"Il mio lavoro? Non è utile, ma rasserena", dice il vignettista Nat

"Il mio lavoro? Non è utile, ma rasserena", dice il vignettista Nat

"Vedi gli infermieri, i medici, anche quelli che non possono andare a lavorare perché magari le attività sono state chiuse, e te lo chiedi: ‘che gli porto io alla comunità? Qual è il valore, l’aiuto, l’utilità di quello che faccio?’ La risposta mi è arrivata poi dai social", racconta all'AGI Mario Natangelo

nat satira vignette

© Facebook 
- Nat

Una delle caratteristiche della satira, specie quando si manifesta in forma di vignetta, è il cinismo, e anche in questo Nat, cui disegni troviamo giornalmente, oltre che in rete, sul Fatto Quotidiano, nonostante la giovane età, è un maestro. Ma, raggiunto al telefono specifica: “Non vai ad infilare il coltello nella piaga per puro gusto o per sconvolgere con quella cosa”.

Anzi, Mario Natangelo, la firma per esteso che si cela dietro lo pseudonimo Nat, napoletano classe 1985, trova il tempo, parlando di limiti della satira, di porsi delle domande molto serie sul proprio mestiere: “Mi sono chiesto molte volte se fosse il caso, soprattutto passata la sbornia iniziale, quando tutto è poi diventato quotidianità: la punta dei morti, gli ammalati, sempre più persone coinvolte… Vedi gli infermieri, i medici, anche quelli che non possono andare a lavorare perché magari le attività sono state chiuse, e te lo chiedi: ‘che gli porto io alla comunità? Qual è il valore, l’aiuto, l’utilità di quello che faccio?’. Quindi mi ha fatto piacere che la risposta mi è arrivata poi dai social, ricevere conferme da quelli che leggono, che spesso sono persone coinvolte in prima linea, come medici, infermieri, forze dell’ordine, che magari mi hanno scritto per una vignetta che ho fatto su una vicenda che li riguarda. Oppure gente che sta a casa, alle volte c’è l’angoscia, altre volte la noia, e ti dicono che si divertono, mi scrivono ‘menomale almeno ci sta una cosa che ci rasserena ogni tanto’”.

Quindi alla fine l’hai trovato un senso profondo in ciò che fai, no? Te l’hanno indicato i tuoi lettori…

“Sicuramente mi supporta avere il conforto di quelli che mi leggono. ‘Vabbè – penso - non sarà un’attività fondamentale di quelle che dici ‘Ah morirei senza!’, però pare che un po' alleggerisca la situazione’. D’altra parte io lo vedo anche su di me, che sono prima lettore e poi autore, e mi fa piacere che ogni giorno i colleghi che seguo mi regalano qualcosa e mi fanno fare una risata. Quindi limiti direi di no, non l’ho mai fatto né lo faccio adesso”.

Non c’è stata una vignetta che hai disegnato e ti sei detto “No, questa è troppo”…?

“Si, ci sono state diverse vignette che ho disegnato, che trovavo divertenti, ma poi non le ho pubblicate. Ne ho fatta una proprio in questo periodo, che poi l’ho guardata, mi sono messo a ridere, però poi mi sono detto “vabbe dai…no”.

Di che trattava?

“Ricordo che erano morti i primi due impiegati delle poste e avevo fatto una vignetta che scherzava su questa cosa, ma poi ho riso e l’ho buttata”.

Come mai?

“Mi sono chiesto a che sarebbe servito. Ma è una valutazione che ho fatto io in base al gusto mio, quella vignetta la considero tutt’ora spiritosa e forse qualcun altro l’avrebbe pubblicata, ma io in quel momento mi sono detto ‘sai che c’è? Non mi va’.

 

E invece gli italiani ce li hanno dei limiti in questo senso?

“Ce li hanno, ce li hanno sempre avuti. Adesso più che mai perché c’è una tendenza insita negli italiani a polarizzare le discussioni: ‘io sono di una squadra e tu di un’altra’. C’è una vecchia regola dei comici che dice: “L’ironia è una formula matematica: tragedia+tempo”, cioè tu puoi cominciare a fare ironia su un fatto tragico soltanto quando è passato del tempo. Tipo l’olocausto, all’epoca nessuno si sarebbe permesso, adesso noi ci scherziamo piuttosto tranquillamente. In questo caso è incredibile perché succede una cosa ed io dopo mezz’ora ti posso fare una vignetta, quindi qual è questo tempo, qual è la regola oggi? E si torna alla sensibilità che ognuno ha, io sono dieci anni che faccio questo lavoro e quindi sono cresciuto con i social anche se disegno per un quotidiano”.

Lavorare per un quotidiano ti ha dato una prospettiva diversa del tuo lavoro?

“Lavorare per un quotidiano mi ha dato una coscienza, mi ha fatto capire la responsabilità che hai quando comunichi alla gente, perché se lavori per un quotidiano capisci perché ci sta il capo-servizio, il capo-redattore…perché ci sono dei controlli da fare, non si può pensare una cosa e pubblicarla. I social dall’altro lato mi permettono di non avere vincoli e fare quello che voglio, crescere in entrambi gli ambiti mi ha fatto sentire la necessità di capire bene il peso, la portata di quello che faccio, come se fossi seduto su un cannone e potessi sparare palle quanto mi pare; il giornale invece mi ha insegnato a controllare, a mirare, a capire quando è il caso e quando no, ed ora uso questa cosa anche sui social.”

 

 

Gli italiani quindi sono un popolo ironico anche in questo momento?

“Si, in parte. Da quello che vedo per il lavoro che faccio, c’è voglia di ridere, stanno molto a casa quindi stanno molto su internet e c’è molta più interazione rispetto a prima. Quindi vedo un grande interesse in più rispetto al mio lavoro online oltre a quello sul quotidiano. Poi ci sono naturalmente i soliti che rispondono “vieni qui a Bergamo a vedere le ambulanze!”, ma si, lo vediamo, lo leggiamo, io faccio un altro lavoro, non sto a ricordarti le disgrazie, provo a sorriderci su”