Da D'Alessio a Giorgio Poi, le uscite settimanali

Da D'Alessio a Giorgio Poi, le uscite settimanali

News e aggiornamenti su nuovi singoli e album della scena musicale nazionale

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© Agf -

Gigi D’Alessio ripropone un classico del suo repertorio pop in featuring con Clementino e Dardust orchestra il suo pop con Ghali, Marracash e la giovane Madame. Coez si serve della premiata ditta Frenetik & Orange per prendere per mano l’interessante Dola, mentre Giorgio Poi e i Selton spiegano ai big della musica italiana come si fanno le cover.

Lazza e Massimo Pericolo ci offrono due prospettive intriganti del fare rap mentre Young Signorino prosegue nel suo percorso di redenzione musicale; ma la sorpresa della settimana arriva ancora una volta dai Diamine. A voi le nostre recensioni settimanali.

Gigi D’Alessio feat. Clementino – “Como suena el corazon”: Immaginate Gigi D’Alessio e Clementino che un pomeriggio d’estate arrivano da due strade diverse e svoltando distrattamente lo stesso angolo si scontrano come nella più classica delle commedie romantiche. Cadono a terra, si guardano, ridono, esce una nuova versione di “Como suena el corazon” alla quale, senza dimenticare la sua natura profondamente trash, viene fatto fare un salto di vent’anni schiaffandoci dentro il rap di Clementino e un mood dance che ne amplifica la distribuzione nei peggiori lidi del suolo italico.

DRD feat. Ghali, Marracash e Madame – “DEFUERA”: Dario Faini, che tutti ormai conosciamo come Dardust, cela la sua anima pop dietro la sigla DRD ma non cambia la sua essenza di musicista e produttore. In breve: tutto ciò che tocca diventa oro. “DEFUERA” rappresenta la dimostrazione sonora che si può fare musica adatta alle serate estive senza rinunciare alla complessità, alla ricerca, al senso di ciò che si sta facendo. Ghali, Marracash e Madame non sono personaggi pescati a caso nel mucchio selvaggio della scena rap italiana, il loro coinvolgimento è giustificato dalle loro caratteristiche che vanno a dipingere un quadro perfettamente riuscito, in cui l’ibrido cool tra pop e rap, che ormai non smonta più le mascelle a nessuno, si va delineando, specie quando ben fatto come in questo caso.

Dola feat. Coez e Frenetik & Orange – “Non si esce vivi”: Dola è un cantautore romano molto interessante dai numeri ingiustamente bassi rispetto alla sua produzione; questa spinta data dalla collaborazione con Coez potrebbe finalmente lanciarlo lì dove gli spetterebbe di stare, a sgomitare al vertice di classifiche popolate, specie d’estate, da artisti certamente meno illuminati. “Non si esce vivi” è un pezzo con un mood decisamente teen, che poi è ormai la cifra stilistica portata avanti da Coez, la strada che gli ha permesso il salto tra i big, ruolo che svolge con una evidente scioltezza, come mettere uno capace di districarsi con la teoria delle stringhe ad unire i puntini della settimana enigmistica. Ma è anche una canzone molto ben costruita, merito, è ovvio, anche della mano di due dei più talentuosi producer della scena rap/pop italiana, Frenetik & Orange, che confermano ancora una volta di averci l’oro nelle orecchie.

Giorgio Poi – Selton feat. Priestess - “Estate”: Ok, questa recensione riguarda due versioni diverse della stessa canzone uscite nella medesima giornata e che sentiamo di unire in un unico commento e ora vi andremo a spiegare perché. Intanto il brano in questione è “Estate” (nato come “Odio l’estate” a voler fare i nerd a tutti i costi), il capolavoro composto da Bruno Martino su testo di Bruno Brighetti; un brano fatto e rifatto in tutte le salse da alcuni tra i più importanti cantautori della storia recente del nostro paese, da Mina a Vincio Capossela, passando per Irene Grandi, Sergio Cammariere e Ornella Vanoni. A riproporla oggi sono Giorgio Poi da un lato e i Selton in featuring con Priestess dall’altro; il primo l’ha incisa come colonna sonora di una serie Netflix dal titolo “Summertime” della quale ha firmato le musiche, i secondi sono volati in Brasile (loro terra natìa a dire il vero) portandosi dietro una delle più interessanti voci femminili del panorama italiano; probabilmente per recuperare le sonorità di una versione particolarmente riuscita, forse la più riuscita in assoluto del brano, quella di João Gilberto, uno che tra una cosa e un’altra, per dire, si è praticamente inventato la bossa nova.

L’uscita di queste due cover calza a pennello in un periodo in cui le radio italiane sono invase dalle cover del progetto “I LOVE MY RADIO”, che prevede l’impiego di artisti decisamente più quotati, lontani da quell’universo che convenzionalmente abbiamo imparato a chiamare “indie”. Un universo spesso bistrattato e snobbato dai grossi network, che preferiscono dar spazio ad interpreti old pop rimasti aggrappati ad un sound vecchio di vent’anni e che, mentre noi ridiamo e scherziamo, stanno portando sul patibolo e decapitando su pubblica piazza fm alcune delle più belle canzoni della storia del cantautorato italiano; vedi ad esempio lo scempio totale commesso da Biagio Antonacci nei confronti di “Centro di gravità permanente” del maestro Battiato. Poi invece le canzoni del passato, anche quelle meravigliose come “Estate”, finiscono nelle mani di musicisti meno circondati dal clamore di radio e tv e ne escono fuori due perle di rara bellezza.

L’innocenza del timbro di Giorgio Poi si adatta perfettamente a riportare il brano di Martino alla sua essenza cantautorale, le parole sgorgano gioiose fino alle orecchie con il rispetto dovuto, accompagnano i ricordi delle nostre estati, manco la canzone fosse stata scritta un quarto d’ora fa. I Selton invece, che per la produzione si sono affidati a Guilherme Kastrup, percussionista di Rio de Janeiro vincitore di un Grammy, giocano sull’agrodolce dell’incontro tra la delicatezza tipica del loro mood di brazileri adottati da Milano e le sonorità urban della bravissima Priestess. Il risultato, in entrambi i casi, è meraviglioso. Da non perdere.

Sofia Tornambene – “Tra l’asfalto e le nuvole”: è un brano che oscilla pericolosamente su un filo sottilissimo tra due grattacieli, una specie di rappresentazione musicale di un’impresa di Philippe Petit, solo estremamente più teen ed estremamente meno adrenalinica, anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, anche piuttosto soporifera. Il brano si fa ascoltare, la schitarrata nei mitici studi RCA maschera, dietro l’atmosfera semplice e pulita, le lacune ancora comprensibilmente visibili della ragazza e inoltre le si addice più del pop in volata da classifica; ed è chiaro che risulta più appropriata anche rispetto alla giovane età della vincitrice dell’ultima edizione di X-Factor. Una roba intima, informale, come andare a casa di amici e i genitori, mettendo fortemente in imbarazzo la piccola di casa, le chiedano a gran voce di suonare quella canzone “che ci piace assai” davanti ad un pubblico già sulla via della sbronza molesta. Lei la suona, sortisce un certo effetto, ok, ma la tua testa pensa soltanto a riempirsi il bicchiere di prosecco per poi scegliere se puntare la bionda in fondo alla sala o il tiramisù. E alla fine la canzone ti regala talmente joie de vivre che opti per il tiramisù.

Young Signorino – “Mon Amour”: è affascinante stare ad osservare come la musica non può quasi mai fare a meno di assomigliare e seguire il percorso di vita di chi la produce. Young Signorino non è più quello che sosteneva di essere figlio di Satana e cugino di Marilyn Manson, che affrontava così superficialmente la carriera di musicista, come se fosse una continua provocazione vuota, priva di significato se non quello numerico dei like su YouTube di gente che lo guardava manco fosse una donna barbuta, non come un musicista serio. Ora è tutto diverso, la svolta definitiva forse con l’incontro, tra i più sconvolgenti dai tempi di Vittorio Cecchi Gori e Valeria Marini, con Vinicio Capossela, che gli fece mettere mano sulla sua “La peste” e il risultato non fu affatto male anzi, ma lo diciamo sotto voce, che non sentano tutti i radical chic là fuori, probabilmente la rese anche migliore. Forse da lì Young Signorino si è reso conto di poter essere di più di una donna barbuta, così si è messo a dire quello che aveva da dire ed è tutto abbastanza interessante, il sound sembra più ragionato e adulto; poi cosa riserverà il futuro non lo può sapere nessuno, ma diamo a Signorino quel che è di Signorino, nella vita sbagliamo tutti e tutti possiamo tornare indietro e provare a mettere una pezza, lui lo sta facendo al meglio che può. “Mon Amour” non sarà “Futura” di Dalla ma rispetto a “Mmh ha ha ha” siamo dalle parti di Mozart.

Lazza – “J”: Lazza l’avevamo lasciato nel 2019 con il progetto, davvero splendido, “Re Mida (Piano Solo)” nel quale suona i suoi pezzi trap al pianoforte; forse la roba più geniale e autentica venuta fuori dalla scena da quando esiste una scena trap. Oggi torna con un disco molto personale che tende ad assottigliare sempre di più e in maniera del tutto sensata e organica la linea che separa il rap dalla trap. Ormai tutti fanno tutto, i beat si mescolano, la trap sta trovando piano piano i suoi autori, personaggi che hanno qualcosa da dire e pensano a qualcosa in più della propria immagine. Ecco, Lazza è uno di questi; in “J” racconta se stesso in compagnia di alcuni grossi esponenti della scena rap/trap come Capo Plaza, il fenomeno tha Supreme, Gue Pequeno, Shiva, con la quale firma “MON AMOUR” e soprattutto “FRIEND”, forse il brano più interessante dei dieci proposti, che conta anche sulla collaborazione di Geolier che, non può farci niente, qualsiasi cosa sfiora diventa un labirinto di magnetismo; e poi ancora Tony Effe, Emis Killa e Gemitaiz. Dentro insomma ci si trova un po' di tutto ed è tutto di estrema qualità. Vedete? È molto semplice, per fare buona musica basta essere bravi musicisti e poi la differenza, spiace per gli altri, ma si sente.

Massimo Pericolo – “Beretta”: Massimo Pericolo al momento in Italia è l’unico rapper che da l’idea di scrivere la propria roba non solo perché è in grado di farlo, anzi, magari è in grado meno di altri; e nemmeno per un’immagine che, francamente, è meno “gangsta” di altri, ma perché si scorge dietro una necessità reale di dire ciò che ha dentro. È intrigante perché autentico, perché apre finestre nascoste su un mondo a noi borghesucci totalmente sconosciuto, la sua musica apre una breccia nella sua stessa anima, l’anima di uno sconosciuto che, per l’amor di Dio, può anche non interessare, ma non si sa mai cosa ci si perde.

Alessio Bernabei – “Trinidad”: già il titolo non prometteva niente di buono, dovevamo aspettarcelo. Apri la pagina Spotify, punti il cursore su play, chiudi gli occhi con grande energia e clicchi timoroso sul mouse sperando che non parta quello che poi inevitabilmente parte. Fare uscire nuovi tormentoni a metà luglio dovrebbero vietarlo per legge. Brano di una bruttezza che viene da strappare pure il velo che dovremmo poggiarci sopra per far finta di non averlo mai ascoltato. Che questa estate finisca presto.

Dargen D’Amico – “Jacopo”: Ma chi l’ha detto che il rap non può stiracchiarsi in pregevoli salti mortali musicali? Dargen D’Amico, per esempio, ottimo esponente della scena nazionale, ci riesce benissimo, anzi, quasi sempre spacca e ascoltarlo è proprio un piacere.

Alfa feat. Yanomi – “Sul più bello”: Sta giungendo un tempo, vi dico, che la discografia, forse non solo italiana, come per i primi dieci anni del nuovo secolo passava esclusivamente dalla televisione, passerà esclusivamente dai social. Sarà lì che nuovi brani e nuovi artisti nasceranno e si moltiplicheranno; e, vi dico, quella non sarà una buona giornata. Alfa e il suo producer Yanomi orbitano quel mondo lì, fanno del pop innocuo, niente di che, una roba dimenticabilissima, ma anche i mostri sono nati cuccioli, in questo senso l’operazione ricorda quella di Benji & Fede ma con più garbo. Ora sarebbe il caso di dirvi qualcosa del brano: ecco, fate conto che Federico Moccia ascoltandola si sfregherebbe le mani.

Diamine – “Calma”: consiglio: alla fine di una giornata di orrendi tormentoni, ascoltate musica che vi dica qualcosa di diverso, vi farà bene alle orecchie, al cuore e al cervello. “Calma”, così come la produzione tutta dei Diamine, sarebbe un’ottima scelta; un trip amoroso in musica, traduzione del fascino perverso dell’amore, quando c’è e quando manca. Brano che esce a sorpresa a poche settimane dallo splendido “che diamine” e che mette nuovamente in bella mostra la potenza della poesia psichedelica del duo electro-pop romano, piccola perla da non lasciarsi scappare quando viene voglia, e perdio verrà anche d’estate a qualcuno, di ascoltare musica seria, fatta come si deve.