Da Mannarino a Paradiso, le recensioni dei dischi della settimana

Da Mannarino a Paradiso, le recensioni dei dischi della settimana

Ottimo il ritorno di Mannarino, meno quello di Tommaso Paradiso. Meraviglioso il duetto tra Mobrici e Brunori SaS, al contrario malissimo Aisa Argento, Blind e Mario Venuti. Chicche della settimana i singoli di Vodoo Kid e Laila Al Habash

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© Francesco Fotia / AGF - Tommaso Paradiso

AGI - La discografia italiana ricomincia a sbuffare musica, fuori oggi alcuni lavori molto attesi, dal nuovo disco di Mannarino, che ci trascina in luoghi lontanissimi, al nuovo singolo di Tommaso Paradiso, che neanche stavolta si dimostra granchè illuminato. A differenza di Mobrici e Brunori SaS che ci propongono una ballad meravigliosa, struggente, intensa, imperdibile. Molto bello il disco dei Fask, molto meno il singolo dei Modà, cui pop commerciale ormai appartiene ad un’altra epoca. Asia Argento rappa, Blind pure, Mario Venuti reinterpreta in chiave samba alcuni capolavori del repertorio italiano, queste sono alcune delle disgrazie accadute questa settimana nel mondo della musica italiana. In zona rap magnifico il disco di Lele Blade, divertente quello dei Tauro Boys. Favolosi i nuovi singoli di Vodoo Kid e Laila Al Habash.

Mannarino – “V”

Io me lo ricordo il debutto di Mannarino, era il 2009, lui aveva tirato fuori dal cilindro quella perla di album che fu “Bar della rabbia”, appena appena prima che esplodesse una generazione di cantautori indie che rischiava di inghiottirlo in una scena che, semplicemente, non aveva niente a che fare con lui. Noi chiaramente, da questa parte, non potevamo saperlo che stavamo per cominciare un viaggio insieme a questo cantautore romano che sembrava tirarti giù nelle profondità di una Roma che diventava improvvisamente provincia di se stessa, Mannarino la raccontava con tale familiarità da renderla alla fine minuscola, fino ad incastonarla in una sorta di folk rauco intrigante, come non sentivamo nella musica italiana da tempo.

Che fosse un viaggio, in realtà, non potevamo saperlo, sarebbe potuta essere anche una gitarella, il tempo di una gricia e una passeggiata a Trastevere, invece più passavano dischi e canzoni e più quel panorama si gonfiava e Roma diventava il mondo, così oggi, a distanza di oltre dieci anni, ascoltando “V”, ci rendiamo conto che in realtà Mannarino più che un viaggio offre una via di fuga per lo spirito, un’opzione, la possibilità di surfare la sua musica, quel parlato così intenso, e andare altrove, in posti che sono lontani anni luce dall’elettro flusso inafferrabile che ormai domina le nostre giornate.

Posti in cui scorre acqua, vibra il fuoco, suonano i tamburi, esplode la natura, piovono storie che sanno di antichità, di vecchi proverbi, la celebrazione di una tradizione che in fondo è lo stesso Mannarino ad inventarsi, una sorta di new age in cui si fugge dal futile per riunirci semplicemente alla propria essenza, alla propria anima, alla propria natura. Mannarino questo ci offre in “V” che, scommettiamo, non ha niente a che vedere con “Vittoria”, non crediamo ci sia spazio per concetti così fuorvianti come sconfitta e vittoria nel suo mondo, che è un mondo sempre più spopolato, sempre più irraggiungibile, sempre più bisognoso della nostra attenzione, del nostro sacrificio, eppure esiste, sta lì, e Mannarino ce lo canta, ce lo mette giù in poesia, stornelli, riflesso nei suoi occhi in piedi sui pedali, in fuga.

Roba che ti fa venire voglia di fare lo zaino, prendere il primo bus e scappare il più lontano possibile, avvicinare la musica alla strada, un po' come ha fatto lui, per riempire gli occhi delle stesse meraviglie, delle stesse avventure, ma anche delle stesse miserie, della stessa povertà. Ma ce ne vuole di coraggio. Il racconto comunque è unico, non si può smembrare in particolari, brani, assoli, versi…sarebbe come raccontare “Biancaneve” e soffermarsi sulla marca della mela avvelenata; “V” va ascoltato dall’inizio alla fine, preferibilmente viaggiando spediti, preferibilmente senza meta.

Tommaso Paradiso – “Magari no”

Procediamo a piccoli passi che è meglio: Tommaso Paradiso è capace di scrivere buone canzoni, ne siamo testimoni, ne abbiamo scritto più volte, le abbiamo ascoltate, perfino amate; cominciamo così. Che Tommaso Paradiso faccia uscire le sue canzoni come Tommaso Paradiso o come voce dei Thegiornalisti, da questo lato della barricata conta poco o nulla, anzi siamo intimamente convinti che pure non fosse avvenuto lo scisma meno entusiasmante della storia della musica italiana, quello appunto che ha visto Tommaso Paradiso allontanarsi da Marco Musella e Marco Primavera, gli altri due Thegiornalisti, i brani proposti sarebbero stati esattamente gli stessi, non sarebbe cambiato manco un accordo per sbaglio, il che sta nella dinamica delle band, anche di quelle che non si sciolgono, mica c’è niente di male.

Sta di fatto però, che, forse per qualche strana makumba, per qualche incrocio astrale del quale ignoriamo consistenza, natura ed effetti, da quando Paradiso ha imboccato la via solitaria non azzecca più un pezzo che sia uno. “Magari no”, certo, sta un passo avanti “Ricordami”, che è un disastro totale, il centro del pianeta musica oltre il quale se scavi ancora spunti direttamente in Cina, ma non basta, anzi, in verità è ancora lontanissimo dal bastare, dal farla sembrare una canzone vera e non uno spot per gonfiare un ego già evidentemente smisurato.

Bisogna dire che in “Magari no” la storia è piuttosto lineare: un uomo viaggia ferito d’amor in autostrada, si beve una Coca-Cola all’autogrill e invita quella donna che si è già presa tutto andandosene a portarsi via pure la stessa canzone che sta cantando. Ok, magari non è la storia più intrigante o originale del mondo, ma è un tema sul quale non cala mai il sipario, quindi ci può anche stare; poi, oh, ognuno quando soffre per amore si beve quello che vuole.

Ma il punto, perlomeno quello che ci interesserebbe indagare, è: dov’è finito il Tommaso Paradiso di “Promiscuità”, “Proteggi questo tuo ragazzo”, “Mare Balotelli”, “Completamente”…tiè, pure di “Questa nostra stupida canzone d’amore” o “Felicità puttana”, che già comunque mostravano evidenti sintomi di febbre da mainstream? Perché non crediamo più nella sua musica? Perché quella ristrutturazione, seppur raffazzonata, del sound del cantautorato anni ’80, che nel 2014 ci suonava come intuizione geniale, adesso ci sembra una presa in giro, anche piuttosto palese? Come se Tommaso Paradiso si adagiasse semplicemente sull’essere Tommaso Paradiso e la musica servisse semplicemente come sostegno per continuare ad essere Tommaso Paradiso.

“Magari no” anticipa l’uscita del primo disco da solista dallo sfortunatissimo titolo “Space Cowboy”, che non c’entra nulla col pezzo dei Jamiroquai, grazie a Dio, ma che, secondo quanto detto dallo stesso Paradiso al Corriere della Sera, è stato scelto perché “Vaccaro nello spazio” non suonava bene (a noi, così, a primo ascolto, ci sembra azzeccatissimo); non ci speriamo nemmeno, dobbiamo essere onesti, “Ricordami” ci ha disarmato dall’imbarazzo, ma forse in questo nuovo disco scorgeremo nuovamente quel Tommaso Paradiso indie, ormai visibilmente smutandato da questo nuovo Tommaso Paradiso fighetto che fa musica in panciolle. O magari no.  

Mobrici feat. Brunori SaS – “Povero cuore”

Straziante confessione in musica, una ballad che ipnotizza, ricca di guizzi, che disarma dall’onestà, che coinvolge in un dramma che riguarda ognuno di noi, senza esclusione, rispetto all’amore che dobbiamo a qualcuno (che dobbiamo sempre dell’amore a qualcuno), ma soprattutto rispetto a quello che dobbiamo a noi stessi. Mobrici si guarda allo specchio e in quello specchio riflessi ci siamo tutti quanti, sempre incapaci di tenerci il cuore nel petto, sospettosi di ogni sguardo altrui, indecisi su chi e cosa siamo, che è il vero problema quando ci troviamo di fronte ai bivi del mondo.

Dall’altra parte c’è Brunori che risponde, e lo fa con la sua voce più adulta, più esperta, da saggio di provincia, ormai capace di lasciar perdere, di farsi scivolare addosso le cose, come solo i puri si possono permettere; “Dicono quello che dicono/ Solo per farti male, per farti incazzare/ Lasciali stare, non li ascoltare/ Vattene al mare, pensa a ballare/ Pensa a suonare/ E scrivi canzoni d’amore”, versi di una bellezza stratosferica, resi ancora più belli dall’interpretazione che ne da il cantautore calabrese.

“Povero cuore” è una di quelle canzoni che becchi la notte in radio mentre torni a casa in macchina brilloccio, trovi parcheggio sotto casa ma non hai la forza di scendere finchè non finisce, finchè non te la sei ascoltata tutta, finchè il coltello non consuma tutta la lama dentro lo stomaco; una di quelle canzoni che ti costringono a sospirare forte, a fumare un’altra sigaretta, sperando inutilmente che il vuoto si riempia. Una canzone pericolosa, che ti obbliga a fare i conti con l’unico nemico che non ti puoi permettere di distruggere o di evitare, di quelle che se c’hai un’anima decente non ti fanno dormire la notte. Una canzone pericolosa, eppure necessaria. Per cui: grazie.

 

Fast Animals and Slow Kids – “è già domani”

E' un ritorno felice quello dei Fask, a due anni da “Animali notturni”, non solo perché il disco è un bel disco, ma soprattutto perché la formula dei Fask si conferma ancora fresca, funzionante, efficiente. Rock puro, senza inutili orpelli, nessuna schitarrata fine a se stessa, un focus ben preciso su quello che si intende comunicare, che arriva chiaro e limpido, senza alcuna sbavatura, in vero stile cantautorale. Anzi, l’album è proprio perfetto, scorre via che è un piacere lasciandoti anche una certa ricchezza, non troviamo altro termine, l’apertura verso un dialogo diretto con chi ascolta, il che naturalmente rende tutto molto coinvolgente.

Due featuring, cosa piuttosto insolita per la band perugina, con Willie Peyote, con il quale duettano in “Cosa ci direbbe” e con Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale, che partecipa alla stesura del testo di “Come un animale”, tutte caselle da percorrere per arrivare a “è già domani ora”, forse il miglior brano del disco (ma è davvero una questione di gusti). Il tesoro dei Fask è questa innocenza di provincia, questa straordinaria umiltà nel porsi, anche in musica, soprattutto in musica, soprattutto con la musica, la capacità di farci ascoltare un disco e teletrasportarci all’istante dentro l’ennesimo clubbaccio, con il bancone che puzza e appiccica di birra, a far “si” con la testa, a guardare il proprio fisiologico disagio attraverso un caleidoscopio fatto di musica, santo iddio, ben suonata, e parole ben scritte. Questa è musica che non ti fa sentire abbandonato, solo quando la solitudine pesa e tu ti senti la persona più sola del mondo. Bravissimi.

The Leading Guy feat. Vinicio Capossela – “Solo musica”

The Leading Guy ci restituisce per tre minuti un Capossela che non ascoltavamo così da anni e che, diciamocelo, nonostante l’amore infinito e incondizionato, nonostante a fede cieca lo abbiamo seguito in ogni singolo anfratto della sua genialità, ci manca. Quello leggerissimamente più accessibile, che ti offre una visione alternativa e meravigliosamente fuorviante della vita. Ma attenzione, la straordinarietà di questo pezzo sta nel fatto che ci risentiamo un certo Capossela ma non è una canzone scritta da Capossela, l’ha scritta invece questo The Leading Guy, bellunese, 34 anni, un cantautore molto interessante al suo esordio assoluto in lingua italiana.

Capossela segue la sua strada, chi lo conosce lo sa, dev’essere rimasto proprio affascinato da questo pezzo per accettare di affidarsi totalmente alla poetica di qualcun altro, e ha fatto bene. Il pezzo è stupendo, una ballad nostalgica che celebra la devozione che un artista sente dentro verso la musica, la gratitudine, l’emozione che commuove e coinvolge anche chi ascolta. Grazie The Leading Guy, sperando che magari, cantando in italiano, ti troverai un nome d’arte normale, per averci regalato un piccolo pezzo in più di Capossela e grazie a Capossela, semplicemente di essere Capossela.

Modà – “Comincia lo show”

Chissà se c’è davvero ancora posto nella discografia italiana per il genere di pop offerto dai Modà, una sorta di versione iper commerciale dei Negramaro in fondo. Per un po' li avevamo persi di vista e, spiace ammetterlo, sono stati gli anni migliori, più illuminanti e rivoluzionari e rigeneranti del cantautorato italiano, forse addirittura dagli anni ’70. I Modà nei primi dieci anni del nuovo millennio avevano un senso, riuscivano a ritagliarsi una grossa fetta di pubblico perché alla più grossa fetta di pubblico vendevano esattamente il prodotto che desiderava.

Oggi i ragazzi ascoltano perlopiù rapper che parlano di droghe, soldi e sesso, il che certamente non è una buona notizia, ok, ma diciamo che si è decisamente perso quel desiderio di romanticismo a tutti i costi, che fa troppo fine ‘900 forse. “Comincia lo show” è un brano che se ci avessero detto che è stato registrato nel 2003 non ci saremmo minimamente meravigliati, e questo forse è il problema principale. Poi, intendiamoci, come canzone è bruttarella anche per il 2003, ma nel 2003 avevamo 19 anni e non ci pensavamo nemmeno all’idea di campare scrivendo delle canzoni dei Modà.

Asia Argento feat. Dj Gruff – “I’m Broken”

Asia Argento quando recita puzza di fake, ma è una sensazione del tutto personale, del tutto opinabile; quando canta è indiscutibilmente un fake. Si percepisce forte l’affannosa volontà di essere ciò che non è di natura, il desiderio irrefrenabile di interpretare la parte dell’artista maledetta, così tutto si priva di energia, di genuinità, diventa anzi uno scimmiottamento che, più che altro, crea un certo imbarazzo.

Mario Venuti – “Tropitalia”

Mario Venuti reinterpreta alcuni evergreen del repertorio italiano in chiave samba. Non sappiamo esattamente che genere di scommessa deve aver perso per prestare il proprio indiscusso talento per un progetto così sconclusionato, del quale certamente né il pubblico, né la critica, né lui, né più in generale il mondo aveva bisogno. Eppure eccoci qui, non c’è un solo pezzo che non ti faccia strizzare gli occhi e sussurrare un “No, Mario, ti prego, no”. L’apice si tocca con “Maledetta primavera” in cui l’artista si lascia andare ad un falsetto che fa rabbrividire. Facciamo che abbiamo scherzato, su.

Vodoo Kid feat. ETT – “Lontano”

Vodoo Kid è la prova incisa su disco che si può essere moderni senza per forza essere privi di contenuti, buoni esclusivamente per un pubblico inesperto, all’inseguimento delle hit da classifica. Parliamo invece qui di una artista raffinata, eterea, contemporanea; “amor, requiem”, l’album uscito la scorsa stagione è un piccolo grande capolavoro che forse avrebbe meritato più attenzione, specie dagli addetti ai lavori. In questa “Lontano”, in featuring con la collega ETT, torna a proporci quelle atmosfere eteree delle quali ci siamo totalmente invaghiti.

Boss Doms feat. Taxi B – “Sesso & Soldi”

Il talento nella produzione di Boss Doms è innegabile, anzi, per esempio, secondo noi, sta proprio alla base del successo di Achille Lauro, al fianco del quale lo troviamo spesso. Taxi B interpreta bene quel che c’è da interpretare, questa trap in cassa dritta funziona, potrebbe anche essere divertente. Solo che proprio non resta nulla, è l’ennesima scatola vuota, non troviamo proprio alcun motivo per cui domani dovremmo riascoltarla. Infatti non accadrà certamente.

Rondodasosa feat. Sacky – “Shawty”

Anche se resta ai nostri occhi un po' comica la tematica “mi tiro fuori dal ghetto con la musica ma resto uno pericoloso” proposta da questa nuova generazione di rapper, bisogna dire che “Shawty” funziona bene e capiamo perfettamente il motivo per cui Rondodasosa sia apprezzato anche all’estero, basta dare un’ascoltata veloce a quello che viene proposto al riguardo in USA, il primo che viene in mente è 6ix9ine. Bravo, in un momento storico in cui la scena urban tende tristemente ad appiattirsi.

Lele Blade – “Ambizione”

Non esiste lingua più adatta al rap del napoletano, lo pensiamo da tempo e lo confermiamo oggi, che ci ritroviamo per le mani un disco che è una piccola perla del genere. Le combinazioni di parole sono estremamente più varie e divertenti, sarà ormai l’abitudine ad ascoltare dischi rap in napoletano, ma la sensazione è che la cadenza del tempo rap aiuti perfino alla comprensione del testo.  È una generazione magnifica quella che popola la scena rap campana, stanno rivoltando come un calzino tutte le certezze che noi altri sciocchi forestieri avevamo sempre avuto sulla musica proveniente da quella zona; diciamocelo senza peli sulla lingua, considerata sempre o troppo cafona o troppo vecchia, con quell’uso spasmodico di lirismi così distanti dalla realtà.

Invece mentre nel resto del paese divaga tristemente musica da festival del trash, cavalcando lo stesso urban trend Napoli in questo momento offre la proposta più raffinata, intrigante, onesta. Il tema del disco è l’ambizione, un concetto particolarmente interessante, traduzione decisamente più intellettuale di quella fame di soldi e donne che rappano i colleghi del nord, ma che vista attraverso gli occhi di Lele Blade diventa tutt’altro, qualcosa di molto più serio, la voglia di togliersi davanti agli occhi le brutture alle quali quegli stessi occhi si sono abituati, una sensazione difficilmente comprensibile da chi proviene dalle grandi città della parte alta del nostro paese. “Ambizione” parla di questo, attraverso questa parola Lele Blade spacca in due la propria vita e ce la offre; e noi, sentitamente, ringraziamo.

Blind – “Popolari”

I talent sono tritacarne ai quali molti giovani, ostinati nel non capire quale sia il rapporto tra televisione e discografia, affidano ingenui e fiduciosi i loro sogni. C’è da dire però che se il cestinare vita e talento e sogni di un giovine senza alcuna pietà una volta che i riflettori dello show si chiudono, può apparire piuttosto cinico, nella maggior parte dei casi è un trattamento strameritato. Per dire.

Tauro Boys – “TauroTape3”

I Tauro Boys sono una realtà molto interessante della scena trap italiana, non solo perché musicalmente sensati, anche se fisiologicamente acerbi, ma anche perché sembrano quelli che in maniera più credibile riescono a raccontare quei famosi “giovanidoggi” che nessuno capisce mai. Il disco, ultimo capitolo della loro fortunata trilogia, è vario e divertente da ascoltare, ci sono parecchi featuring con altre realtà “ciovani” che operano in Italia, dagli Psicologi ad Ariete, fino a Tutti Fenomeni.

L’impressione è che a poco a poco sti ragazzetti si stanno conquistando la scena a morsi grossi, senza lasciare briciole, pezzo su pezzo, album su album, nel silenzio generale del mainstream, ancora alle prese con il recupero della scena indie, sulla quale si è schiantato con almeno 5/6 anni di ritardo. Se tanto ci da tanto, potete tranquillamente immaginarvi un Festival di Sanremo, tra una decina d’anni, in cui a farla da padrone saranno questi ragazzi, questi nomi, queste facce, questo sound, e magari sarà un bene. Se ci lanciamo in certe visioni è perché notiamo, per esempio nei Tauro Boys, una crescita esponenziale nell’arco di pochissimo tempo, un mestiere nel maneggiare suoni, produzioni, temi, linguaggi, che è già molto più avanti di quanto si potesse pronosticare.

Mèsa – “Romantica”

Mèsa è una cantautrice molto interessante, è molto complesso per chi si affaccia oggi in questo gigantesco mercato musicale trovare un codice comunicativo efficace. Trovare insomma la propria lingua, il proprio modo di dire le cose. Mèsa ha il suo e funziona, bisogna dire che sa davvero di già sentito, ma è altrettanto vero che la crescita artistica della ragazza è evidente, che non ci stupirebbe affatto se domani se ne uscisse con una hit che la spara lì dove meriterebbe di stare, tra le Levante e le Margherite Vicario.

Anzi, andiamo oltre, sarebbe anche un ottimo segnale per la stessa discografia, la dimostrazione che si può tornare a puntare su contenuti e talento. Dubitiamo che in “Romantica” si nasconda la suddetta hit ma, anche se capiamo non possa rappresentare sto granché di consolazione, abbiamo trascinato dentro la nostra playlist personale diversi brani del disco che ci hanno particolarmente colpito, come “Stomaco”, che è davvero una gran bella canzone. Ci vuole pazienza ma la strada è sicuramente quella giusta.

Laila Al Habash – “Oracolo”

Una lettera alla madre da parte di una figlia che canta con mestiere e scrive con estrema lucidità, con piena consapevolezza dei propri limiti di figlia, rispettando la parte che ai figli viene riservata, che rispetto a quella dei genitori sta proprio da un’altra parte. Ma soprattutto risulta commovente quando si pone l’accento sul tempo che passa, sull’ineluttabilità della vita, e si vorrebbe solo portare indietro le lancette per vivere quei momenti di spensieratezza che, ormai siamo abbastanza grandicelli per capire, non torneranno più, non in quel modo. Ma no, non è che piangiamo, è che ci dev’essere entrata una roba in un occhio…

Mirkoeilcane – “Francesca e basta”

Mirkoeilcane è una delle migliori penne del nuovo pop italiano, i suoi testi viaggiano perennemente su una linea di sfrontata ironia che prende subito. È un cantastorie, cioè proprio uno che ti canta le storie e riesce straordinariamente bene a farsi ascoltare. In questo pezzo affronta la tematica amorosa, un litigio tra un fan dei Pooh e la propria donna; ed è divertente e profondo e ben fatto come un film di James L. Brooks.