'Ti ho visto negli occhi' racconta il rapimento Bulgari-Calissoni (e com'era l'Italia al tempo dei sequestri)

'Ti ho visto negli occhi' racconta il rapimento Bulgari-Calissoni (e com'era l'Italia al tempo dei sequestri)

Su RaiPlay il docu-crime che 34 anni dopo, tra memoria familiare e storia italica racconta il sequestro di madre e figlio che costò quattro miliardi di lire e il sacrificio di un orecchio del ragazzo

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Un'immagine di Giorgio Calissoni all'epoca del rapimento

AGI - “Non si sono fatti ancora vivi i rapitori  di Anna Bulgari, comproprietaria della famosa gioielleria in via Condotti e di suo figlio Giorgio Calissoni sequestrati ieri nella loro villa di Aprilia”. Si apre con la voce di Bruno Vespa, trentasette anni fa conduttore del Tg1, il docu-crime  ‘Ti ho visto negli occhi’, scritto e ideato da Vania Colasanti, diretto da Andrea Menghini e prodotto in esclusiva da RaiPlay, piattaforma sulla quale è disponibile dal 19 novembre scorso, tragico anniversario di quel rapimento del 1983  che durò 35 giorni, costò un riscatto di quattro miliardi di lire e, soprattutto il sacrificio dell’orecchio destro del diciassettenne Giorgio Calissoni, tagliato brutalmente dai rapitori sardi con un coltellaccio e spedito alla famiglia per accelerare il pagamento del riscatto.

È stato proprio Giorgio, oggi 54 anni, notaio, sposato e padre di due ragazze di 18 e 19 anni, Diamante e Delfina, a voler raccontare la sua  storia nel documentario dedicato a sua madre, scomparsa lo scorso maggio a 93 anni, che in 'Ti ho visto negli occhi', intervistata da Colasanti alterna i suoi ricordi a quelli del figlio, a cui si deve il titolo: come racconta all’inizio del docu-crime, dove è sempre ripreso in primo piano e mai dal lato dell'orecchio offeso, Calissoni attraverso una fessura della benda imposta per tutto il periodo della prigionia (insieme all’ovatta nelle orecchie per impedire ai rapiti di capire dov’erano) vide negli occhi uno dei rapitori “quello che si faceva chiamare Riccardo” temendo quindi di essere scoperto e ucciso, ma riuscendo poi, grazie a quella sbirciata, a riconoscerlo in fase processuale.

Giorgio Calissoni, che non si era mai raccontato così, ha voluto far conoscere una pagina buia e dimenticata della storia italiana, quella dei sequestri - chiarisce all’AGI Vania Colasanti - e un rapimento che nella memoria collettiva è stato offuscato da quello di  Paul Getty avvenuto dieci anni prima (l’orecchio di Giorgio è stato ricostruito, con più delicate operazioni, dallo stesso chirurgo americano, Burt Brent, che aveva già operato Getty, ndr).

Con una grande operazione di squadra, alla quale hanno partecipato il curatore Alessandro Corsetti e il ricercatore Andrea D’Alfonso, “una sorta di archeologo delle immagini” il docu-crime, “con tanto materiale grezzo recuperato nelle teche Rai” mette insieme memoria familiare e storia italica, le testimonianze di chi era in villa al momento del rapimento il filmato dei due in clinica una volta rilasciati, lei dimagrita di dieci, Giorgio di 14, con la ricostruzione di quell ’epoca in cui era presidente Pertini, Craxi era il presidente del Consiglio, e la notizia della liberazione dei due ostaggi alla vigilia di Natale, fu data dal telecronista Rai che lesse un flash di agenzia durante la messa di Natale di papa Giovanni Paolo II.

Nel racconto di quel rapimento avvenuto otto anni dopo che la famiglia era stata già colpita da quello di Gianni Bulgari, Colasanti ha emesso alcuni dettagli tragici e mortificanti (“per tutta la prigionia Anna e Giorgio furono costretti a mangiare pane duro, carne in scatola e tonno, e per lavarsi utilizzavano delle bucce di mandarino” svela all’Agi) dando invece grande spazio al rapporto madre-figlio, che ruota e si sviluppa sul vulnus del terrificante taglio dell’orecchio, raccontato da Calissoni nei dettagli: “Il giorno 16 dicembre, alle sette di sera arrivò Riccardo, (coì si faceva chiamare uno dei rapitori ndr) furibondo perché la magistratura aveva bloccato i beni con cui la famiglia avrebbe dovuto pagare il riscatto - rievoca - mi chiamarono nella loro tenda, mi dissero che visto che la mia famiglia non pagava mi avrebbero tagliato l’orecchio (“solo un pezzettino..”) anche se poi il taglio non fu affatto così minimo”.

A niente valse la preghiera di Anna di sacrificarsi al posto suo: “Evidentemente pensarono che l’orecchio di un ragazzo sarebbe stato di maggiore impatto, mi diedero un po’ di grappa e me lo tagliarono con un grosso coltello”. Calissoni non pianse e non urlò, per risparmiare quell’ulteriore dolore a sua madre, lei per la disperazione di non essere riuscita a evitare quello scempio a suo figlio si strappò i capelli: “Nella foto divulgata dai rapitori con madre e figlio in catene , Giorgio era con una grossa benda sull’orecchio e il foulard  sulla testa di lei si deve proprio alla necessità di coprirla ”, racconta l’autrice. 

Intervistata nel docufilm pochi mesi prima della sua scomparsa la Bulgari, con i capelli bianchi raccolti e il rossetto, dal salotto di casa racconta a Colasanti l’orrore di quei giorni, il potere salvifico della letteratura  e della religione, cita Dante, Gozzano i suoi neologismi poetici di quei momenti (come “l’orrore vince su tutto)  e racconta anche quanto  abbia sempre provato un debito di riconoscenza verso suo figlio: “Senza il sacrificio del suo orecchio forse non saremmo stati qui”, spiega lei che secondo il figlio “non ha mai superato la sofferenza di non essere riuscita ad evitarlo”.

Da parte sua Calissoni, adesso che la mamma non c’è più è sicuro che il docufilm “la renda eterna”. Lui ha avuto più tempo della mamma, da quella tragedia dei suoi diciassette anni, di metabolizzare il trauma, ma come racconta sua moglie nel docufilm, ci ha messo tanto per liberarsi dall’ossessione di chiudere a chiave tutte le porte di casa.