"Così si riconosce un rapper fake", dice Geolier

"Così si riconosce un rapper fake", dice Geolier

"Non ritengo l’italiano adeguato per raccontare le cose di Napoli; non le puoi raccontare in italiano, le devi raccontare in napoletano"

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Terzo tra gli artisti più seguiti in Italia su YouTube, in classifica tra i brani più ascoltati e i videoclip più visualizzati sulla piattaforma con “M’manc”, in featuring con Shablo e Sfera Ebbasta; in classifica dei brani più trend con la sua “Capo”, uno dei cinque brani inediti di “Emanuele (marchio registrato)”, repack dell’omonimo album, con il quale ha debuttato al secondo posto nella classifica FIMI degli album più venduti; presenza fissa nella top ten di Spotify da settimane e negli album di tutti i più importanti rapper della scena italiana.

Se c’è un protagonista assoluto della discografia italiana al momento è sicuramente Geolier, rapper napoletano di appena vent’anni che con il suo sound così contemporaneo ed efficace ha conquistato l’Italia. Un rapper che sta riuscendo nella doppia impresa di sdoganare al grande pubblico sia il rap che la lingua napoletana, liberandola da quel sapore agrodolce che negli anni è stato etichettato regolarmente come trash e che oggi, grazie alla capacità di Geolier e di diversi suoi colleghi, assume connotati non solo affascinanti ma quasi neorealistici. I contorni della lingua napoletana si adattano, forse anche perfino meglio dell’italiano, alle sonorità che ad oggi “vanno” per la maggiore. Solo vent’anni e la capacità istintiva di produrre musica minimalista, con brani scritti in punta di penna con un’incisività e un vigore al momento praticamente unici.

Come mai hai scelto la lingua napoletana per la tua musica?

“Io sono napoletano e sono appassionato di rap americano, non ritengo l’italiano adeguato per raccontare le cose di Napoli; non le puoi raccontare in italiano, le devi raccontare in napoletano, perché poi con le parole in napoletano puoi trasmettere anche un’emozione, come la rabbia. Suona come l’americano”

Vivi e canti Napoli, quando hai cominciato ti sei imposto di raccontarla in un certo modo? Magari proteggendola da certi cliché? Oppure con la volontà di voler denunciare qualcosa?

“In realtà quando ho cominciato a fare musica con “Queen” e “P Secondigliano”, io esaltavo uno stile di vita, lo stile di vita che prima di fare musica io ho vissuto. Mai denunciato niente, nel disco poi ho fatto cose molto più mature, però i primi testi sono proprio immaturi per me”

Perché hai deciso di intitolare il disco col tuo vero nome?

“Perché all’inizio volevo fare singoli, hit, come appunto “Queen” e “Secondigliano”, volevamo fare numeri, non avevamo un progetto per restare, per farci ricordare dalle persone, non sapevo nemmeno cosa volesse dire farsi ricordare da una persona per una canzone. Poi dopo nel disco ho pensato di fare le cose che piacevano a me, cioè Emanuele; poi mi racconto, volevo assumere credibilità”

Quanta verità c’è oggi nel rap italiano?

“In realtà in questo momento io vedo molte persone che vogliono raccontare quello che non vivono. Questa cosa distingue un buon rapper da un rapper fake, i rapper buoni in Italia sono sempre gli stessi, quelli che raccontano cose che non vivono sono sempre i nuovi, gli “scem”. Se ascolti il disco di Marracash, di Gue Pequeno, sono cose realmente vissute, poi ci sta quello che vuole fare il napoletano e non è possibile”

Secondo te cos’è che funziona così tanto della tua musica? Che spiegazione ti sei dato?

“Non me lo sono mai chiesto, perché è impossibile trovare un motivo o una caratteristica. Sicuramente ce l’ho però io non lo so. Sarà che la gente quando mi ascolta si rispecchia, vede un vero ragazzo di Napoli, perché anche con questo casino sono sempre rimasto il tipico ragazzo di Secondigliano, anche se non faccio più le stesse cose, se ti ho davanti io ragiono sempre con la stessa testa”

Però la tua musica colpisce tutti…

“Colpisce chi nota la verità in quello che dico, quello fa la differenza: la verità. Raccontare la verità in modo fico è la vittoria. Tu puoi dire la verità in un pezzo però se poi il pezzo fa cacare…”

Sei molto giovane, dove vuoi arrivare con la musica?

“Non voglio un obiettivo, voglio salire sempre la scala, non voglio mai fermarmi alla porta e bussare. Adesso l’importante è resistere, per la gente, per me stesso, mantenere il successo, lì sta la vera bravura”

Tanti featuring fuori in questo momento, secondo te perché tutti ti cercano?

“Parecchi rapper italiani hanno fatto featuring con me anche prima, quando nessuno parlava di Geolier, tipo Gue Pequeno o Emis Killa o MadMan, mi spingevano da prima. Ma se non avessi fatto tutto questo successo, non sarei mai arrivato a questi alti livelli”

E secondo te cosa vogliono da te? Cosa puoi aggiungere tu alla loro musica?

“La lingua napoletana in questo momento sta spaccando e quando senti Geolier lo associ a Napoli, quindi mi vogliono per mettere nel loro pezzo un po' di Napoli”

Passi agevolmente da collaborazioni con rapper, trapper e poi perfino con Anna Tatangelo, quale feat. ti ha divertito di più?

“A me diverte la musica in generale, io mi diverto sempre, basta che si fa musica io sto nel mio. Con “M’ manc” per esempio mi sono divertito, ma dopo. Quando abbiamo chiuso il pezzo, tra me e me dicevo “la mia parte non mi piace”, dopo è stato divertente vedere la gente che pensava di quel pezzo quando è scoppiato. Ma è una cosa di tutti gli artisti, l’insicurezza è la malattia degli artisti, se non ce l’hai non puoi fare musica”

Secondo te come mai la lingua napoletana, che ritroviamo sempre di più in classifica anche con i neomelodici, in questo periodo è stata così sdoganata?

“Parlare napoletano è diventato fico, anche quando vado a Milano con i miei colleghi parlo napoletano e mi capiscono. Prima non esisteva questa cosa. Non sono un grande fan di “Gomorra”, ma è l’unico film in napoletano fatto bene e ha aiutato molto la gente a capire la nostra lingua”

Sei molto giovane, c’è qualche rapper italiano al quale ti ispiri particolarmente o che stimi particolarmente?

“Io volevo proprio diventare Gue Pequeno, te lo giuro”.

Sei molto giovane, come ti stai approcciando al successo?

“In realtà l’ho capito da poco, che il successo non è solo quello delle foto, della gente che ti ferma. Il successo è quando non puoi uscire da casa, quando non puoi mettere una storia su Instagram facendo vedere dove stai perché scoppia un casino, questo è il successo. Capitano giornate che stai un po' così, che non ti va di vedere nemmeno tua mamma, ci stanno delle giornate nelle quali sei un po' sulle tue, ci sta, e arriva il fan che ti ferma. Io ho sempre voluto fare questo, a volte sento persone che dicono che è scocciante, però questa è la tua vita, hai fatto tutto questo per arrivare al punto che la gente ti chiedesse la foto, allora anche se a volte mi scoccia la faccio perché questo è il prezzo che dobbiamo pagare. Anzi, ti devi preoccupare quando scendi e non ti ferma nessuno”