assumono nuova consistenza e nuova complessità.

Dopo più di due ore e mezzo, dopo la maestosa ‘Roma Capoccia’, è già tempo di bis: i falegnami e i filosofi allucinati de Il vestito del violinista’ cedono il passo alla tenerezza e allo struggimento di ‘Ricordati di me’, poi ‘Viva l’Italia’ e tutti a casa con ‘Buonanotte fiorellino’ e, immancabilmente, ‘Grazie Roma’.