"Mentale strumentale", l'altra anima dei Subsonica

"Mentale strumentale", l'altra anima dei Subsonica

Samuel racconta il nuovo lavoro della band torinese e la sua genesi molto particolare: "Ricordo che ogni tanto qualcuno entrava, prendeva uno strumento, cominciava a strimpellare qualcosa e da lì si partiva con un viaggio di sperimentazione che magari durava anche tutta la notte"

subsonica nuovo album mentale strumentale samuel

© Giuseppe Maffia / NurPhoto / NurPhoto via AFP - Samuel, Subsonica

Allo scoccare della mezzanotte di giovedì è uscito, a sorpresa, un nuovo album dei Subsonica dal titolo “Mentale strumentale”. Nuovo si fa per dire perché in realtà la band torinese il disco l’aveva registrato ben 16 anni fa, era il 2004, e fu rifiutato dalla Mescal, l’etichetta con la quale si trovavano già ai ferri corti e che avrebbero lasciato a breve.

Rifiutato, anche malamente narra la leggenda, perché un disco strumentale; su wikipedia leggiamo addirittura che fu etichettato ai tempi dai capoccia della suddetta etichetta come “album di soli rumori”. Una storia, chissà quanto vera, che letta così potrebbe sembrare quasi una provocazione da parte della band, che si trovava in difficoltà e desiderava aprire un nuovo capitolo della propria storia, ma, da contratto, doveva consegnare ancora altri due dischi; un modo come un altro per creare una frattura dunque e liberarsi da catene che cominciavano a diventare troppo strette per una band di sperimentatori genialoidi come i Subsonica, ma che invece suona oggi evidentemente come un grido di liberazione (e chissà se è un caso l’uscita a ridosso del 25 aprile), una ribellione feroce, una selvaggia dichiarazione di intenti.

Un disco onesto, schietto, urlato, squisitamente artigianale, che mette in luce una parte importante dell’anima musicale di una band che oggi, alla soglia dei 25 anni dalla fondazione, risulta ancora “avanti” a tutti, proprio per la voglia di non rinunciare mai alla ricerca, di rispettare la propria essenza musicale. Ma a spiegarci esattamente come sono andate le cose è Samuel fondatore e voce dei Subsonica.

“Si. Diciamo che nasce tutto dal fatto che i Subsonica sono sempre stati un gruppo che si è piazzato tra la musica pop, quella che vede la sua vitalità nella scrittura di canzoni, e un ambito più sperimentale, fatto di ricerca sonora, laddove il suono ha la stessa importanza della voce”.

Quindi com’è andata? Qual è la genesi di questo album?

“Con l’andare del tempo, da quando abbiamo iniziato, ovviamente la musica attorno a noi era cambiata, e anche noi eravamo cambiati, avevamo fatto delle tournée, iniziavamo ad abbracciare un pubblico anche bello vasto, quindi sempre di più c’era la voglia di arrivare a questo pubblico, e in questo percorso c’eravamo un po' dimenticati di quella che era la nostra natura di partenza”.

Perché voi in realtà partite come sperimentatori…

“Il primo nucleo del gruppo eravamo io, Max e Boosta, e lavoravamo soprattutto su cose sperimentali, l’idea iniziale addirittura era quella di non andare nemmeno in tournée, di fare solo dischi sperimentali e strumentali. Poi piano piano sono venute fuori le canzoni, un disco che è piaciuto, abbiamo fatto una tournée, abbiamo abbracciato il pubblico e siamo diventati sempre di più i Subsonica delle canzoni. Però sotto macerava e continuava ad esistere quella necessità e quella voglia di utilizzare la musica e andarla a scomodare, andarla a tirare fuori dalla terra”

E così, tra l’altro in un momento particolarmente fortunato della vostra carriera, vi viene in mente di registrare “Mentale strumentale”…

“Ricordo che il disco che è uscito subito dopo la registrazione di questo album è stato ‘Terrestre”, che è stato il nostro album più di successo in termini di riconoscenza del pubblico, e quindi questo dimostra quanto queste due anime dei Subsonica vivano all’interno del gruppo e non solo diano forza al gruppo ma creano anche delle grosse contraddizioni interne che poi vengono sviluppate, sviscerate, scrivendo musica”.

Per registrarlo vi siete rinchiusi nei vostri studi di Piazza Vittorio a Torino per due settimane, notte e giorno…chissà quante ne saranno successe…

“La cosa che ricordo di più è che c’erano una serie di strumenti, sempre montati, delle percussioni etniche, dei synth analogici, molti effetti. L’idea iniziale era quella di aprire tutti gli strumenti e poi la casualità avrebbe guidato l’ispirazione. Ricordo che ogni tanto qualcuno entrava, prendeva uno strumento, cominciava a strimpellare qualcosa e da lì si partiva con un viaggio di sperimentazione che magari durava anche tutta la notte. C’era questa stanzona, piena piena di strumenti, tutti montati; in genere quando si registra un disco si fa prima la batteria, poi il basso…quindi si monta uno strumento alla volta, in quell’occasione lì c’erano tutti gli strumenti montati insieme e a volte ci trovavamo per caso a passare davanti ad uno strumento (per noi musicisti lo strumento è sempre una sorta di calamita, quando lo vediamo dobbiamo per forza andare a toccarlo, muoverlo, in qualche modo) e quest’oggetto magnetico che ci attirava creava quelle scintille che hanno generato questo album”

In quel momento, così come oggi, avete pensato a come i vostri fan avrebbero potuto reagire ad un disco del genere?

“Noi siamo nati e cresciuti in un momento che si poteva definire ‘crossover’, in cui veramente potevi fare il disco sperimentale e magari andare in classifica. Noi siamo figli di quel periodo storico, abbiamo la necessità non solo di fare canzoni ma anche di sperimentare con la musica. Il nostro pubblico è nato e cresciuto con noi quindi in qualche modo ha preso il nostro imprinting, capisce perfettamente il fatto che i Subsonica possono anche avere una canzone non cantata. Ora, in questo caso è un disco intero, però anche io, in quanto cantante, sono un musicista quindi faccio parte dell’equipe di composizione e di produzione di questo album. I Subsonica sono conosciuti come un’entità pop, che produce delle canzoni, ma che in realtà può essere anche altro. Questo disco vuole raccontare quel lato dei Subsonica che negli ultimi anni è stato un pochino messo da parte a favore invece di quella vitalità più pop, più da canzone che abbiamo”

Infatti suona come un grido di liberazione…

“Be, liberarsi dalle strade che si sono prese è un po' il dovere, la necessità di ogni artista. Non eravamo mai riusciti a raccontare questa storia, l’abbiamo sempre raccontato a parole, ma non eravamo mai riusciti a far sentire davvero cosa era successo e quali sono al completo, a 360gradi, i Subsonica. Ecco questo dramma che stiamo vivendo in questo momento, ha dato la possibilità di aprire quelle stanze, di aprire quei luoghi e abbiamo trovato la voglia e la forza di farlo in questo momento”.

Ecco, appunto, perché questo momento?

“Questo è un momento che da un lato è drammatico ma è anche veramente uno stop come mai nella storia noi abbiamo vissuto, soprattutto gli artisti, che sono le antenne, che forse prima degli altri riescono a percepire e a tradurre un tempo storico. Come noi moltissimi altri artisti hanno capito che questo è un momento in cui bisogna andare a porre le basi per il futuro. Adesso abbiamo tempo a disposizione, mentre prima si era ingabbiati nelle dinamiche di consegne, di scadenze, di tour, invece questo tempo che si è liberato fra le nostre mani è molto importante per scrivere la musica del futuro. Era giusto quindi raccontare quelle parti più nascoste di un gruppo come i Subsonica”.

Una band ai vertici come i Subsonica sente ancora la pressione del mercato?

“Il mercato crea pressioni in qualsiasi soggetto che ne fa parte. Se tu fai parte di un carrozzone in qualche modo sei lì sopra quindi devi capire dove sta andando, devi capire come trovare il tuo posto all’interno di quella cosa, anche se noi, da sempre, non ci siamo mai fatti influenzare troppo dal risultato delle vendite o dalla ricerca estenuante della classifica, noi siamo sempre rimasti abbastanza legati al concetto di mantenere una nostra musica, una nostra vitalità musicale. Ovvio che i tempi passano, le musiche passano, ritornano, è un grande circo, però l’avere una propria linea ben definita ti aiuta a rimanere in equilibrio, però devi fare attenzione a quello che succede e inevitabilmente sei messo all’interno di quelle dinamiche che sono le scadenze, che sono le dinamiche disco/turnè. Quelle per un artista sono una specie di prigione, perché tu fai un album, poi sai perfettamente che per un anno e mezzo andrai in tournée, soprattutto un gruppo come noi che vive tanto di live. Poi quando finisce la tournée hai pochi mesi per fare uscire un altro disco e in quei pochi mesi devi rientrare. Ecco, questo momento così drammatico ci sta dando, a noi come a tutti gli artisti, il tempo di rompere questa ciclicità, di rompere questo meccanismo che in qualche modo asciuga sempre di più la creatività degli artisti”

Gli artisti italiani sono liberi?

“Io credo che gli artisti, proprio per definizione devono essere liberi, un artista che non è libero fondamentalmente non è un artista”

E lo sono anche i nuovi artisti della scena italiana?

“Gli artisti di oggi sono molto schiavi della velocità con la quale il pubblico inghiotte e digerisce tutto. Io ricordo che quando abbiamo iniziato noi un album durava quattro anni, adesso un album dura massimo cinque mesi, quindi gli artisti di oggi sono perennemente in scrittura, parallelamente in tournée, parallelamente in produzione. Fanno tre cose insieme, sempre. Questo è un meccanismo che schiaccia l’artista, che lo porta ad asciugarsi sempre di più. Sono veramente dei draghi, io non riuscirei mai a vivere come vivono questi ragazzi di oggi, però questa cosa porta inevitabilmente al fatto che quando ne sbagli una c’è un altro che ti fa un tackle, quindi diventa molto molto più complicato, molto molto più difficile”

In questi giorni sono partiti i provini per la prossima stagione di X-Factor, ti vedremo ancora seduto dietro quella scrivania?

“Io avevo fatto per scelta un contratto di un solo anno, perché mi era capitato di avere questo tempo a disposizione e di avere un momento in cui volevo autoimpormi un blocco artistico e quello è stato un blocco artistico notevole perché ho dovuto mettere la testa nella musica di altri per dei mesi. Mi è stata proposta questa cosa qui ed io ho accettato a patto di impegnarmi solo per un anno. Quindi io sono stato un giudice ma in questo momento non lo sono, dovessero richiedermelo non so se accetterei però prenderei in considerazione la cosa perché comunque alla fine mi ha lasciato delle cose, soprattutto dal punto di vista umano. Non so cosa succederà, non so nemmeno se loro hanno intenzione di ripropormelo, però diciamo che per me non è stata una brutta esperienza. È stata esattamente l’esperienza che immaginavo, esattamente l’esperienza che volevo”.