"L'Italia ha scoperto il rap con 30 anni di ritardo". Lo dice Gemitaiz

"L'Italia ha scoperto il rap con 30 anni di ritardo". Lo dice Gemitaiz

Intervista all'artista romano che ha pubblicato il mixtape 'QVC9 – Quello che vi consiglio, volume 9', che nel giro di 24 ore ha piazzato tutte e diciotto le tracce del disco nella top 20 di Spotify. "Oggi il rap è il genere musicale più ascoltato al mondo”

intervista a gemitaiz su rap, in italia siamo 30 anni in ritardo

© Francesco Algeri  -  Gemitaiz

Alla mezzanotte dello scorso giovedì è uscito “QVC9 – Quello che vi consiglio, volume 9”, mixtape firmato da Gemitaiz, uno dei rapper più seguiti e influenti della scena romana e nazionale, e nelle 24 ore successive è successa una cosa tanto prevedibile quanto ancora straordinaria: tutte e diciotto le tracce del disco si piazzano la top 20 di Spotify. Prevedibile perché il mercato, che passa ormai quasi totalmente da Spotify, ormai funziona così, esplosione iniziale che poi viene scremata dal gusto degli utenti che selezionano e mantengono a galla i brani preferiti, in questo caso, secondo quanto i raccontano i dati della piattaforma, “Mama” in featuring con Nitro, “Mondo di fango”, forse il miglior brano del mixtape, e “Alright”, confezionato con la collaborazione di Emis Killa e Geolier. Chiaramente sono fenomeni che accadono giusto quando il materiale offerto sia di tale livello e Gemitaiz in questo senso non ne sbaglia una.

Cos’è un mixtape?

“Io quando sono cresciuto ascoltando il rap, avevo 15/16 ani, i mixtape in America erano questi dischi non ufficiali che i rapper facevano uscire rappando sulle basi degli altri. Per me fin dall’inizio quella è stata l’anima del mixtape, faccio questa cosa come dimostrazione di stile, non è una cosa “seria”, che però non preclude il fatto che dentro ci possono essere pezzi seri; ma per me era semplicemente ‘prendo la base di qualcun altro e gli rompo il c…’.

Quando ho cominciato a fare i mixtape io era un’altra era del rap italiano, ero un pischello e ascoltavo quello che passava e pensavo che non era bello come la roba mia, mi dannavo, allora facevo i mixtape e li mettevo in rete, la prima cosa che ho messo in vendita di mio credo sia stata nel 2010, ma io ho cominciato a fare le mie cose nel 2004”

Adesso invece che significato ha?

“Ovviamente, dopo essere passati 12/13 anni da quel periodo là, adesso il termine ha preso un altro significato, perché il rap è esploso a livello mondiale ed è sicuramente il genere più ascoltato del mondo, adesso il pop è il rap, quindi anche i mixtape degli artisti importanti sono diventati delle cose super rivelanti e super importanti”

E qual è la differenza da un album vero e proprio?

“Se io sento il mixtape di Drake e poi il disco, nel disco c’è il pezzo con Michael Jackson, nel mixtape i pezzi con tutti i rapper più marci di Atlanta, questo perché preferisce fare così. Anche io, a undici anni dal primo che ho fatto, sto cercando di evolvere l’estetica e il suono e di mantenerlo al passo con quello che secondo me è giusto. Ma se da domani cominciano a fare cose che non mi piacciono o va di moda o vende di più una cosa che non mi piace fare non la faccio, ma non ho mai fatto le cose per vendere di più io, mai, ho sempre fatto dischi lunghi, non ho mai puntato a fare i soldi prima di fare delle cose belle”

Una tua particolarità è la capacità di entrare così dentro le storie che canti, il rap racconta ancora la realtà?

“Sicuramente, anzi, al 100%. Se tu senti i rapper più giovani, di 20/21 anni, sono esattamente lo specchio dei giovani di questa generazione. Per questi della trap, giovani che non sanno l’italiano, che dicono ‘tr..a e codeina’, adesso è figo bere la codeina nella Sprite e sembrare degli zombie, dei ritardati, e questa cosa è triste. Non è ovviamente una cosa solo dell’Italia, questa roba parte, come sempre nel rap, dall’America, sento un sacco di artisti americani che fanno sta roba tipo ‘purple drink’, su queste nuove droghe sintetiche, per me Future (per esempio) è un’ispirazione immensa, secondo me è un genio, va oltre, non c’è mai stato nessuno come lui e mai ce ne sarà un altro, ma lui pure c’ha fatto i dischi interi, ma cosa devo fa'? Quando uno spacca spacca, io dico almeno spaccassero questi!”

Tu quando scrivi senti una certa responsabilità sapendo che quello che scrivi finisce nelle orecchie di ragazzini molto molto giovani?

“No e ti spiego perché: io credo che un artista, chiunque esso sia e qualunque tipo di arte faccia, non debba avere alcun tipo di restrizione, nessun tipo di limite se non quello che si impone lui. Doversi mettere a pensare mentre scrivi un pezzo che quella roba poi la può sentire un ragazzo di dieci anni non può essere, anche perché un ragazzino di dieci anni quasi sicuramente non capisce cosa scrivi nel pezzo”

I rapper sono gli eredi del nostro migliore cantautorato?

“Si, penso di si, i rapper sono sicuramente quelli che parlano di più di quello che succede nelle strade, quello che succede alle persone, se senti un pezzo di Tiziano Ferro, che secondo me è un grande artista, non è che da quelli riesci a capire niente del paese in cui viviamo, per lo più sono canzoni che parlano di cose personali, se invece ti senti un pezzo mio o di Salmo parla di una cosa che succede in quel momento e viene vissuta da un sacco di gente, uno riesce a connettersi meglio con l’artista”

Il 90% dei brani in classifica in questo momento sono rap, qual è il segreto del rap? E perché proprio adesso?

“Questa è l’Italia, perché in Francia, in Germania, in America, il rap è sempre stato uno dei generi più importanti, più seguiti, il genere che ha venduto di più e che ha portato alla luce gli artisti più fighi degli ultimi 20/30 anni, in quelle nazioni il rap è sempre stato com’è adesso qui, siamo noi che ci siamo svegliati trent’anni dopo degli altri”.