Esce “BRIGATABIANCA” di Samuel: “Sono tornato ai miei amori musicali”

Esce “BRIGATABIANCA” di Samuel: “Sono tornato ai miei amori musicali”

Il cantante dei Subsonica propone il suo secondo album da solista e commenta anche il Festival di Sanremo del prossimo marzo: “Il cast di quest’anno fa gridare al miracolo”

intervista samuel nuovo album brigata bianca

Samuel, cantante dei Subsonica

AGI - Lo scorso venerdì è uscito “BRIGATABIANCA” secondo disco da solista di Samuel, cantante dei Subsonica, artefice dunque di uno dei progetti musicali più progressisti ed interessanti della musica italiana finora conosciuta.

Si tratta di un disco che arriva circa quattro anni dopo “Il codice della bellezza” un album in cui Samuel, come ci ha raccontato e leggerete, ha voluto creare volontariamente un distacco dal sound al quale ci aveva abituato con la sua band, ha voluto evidenziare quanto più possibile il fatto che si trattasse di un progetto diverso.

Era il 2017, i risultati furono discreti ma non esaltanti, specie perché quello è stato l’anno della svolta, in cui il pubblico cominciava a rifiutare categoricamente quel genere di pop, a tal punto che sono in molti ad aver pensato che il cantautore, senza il supporto di Max Casacci, Boosta e Ninja risultasse vagamente monco (ma in realtà il pensiero ci ha toccati ogniqualvolta uno di loro si avventurasse solitario nell’oceano della discografia).

Non avevamo capito, se ascoltiamo un lavoro solista di un artista, specie cantante, che fa parte di una band, specie che amiamo così tanto, e ci aspettiamo di sentire le stesse cose prodotte dalla band in questione, è evidente che a non seguire il filo siamo noi. “BRIGATABIANCA” è un’altra cosa, Samuel evidentemente se ne sbatte di seguire una determinata strada, di dimostrare alcunché, di imprigionare la propria creatività tra le mura dell’odiosa definizione di “progetto”. 

Samuel fa quello che sa fare e ha sempre saputo fare: scrive canzoni e le scrive anche molto bene, si mette accanto musicisti con i quali, è evidente, esiste un’alchimia, non solo professionale, che sfonda i muri di Spotify e casse e arriva forte e intensa, musicisti che sono sempre gli stessi, quelli della sua amata Torino, che frequentano il suo studio ai piedi della Mole, che lo capiscono, che sanno benissimo dove vuole arrivare.

Ecco, in “BRIGATABIANCA”, questa magia si manifesta perfettamente, talmente bene che l’album, come racconterà, non doveva nemmeno portare il nome di una brigata, di una squadra, ma che non poteva essere altrimenti nel momento in cui così tanti amici hanno messo del loro per realizzarlo. Il disco è meraviglioso, dai pezzi in featuring con Willie Peyote, Fulminacci, Colapesce, Ensi e Johnny Marsiglia, a quelli in cui è da solo, quei brani che si adagiano esclusivamente sul suo immenso carisma, e in questo caso si toccano vette altissime come in “Tra un anno”, “Io e te”, “Quella sera”, “Veramente” e “Chi da domani ti avrà”.

Un album necessario, a noi che ci ritroviamo per le mani un nuovo Samuel dal quale poterci aspettare perle di questo tipo e allo stesso Samuel che sgranchitosi l’estro in un progetto del genere potrà tornare rigenerato dai suoi soci Subsonica per continuare a fare ciò che hanno sempre fatto.

Quali sono le differenze tra i primi due album da solista di Samuel?

“Il codice della bellezza” è stato il primo gesto da solista della mia vita, in qualche modo ho sempre dovuto tener conto che far parte di un gruppo come i Subsonica è sempre una cosa bella ovviamente, per la storia del gruppo, per la musica che abbiamo fatto insieme, ma anche impegnativa, perché il confronto è immediato, io poi sono anche la voce. Nel primo album allora ho deciso di andare subito in una zona di rottura, generare un gesto, più che musicale, catartico nei confronti di ciò che avevo fatto fino all’epoca, quindi sono andato in una direzione molto pop, che è un genere che io frequento essendo amante della scrittura di canzoni. Così ho scelto di lavorare con Michele Canova, che era il produttore più pop che all’epoca esisteva, ho scritto cinque canzoni con Jovanotti, che è l’alfiere del pop italiano, ho fatto Sanremo…

Hai fatto il giro completo quindi, non ti sei fatto mancare niente…

Esatto, un viaggio in quei luoghi del pop italiano che non avevo ancora frequentato con i Subsonica. E questa cosa qui ovviamente è stato un gesto di allontanamento dalle mie zone musicali di conforto.

Questo nuovo album invece…

Questo nuovo album nasce in un contesto storico diverso, quando è partita la scintilla mi sono detto “ok, questo è il momento di fare il secondo”, avevo già scritto tantissime cose ma ero chiuso nel mio studio da solo per il lockdown. Mi sono riavvicinato a tutti quelli che sono i miei amori musicali, in una zona a me più confortevole: la musica elettronica, certe ritmiche della musica jamaicana e il cantautorato, quel linguaggio che è sempre stato mio fin dall’inizio.

A fine lockdown mi ritrovo con queste venti e passa canzoni e mi rendo conto che è un disco molto vario, ma è un disco solitario, perché l’avevo pensato e finalizzato da solo in studio, quindi quando d’estate abbiamo vissuto quell’attimo di normalità in cui ci si poteva incontrare, l’ho fatto ascoltare a vari amici musicisti e produttori e questi entrano a far parte dell’album quasi senza accorgermene; alla fine è venuto fuori un disco corale, nato come solitario, ma che viene strappato a quella sorte dalle amicizie, dall’empatia musicale che ho con queste persone. Proprio per questo decido di chiamarlo “BRIGATABIANCA”.

Hai parlato di scintilla, ma cosa spinge il cantante di una band come i Subsonica a lanciarsi in questi progetti da solista?

Quando uno decide di fare un album lo fa per un’esigenza artistica, i Subsonica sono una realtà viva, vivida e ancora attuale, esistono, non si sono sciolti. Però noi siamo veramente una band in cui tutti quanti si dividono i compiti e condividono la scrittura, in un progetto del genere è inevitabile che tu non ti ci puoi mettere tutto completamente, devi mettere in atto una piccola amputazione artistica per lasciare spazio ad altri, quindi sia io che i miei colleghi, i miei soci, non saremo mai noi stessi a pieno nei Subsonica, saremo sempre una parte di qualcosa di noi messa insieme ad una parte di qualcosa dell’altro.

Quindi a tutti quanti, talmente che non sono l’unico che ha un progetto solista, viene in mente, per mantener viva la propria interezza artistica, di compiere un gesto solitario; io sono il cantante quindi è logico che mi vengano in mente progetti legati a delle canzoni, gli altri sono musicisti e produttori e fanno delle cose più strumentali, più di costruzione sonora.

Ma questa è un’attitudine che noi abbiamo avuto fin da subito, io ho generato i Motel Connection nel 2001, l’anno dopo in cui i Subsonica si sono affermati al grande pubblico, già all’epoca c’era questa necessità, perché stare in un gruppo così importante e così veramente gruppo, ti mette davanti al fatto che devi obbligatoriamente fare una scelta di quello che di te va messo insieme a quello degli altri e noi abbiamo costruito questo meccanismo perché fondamentalmente ci da longevità, ci permette ogni volta di ritornare insieme con più forza e più voglia.

Hai avuto feedback sul disco dai tuoi soci?

No, non li ho ancora sentiti, diciamo che noi ci mettiamo un po' per metabolizzare la nostra musica a distanza. Generalmente si aspetta un po' che sia scesa l’attenzione di tutto il mondo e a mente fresca ci si dice delle cose, specialmente quando ci si incontra, vis a vis.

Nel tuo disco ci sono cinque featuring con alcuni esponenti del nuovo cantautorato, sulla scia di “Microchip Temporale” dei Subsonica, avete prestato una grande attenzione a questa scena…

Io la ritengo una vera e propria scena musicale, dopo tanti anni in Italia. Una scena simile a quella dalla quale proveniamo noi, quella scena a cavallo tra gli anni ‘90 e i 2000 in cui una giovane etichetta indipendente, la Mescal, dava i natali ai Subsonica, ai Bluvertigo, poi c’erano anche gli Afterhours, Cristina Donà, i La Cruz, c’erano ancora in circolazione band tipo gli Africa United, i Casinò Royal, gli Almanegretta, una vitalità artistica musicale che ricorda molto quella di oggi. Con Lorenzo, Colapesce, avevamo deciso di scrivere qualcosa insieme già da tempo, è stato un progetto di incontro, per ragioni di stima.

Ma non era in cantiere, secondo quanto hai già raccontato, di scrivere una canzone su un evento ben preciso: una serata insieme al Cocoricò dei Subsonica e i Bluvertigo…

È stata una serata molto molto divertente, stavamo attraversando quella fase in cui smetti di essere ragazzo e diventi un uomo che si mantiene col proprio mestiere e noi eravamo fortunati perché il nostro mestiere ce l’eravamo scelti: essere artisti, essere musicisti e viaggiare per l’Italia a raccontare le nostre storie, era un momento molto entusiasmante della nostra vita.

Ci trovavamo in una di quelle serate in cui spesso venivano chiamati sia i Subsonica che i Bluvertigo, perché appartenevamo alla stessa matrice musicale, entrambi indie e suonavamo con la musica elettronica.

Eravamo al Velvet di Rimini, questo locale che non c’è più ma che ha portato in Italia la musica più bella del mondo, così alla fine di quel concerto ci sentiamo talmente gruppo unico che abbiam deciso di fare serata insieme, saliamo sul pullman in venti, cosa che ora non si potrebbe fare, e ci dirigiamo verso il Cocoricò, una discoteca storica della riviera romagnola.

Lì veniamo accolti da amici di Morgan che ci portano in consolle e veniamo per la prima volta trattati come celebrità. Finisce che ci salutiamo il mattino dopo nella reception dell’albergo, andiamo a dormire, dopo un po' mi sento bussare alla finestra, non dalla porta, mi affaccio e vedo questa figura che io in quel momento lì ho identificato come Morgan.

Quella serata lì eravamo tutti molto alticci, è probabile che me lo possa essere sognato, ma non credo perché altre persone mi hanno detto che lo avevano visto. Un giorno mi confronterò anche con lui e gli chiedo se se lo ricorda, ma non credo.

…e Fulminacci?

Lui è uno di quelli della nuovissima scena musicale a cui mi sento molto legato, perché oltre ad avere capacità di scrittura ha anche una capacità tecnica, musicale, di voce.

Fa parte di quel gruppo di persone che mi sono trovato ad avere vicino, al quale mi sono trovato a far sentire le canzoni e a chiedere consigli, perché è molto importante chiedere consigli a persone di età più piccola, ti da un punto di vista più fresco e reale di quello che può avere una persona come me, che è vent’anni che è preso da questa giostra musicale.

Gli ho fatto sentire qualche canzone e lui si è innamorato completamente di “Felicità” e ha voluto cantarla insieme a me, io gli ho detto “Per mettertela addosso puoi anche modificare delle frasi”, lui mi ha risposto “No, è perfetta così, non avrei potuto scriverla meglio”, grande attestato di stima al contrario. Lui è fantastico.

Il posto più vicino a Torino in cui sicuramente si troverà Fulminacci sarà Sanremo, a questo proposito sei stato profetico riguardo il cast, oltre a lui sul palco dell’Ariston saliranno sia Colapesce che Willie Peyote…ma secondo te, che hai già partecipato al festival con i Subsonica e da solista, dopo essersi conquistati degli slot nel cast, possono avere anche canzoni che lo vincono?

La domanda in realtà è: l’Italia è pronta a premiare questa scena? È una curiosità che ho anch’io, il cast di quest’anno fa gridare al miracolo, non mi ricordo di un Sanremo in cui c’erano cinque/sei realtà musicali che fanno parte della vera scena musicale italiana. È più unico che raro, è quasi esclusivamente formato da persone che fino a qualche anno fa erano sui palchi in giro per l’Italia, facevano dischi di qualità sui quali si basa tutta la musica underground.

In questa gara qui chiunque di loro può vincere, si sta giocando uno sport unico, quando andammo noi a Sanremo era ovvio che saremmo arrivati tra gli ultimi, eravamo tre-quattro quelli che facevano un certo tipo di musica, eravamo noi, Max Gazzè e Carmen Consoli credo…e andavamo a fare un’altra gara, raccontavamo quella scena musicale in mezzo all’Olimpo della musica pop italiana.

Anche quando sono andato da solo è stato un Sanremo che aveva molto del Sanremo tradizionale e poco del nuovo corso della musica italiana, invece stavolta è un Sanremo tutto per loro fondamentalmente.

Quindi credo che loro abbiano tutti quanti le possibilità per vincere, ovvio che ci sono stili che sono più tradizionali, che sono più canzoni, se questo Sanremo verrà visto dal pubblico tradizionale e si voterà in maniera tradizionale è probabile che abbiano qualche possibilità in più, ma gli ultimi Sanremo ci hanno fatto capire che può succedere di tutto.

Tipo la vittoria di Mahmood…?

La vittoria di Mahmood è stato un piccolo miracolo, ha cambiato molto l’idea di Sanremo di oggi. Loro hanno tutti delle buone possibilità ma bisogna vedere anche la loro presenza su quel palco lì, che è un palco, io l’ho vissuto, che genera molta ansia, non è facile da dominare, devi far fede a tutt’altra esperienza, tutta la tua capacità di gestione dell’adrenalina, ma i miei amici che partecipano sono avvantaggiati perché gli ho dato degli ottimi consigli.

Non c’è augurio maggiore che ripercorrere la strada dei Subsonica, che va bene che sono arrivati undicesimi ma “Tutti i miei sbagli” è ancora una delle canzoni che ricordiamo di più dell’intera storia del Festival…

Si l’augurio che si può fare è che questo passaggio gli renda merito nel tempo, noi siamo arrivati tra gli ultimi ma è stata la canzone più passata e l’inizio di una carriera che ancora esiste a distanza di anni e per un gruppo è una cosa particolare…

…eroica quasi

Si, non è facile, soprattutto con gli scossoni che ha avuto la musica italiana negli ultimi anni, quindi sicuramente questo passaggio, anche se non porta alla vittoria, spero possa portarli ad un discorso lungo e duraturo.

La mia teoria sui Subsonica è che siete, fin dall’inizio, talmente avanti che ancora il pop vi deve raggiungere, per questo niente riesca a scardinarvi…

Mi fai un complimento, perché noi abbiamo messo, come prima attenzione a quello che facevamo, il generare qualcosa che non esisteva ancora, cercare di mettere sul mercato musica un po' come i film degli anni ‘60 che si immaginavano il futuro. Il fatto di essere presa come una realtà futurista è certamente un complimento.

Tornando a Sanremo, negli ultimi giorni si sta ponendo quasi una questione morale: perché Sanremo si e teatri e cinema sono chiusi? Perché Sanremo si e i concerti no? Tu riguardo questo aspetto della cosa che ne pensi?

Dietro un artista ci sono persone che lavorano, anche se noi saliamo sul palco e veniamo visti come un’entità a se stante, possiamo permetterci di fare il nostro mestiere solo perché ci sono persone attorno a noi che ci mettono nelle condizioni di poterlo fare.

Questa cosa qua è una cosa sulla quale riflettere, il concetto di permettere ad una manifestazione televisiva di andare in scena con un pubblico e non permettere ad un’altra manifestazione come un concerto, per me è sbagliato. Bisognerebbe riuscire ad arrivare al punto per cui o non c’è pubblico e diventa televisione e basta, come è stato X-Factor quest’anno, però se si crea la situazione per cui il pubblico sta nel teatro e l’artista sta sopra il palco, allora bisognerebbe, per correttezza nei confronti di persone che stanno perdendo il loro lavoro, il loro sostentamento, riuscire a far ripartire almeno i teatri.

La direzione è quella di ingaggiare coppie di figuranti contrattualizzati…

In effetti Sanremo senza quel turbinio di cose che accadono è difficile da immaginare, diventa un’altra cosa, diventa più televisione e meno musica. La cosa fondamentale è cercare di ritornare il prima possibile ad aver la possibilità di stare su un palco con delle persone sotto.

Io questa estate ho suonato, ho fatto venti concerti in giro per l’Italia, con distanziamento, con tutte le precauzioni del caso, avremo incontrato 6-7mila persone, tutte schedate, e non c’è stato nessun contagio, quindi in realtà questa estate si è fatto un piccolo esperimento per tentare di far funzionare le cose ed è andata bene, perché quando riesci a radunare così tante persone senza alcun contagio vuol dire che hai lavorato bene e hai creato una linea guida.

Un’altra questione morale è quella riguardo l’organizzazione di un festival musicale mentre la gente muore…

È comunque un programma televisivo, sarebbe come dire che bisogna chiudere ogni programma televisivo. È vero, la situazione è drammaticissima, è ovvio che tutti quanti bisogna mettersi nella situazione di tenere distante questo pericolo, però è anche vero che tutto continua ad andare avanti, in realtà quella cosa lì è un motivo migliore per restare chiusi in casa ed avere un momento di svago dalla drammaticità di questi fatti.

In più utilizzando la musica che è una di quelle cose che ha aiutato di più durante il lockdown…

Si, io non la vedo come una cosa negativa, ovvio che dev’essere fatta con tutte le precauzioni del caso.