Da Cremonini a Nada, le recensioni alle uscite della settimana
Da Cremonini a Nada, le recensioni alle uscite della settimana
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È chiaro che i “dalliani” più integralisti potranno storcere il naso, ma l’operazione è portata a casa con tale rispetto, che non si può non amare; Cremonini con questa uscita ci fa del male in realtà, segna una linea così netta con i prodotti discografici odierni, dimostrando anche che non è un discorso di sonorità, di slang, ma semplicemente artistico, semplicemente ai tempi si sentiva l’esigenza di tenere un profilo altissimo altrimenti sprofondavi in un sacrosantissimo oblio, oggi ci si accontenta, basta esserci, ed è semplicemente un peccato. Giovanni Truppi – “La felicità”: Un Truppi semplice e diretto ed efficace e chiaro. Un Truppi quasi in versione Rodari, che scova la poesia nei meandri di questo universo falsamente virtuale, virtualmente felice, realmente allo sbando; e poi la utilizza per spiegarci, come se fossimo i bambini distratti e irrequieti che siamo, che in fondo altro non facciamo che inseguire la felicità come si insegue l’orizzonte, con tenacia e vanamente.

Truppi, in questo pezzo scritto e prodotto con il supporto (anche) del sempre ottimo visionario Niccolò Contessa, ci propone una carrellata di immagini nitide, inequivocabilmente comuni, forse proprio per dimostrarci che il concetto di felicità, nel nostro microcosmo egocentrico e avaro, non esiste davvero; oppure che esiste eccome, ed è il motore che ci guida ovunque, che è l’ideale variabile al quale tutti aspiriamo. La felicità, quella cosa che esiste e non esiste insieme, il nostro filosofico e personalissimo gatto di Schrödinger, che però sentiamo miagolare nel pezzo di Truppi. No, nel bellissimo pezzo di Truppi. Nada – “Chi non ha”: Un ritratto crudo sulla miseria umana, su una mancanza, fondamentale, concettuale, che poi genera la povertà dei nostri cuori, la nostra disumanità sconcertante eppure dannatamente accettata. Nada riporta nel mercato il suo stile, questo graffio lancinante nella voce, che ti fulmina, ti blocca lì dove sei ad ascoltare, forte di un’autenticità che non conosce pudori. È una delle signore della storia della nostra musica, senza alcun dubbio, un elemento fondamentale affinché la musica italiana non si disperda tristemente in questo deserto dalle forme imperfette. Meg – “Vesuvia”: Un disco dalle tonalità forti, estremamente femminile, il che non vuol dire femminista, vuol dire che brano dopo brano si percepisce quella meravigliosa ferocia totalmente estranea a noi maschietti, quella forza, quel coraggio, quella dignità. Musicalmente poi, inutile specificarlo, si tratta del ritorno sulle scene di una delle più belle voci femminili italiane, una voce densa di carattere e di una forza evocativa che forse non ha eguali e moderna, anzi, di più, futurista; d’altra parte il pop di oggi lei lo faceva vent’anni fa. Il disco è potente e piacevole, artigianale e ipercontemporaneo, complesso eppure accessibile. Una perla che sarebbe bene non si disperdesse in un ambiente che lamenta spesso, a ben ragione, una mancanza di attenzione per i lavori delle donne; per dire, questo è proprio imperdibile, surclassatelo di stream perché merita. Emma Nolde – “Dormi”: Che carattere, quanta musica sganciata sulla tua faccia mentre ascolti, senza la presunzione di imporre un’idea di se stessi, senza alcun rigurgito di egocentrismo a buon mercato; niente di semplice, niente che non si possa spiegare con una pennellata di poesia, niente che non sia ampiamente masticato col sudore dello studio, niente che non sia pregno di significato, dalle più piccole intonazioni, dalle più minuscole note, fino alle esplosioni, alle aperture più illuminanti, anche quando estremamente nostalgiche. “Dormi” ti abbraccia e ti coccola, ti scuote e ti consola, ti avvolge e ti apre gli occhi e ti apre il cuore e ti apre i polmoni. Emma Nolde è una perla di artista e questo disco ti fa sentire meno solo. Edda – “Illusion”: Un album che trasuda quella modalità artigianale di confrontarsi con la musica tipica di Edda, quindi tipica di un circuito underground che vide proprio in Edda uno dei protagonisti, tipica di un approccio genuino e diretto, paziente ed incisivo. Edda non è artista da classifica e forse proprio questo fa di lui un artista, un totale ed evidente disinteresse per il riscontro commerciale del proprio lavoro, ma solo la precisa volontà di raccontare qualcosa a qualcuno e un linguaggio, onesto, schietto, anche antico se vogliamo, per farlo. Si tratta di un disco magnifico, che merita attenzione e gusto per essere apprezzato, ma che poi ti restituisce puro oro. Legno – “Ansia e sapone”: I Legno sono in continua crescita, anche se le tematiche restano semplici, narrative, facilmente accessibili, con dei tratti perfino ironici, il progetto cresce nella struttura dei brani, che sono sempre più solidi, sempre più diretti. Cresce anche nell’interpretazione, sempre più precisa, più specifica, messo da parte quel pressapochismo che ha fatto la fortuna del cantautorato indie, ora è il momento di fare le cose perbene e perbene vengono fatte. “Ansia e sapone” sa di domenica pomeriggio, di quell’ansia da niente che prende alle volte e ti inchioda al divano. In questo è atroce, in questo è meravigliosa. Camilla Magli – “Club Blu”: La bravissima Camilla Magli chiude il suo EP “Club blu” con altri due brani: “Ore” e “Club blu”. Alla fine il risultato è molto interessante, è tutto molto intenso, tanto carattere nella voce, è come se in fase di produzione ci si fosse concentrati proprio sulle piccole sfumature ed è stata una scelta intelligente. Un pop ultramoderno che saprebbe di già sentito se non fosse che alle volte è fatto proprio bene e stavolta è fatto proprio bene. CeK EL BLANCO – “Quella notte in lsd”: Uno di quei dischi che prima di cliccare play è meglio indossare il caschetto da boxe, perché i pugni arrivano forti e schietti. CeK EL BLANCO torna con un disco in cui riprende vecchi brani; si sente in effetti una spregiudicatezza ancora più spinta, più giovine. Uno sfogo artistico, un taglio sulla tela, un senso di profonda tensione che pervade tutte e otto le tracce, infatti tutto avviene mentre aspetti che avvenga, CeK EL BLANCO ti illude che il verso dopo esista solo per chiudere il verso prima, invece ogni singola virgola viene appesantita di un tale significato che potrebbe anche essere un pezzo a sé, raccontare un sentimento a sé, una storia a sé, innaffiata con sangue e rabbia. Il risultato potrebbe essere cupo, in realtà, al contrario è illuminante, strano nell’accezione più positiva possibile. M.E.R.L.O.T. – “Gocce”: Scrivere canzoni che siano degne di questo nome è molto complesso, specie in un ambiente che spinge furiosamente avanti personaggi che non hanno mai toccato uno strumento, che non hanno niente da dire né la volontà di dirlo, che non sanno infilare due parole in italiano una dietro l’altra e che si dilettano, spesso stonati, su basette che manco le armoniche durante l’ora di musica alle elementari. M.E.R.L.O.T. invece propone delle canzoni che si fanno ascoltare in maniera del tutto piacevole, in mezzo ci sono delle hit (“Ventitre”, “Lacrime da bere” e “Sparami nel petto” sono già andate molto bene) e dei brani più introspettivi che non sono fatti per andare in classifica ma soprattutto per specificare all’ascoltatore qual è il prodotto. Ed è un prodotto davvero buono, non originalissimo, diremmo anzi che sa di già sentito se non fosse che stavolta è fatto a dovere, con senno, infatti non c’è un solo brano che sia sbagliato. Bravo. Dile – “Quando vedo te”: Multipli riferimenti musicali, italiani e stranieri, un frappè di roba messo insieme però con gusto, il risultato infatti è molto atmosferico, piazzi il brano in una delle tue playlist di Spotify e non vedi l’ora che lo shuffle te lo riproponga. La strada è giusta. Jack Out – “Male e bene”: Il modo in cui Jack Out traduce il sentimentalismo di un’intera generazione è stupefacente. Tutto è semplice e diretto, dannatamente autentico, dannatamente efficace, anche quando molto più giovane di te, che sei arrivato ad un punto della vita in cui l’amore è una cosa del tutto diversa; così ti specchi perfettamente, con lucidità e nostalgia, in quel mondo così melodrammatico e così divertente, in cui tutto ti si palesa come una fine del mondo che non arriverà mai. Drill Burton – “Mirino”: Viviamo un tempo in cui siamo convinti di aver già visto e sentito tutto, ci approcciamo al mondo, anche alla musica, con una irragionevole presunzione; niente ci fa più orrore, il dolore, l’ansia, la morte, dribbliamo tutto manco fossimo Garrincha, scoordinati ma felici, rimasti appesi col pollice sullo schermo dello smartphone mentre tutto va in fiamme ma nessuno ce lo dice, anzi, lo vediamo su Instagram, tutti sembrano schifosamente felici. Poi ci sono certi momenti, quelli che ti riportano alla vita vera, che ti fanno rendere conto, anche solo per pochi minuti, che in realtà col cavolo che va tutto bene, col cavolo che il sorriso domina indisturbato sulle vostre facce, anzi, no, le sfighe ci tagliano in due la schiena e i social altro non sono che lo specchio di una battaglia persa, dove è rimasto in piedi solo il superfluo.

Oppure ti capita di sentire una canzone, come questa “Mirino” del bravissimo Drill Burton, che è disperata e toccante, dura e angosciante, l’ascolto del brano quasi ti tormenta e ti sconfigge; vorresti evitarla come un incubo ma invece te ne innamori come una croccante crosta sopra una ferita. Drill Burton ha annunciato questo come l’ultimo del suo progetto, speriamo ci ripensi.

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