Dall'Ariston a i teatri passando per Tokyo, intervista a Raphael Gualazzi

Dall'Ariston a i teatri passando per Tokyo, intervista a Raphael Gualazzi

Il musicista traccia il bilancio della sua ultima partecipazione a Sanremo, ci parla del nuovo disco "Ho un piano" e si sofferma sulla crisi culturale che, a suo giudizio, sta attraversando il nostro Paese

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Raphael Gualazzi

Raphael Gualazzi prima ancora di essere un artista che fa musica è un uomo che la musica la incarna letteralmente. Parlarci è estremamente interessante, anche se si ha sempre la sensazione che gli stia girando continuamente per la testa una melodia, un altro dei suoi geniali jazz dietro quegli occhi buoni, come se gli manchi sempre un pianoforte davanti per esprimersi al meglio, come gli è più congeniale. Perché poi, quando si siede a quel pianoforte, gli vedi aprirsi in faccia un sorriso dolce, esplodergli nello sguardo una serenità irraggiungibile, sta lì ma non sta proprio lì, è come se fosse l’ologramma di lui su un altro pianeta, dove tutto ha il suono di un pianoforte e a lui piace da matti.

Lo abbiamo notato anche alla 70esima edizione del festival di Sanremo .Gualazzi ha l’innata capacità di trasformare il complicato in semplice. Eppure per lui solo un undicesimo posto poco per un musicista apprezzato e richiesto letteralmente in tutto il mondo. Eppure il brano suonato sul palco dell’Ariston, “Carioca”, portava un’inequivocabile ventata di allegria, senza tralasciare la propria tradizione da musicista vero, impegnato.

Il grande pubblico italiano ha conosciuto Raphael Gualazzi solo nel 2011 grazie alla straordinaria “Follia d’amore”, forse uno dei brani più belli e allo stesso tempo complessi in gara al Festival di Sanremo da chissà quanto, ed è subito vittoria della categoria Nuove Proposte. In seguito avrebbe rappresentato l’Italia all'Eurovision Song Contest, dove manchiamo dal 1997, classificandosi secondo. Inutile dire che in Italia siamo già in ritardo nel celebrare uno dei più talentuosi musicisti jazz della scena rispetto ad altri paesi che già lo vogliono, già lo passano in radio, già lo fanno schizzare in alto in classifica.

Parteciperà poi ai Sanremo 2013 e 2014, ottenendo sempre ottimi risultati, mostrando sempre una concezione della musica del tutto diversa e particolare, molto più profonda e istintiva. Nel frattempo il successo commerciale ha avuto fasi alterne. Così quello che è successo in quei momenti di buio mediatico ce lo spiega con un orgoglio doppio.

“Come sai devo coltivare un pochino altri territori, fuori dall’Italia. Quindi oltre alla vita normale, che è importante da vivere perché sennò non c’è niente che puoi raccontare nelle tue canzoni a livello di emozioni, di vissuto, sicuramente ci sono stati diversi impegni. Per esempio c’è stata una release in Giappone, un best of, e per l’occasione c’è stata una serata invitato al Blu Note di Tokyo con il mio trio. Ho conosciuto un producer giapponese con il quale ho realizzato questo brano dal titolo “Unica” con il quale sono stato nella top ten giapponese per qualche tempo. Diverse collaborazioni all’estero, diversi progetti, come quello per la trasmissione di Filippo Timi che partirà nei prossimi giorni, e ho curato tutta la parte degli arrangiamenti delle canzoni e ho collaborato nella scelta degli artisti da invitare. Ho fatto il maestro concertatore per la Notte della Taranta, un impegno che ho preso con grande profondità e serietà, un’opportunità per conoscere una tradizione che rappresenta il blues italiano. Insomma ho sempre suonato, ho sempre composto, alcuni brani già so che faranno parte del prossimo progetto rivolto all’estero, perché avrò bisogno di alcuni brani più jazzistici in quanto la percezione nei paesi esteri, a differenza che in Italia, è più quella di un jazzista…”

E tu ci tieni molto? L’impressione dalle nostre parti è che sia stato proprio tu ad aver fatto un passo indietro rispetto la produzione di musica più commerciale. Una scelta abbastanza forte…

“Certo. Io credo ci siano due tipi di percorsi: uno orizzontale che riguarda le varie collaborazioni con generi diversi dal tuo, che ti possono aiutare a creare una codificazione diversa di quello che tu fai, in un paese dove la cultura che tu ami non è sostenuta da nessun mass-media; e poi ci sono luoghi dove la cultura è molto sostenuta, parlo della Francia, della Svizzera, anche del Giappone, quindi lì necessiti di una ricerca più verticale, incontro alle tue ispirazioni, e devi andare in profondità nel mondo afroamericano in tutte le tue sfaccettature. È questo il tipo di ricerca che intendo fare. Intendo continuare portare avanti un percorso che mi agevoli rispetto allo sdoganare un determinato tipo di musica e un determinato tipo di mondo, sul grande pubblico italiano, ma allo stesso tempo voglio andare a fondo per poter sempre di più migliorare in quello che è il mio percorso jazzistico”

Un'affermazione all'estero che permette a Gualazzi di essere  capace di valutare in maniera un po' più “esterna” ciò che succede in Italia. Specie ciò che è cambiato tra il suo primo Sanremo e quello appena concluso.

“Le cose sono cambiate e la musica è molto cambiata. La fruizione della musica è cambiata, però allo stesso tempo c’è una nota positiva: il fatto che determinati contenitori, come determinate piattaforme digitali, che ormai sono importantissime per la diffusione della musica, esigono un sound che non può essere acustico, perché sarebbe troppo diverso. È un’esigenza sonora che ha per esempio la radio, di avere determinate frequenze, determinati suoni. Quindi tu crei delle collaborazioni, in modo tale da trovare il trade union giusto che possa celebrare quelle che sono le tue passioni, i tuoi mondi sonori, attraverso la commistione con altri generi, con altre sonorità, più confacenti a quel tipo di contesto. Ovviamente quando una persona si affaccia su una piattaforma digitale, come quando ascolta un brano alla radio, può trovarci degli stimoli per poi andare a conoscere l’artista, e allora è lì che nasce l’ascoltatore. Dal consumatore di musica all’ascoltatore; l’ascoltatore magari si prende il vinile, si mette a casa con un bell’impianto stereo e si ascolta un disco, magari su piattaforme di alta qualità che sono nate da poco che trovo molto interessanti”

E per questo hai scelto di portare a Sanremo “Carioca”?

“La scelta di portare proprio questo pezzo in realtà non l’ho fatta io, devo essere sincero. È stata un’idea del direttore artistico, io penso che nel palinsesto del programma sanremese ovviamente ci sono tante componenti. Un contenuto che da un punto di vista risulta più particolare è più inaspettato, è un contenuto più interessante. Quindi nella rosa di alcuni brani del disco, “Carioca” è stato quello che ha stuzzicato di più. Io sono felice di aver sempre nuove sfide, quindi sicuramente è stato bello vedere il brano rinascere sul palco sanremese, restituito alla sua organicità, al giusto equilibrio, al grandissimo rispetto che c’è stato tra la messa in onda, con una persona che tutelava tutta la gamma sonora, ed io che ovviamente dovevo proteggere il mio ‘pianismo’. Paradossalmente mentre suonavo il livello in uscita dalla televisione, in regia, del mio pianoforte era in rosso, quindi tecnicamente era qualcosa di inesatto, però suonava bene, come le session che facevano Little Walter o Muddy Waters per la Stacks Records. Così si sono fatti i più grandi dischi della storia, certe volte l’imperfezione di certi equilibri è anche la chiave dell’espressività, del ‘vibe’, è quello che abbiamo voluto salvare dando il giusto al pianoforte, perché il pianoforte dev’essere sempre il mio elemento distintivo, la mia cifra stilistica, il mio fedele compagno di viaggio, la mia macchina del tempo, dev’essere sempre ben chiaro anche nell’ascolto. A Sanremo la scelta è stata di valorizzarlo ancora di più, sempre nel rispetto di tutti quanti; eravamo tutti contenti del risultato, dell’energia del brano, e penso che questa sia una delle più belle soddisfazioni; a quel punto lì non ti interessa nemmeno più della competizione. Sei contento perché sei riuscito, con un lavoro di squadra, un impegno e un focus di tutti quanti, a dare il massimo che potevi dare con umiltà; siamo arrivati lì col sorriso stampato sulla faccia, felici. Se non fosse che la prima sera ho suonato alle 2 di notte ed ero un pochino schiantato, ma le altre due sere sono stato davvero felice di essere su quel palco”.

L’impressione comunque a Sanremo è sempre quella che la musica faccia da contorno allo show, per cui nel cast artistico musicisti un po' più seri, che si approcciano alla musica con un atteggiamento più profondo, siano un po' sacrificati, un po' messi in un calderone in mezzo ad alcuni che sono più personaggi televisivi che altro…

“Io non sono nella posizione di poter fare delle considerazioni tali perché comunque c’è un conflitto d’interessi, sono stato partecipante quindi non posso prendere certe parti. Però quello che posso dire, aldilà di tutto, è che credo che portare qualcosa che magari si differenzia un pochino, vuoi per appartenenza stilistica o per esperienze diverse che altri artisti possano aver fatto, un contenuto diverso in un’esposizione così grande come il Festival di Sanremo, è già un’ottima cosa. Voglio essere positivo, ottimista. Io sono dieci anni che insisto su questa cosa: sarebbe bello, sarebbe uno dei miei sogni, se si tornasse ad avere, in generale, un pochino più di attenzione verso, non solo la cultura jazzistica, ma anche tutta la cultura classica, della quale facciamo parte, di cui siamo stati promotori in tutto il mondo… E perché non in Italia? Quando vedo determinati artisti passare in televisione io sono felice, perché sembra che si crei uno spiraglio di luce, di possibilità, dove l’attenzione delle persone, del grande pubblico, per un attimo, può essere presa per mano ed essere portata di fronte a tutta la bellezza che fa parte della nostra cultura. Non dobbiamo dimenticare: la canzone è sicuramente un grandissimo veicolo culturale ed è importantissima, però dietro a quello c’è tutto un mondo di musica che non va tralasciato”

Il mainstream italiano, Sanremo a parte, senti che ha difficoltà a promuovere un certo tipo di contenuti culturali? Un certo tipo di musica più impegnata?

“C’è una barzelletta che dice: la differenza tra un concerto pop e un concerto jazz è che al concerto jazz fai tremila accordi e ci sono due persone che lo guardano, al concerto pop fai due accordi e ci sono tremila persona che lo guardano. A parte l’idea del jazz come idea complicata e intellettualoide, il jazz nasce da una situazione gioiosa, da una festa grande, dalla condivisione”

E tu ne sei la dimostrazione?

“Ma non c’è attenzione mediatica per il jazz in Italia. Ce n’era un pochino di più qualche tempo fa, qualche volta su Rai5 alle undici e mezza di sera/mezzanotte, ti trovi qualche estratto di Umbria Jazz del ’90… Alle undici e mezza di sera. Almeno una trentina di anni fa facevano D.O.C., con Renzo Arbore, era un programma strepitoso che dava largo spazio ai nuovi trend anche del jazz. Si è perso quel collegamento lì fondamentale che poi si traduce anche in percezione da parte dell’ascoltatore di un rispetto che c’è nella musica, per il musicista. A me sembra, alle volte, che anche il mestiere musicale venga percepito come la cosa più facile del mondo. Ma io credo che la musica sia lo specchio delle proprie emozioni e debba rimanerlo, noi non salviamo le vite però è una parte della nostra cultura abbastanza importante”.

Contribuite comunque a salvarle le vite, in qualche modo…

“Tutti amano la musica. Shakespeare diceva che chi non ama la musica non è una bella persona”

Passando al disco, “Ho un piano”, come ti è venuto in mente di utilizzare produttori come Stabber, i Mamakass, DADE, persone che lavorano soprattutto con il rap, ottenendo un risultato perfetto?

“Io penso che questo buon risultato sia dovuto all’estrema umiltà di questi produttori che hanno un’esperienza musicale diversa dalla mia. Con ognuno di loro c’è stato un approccio assolutamente differente, con qualcuno siamo partiti da vere e proprie jam session, altri hanno valorizzato alcuni giri armonici che proponevo diventando la colonna vertebrale dei brani, con altri abbiamo lavorato sulle atmosfere, con altri ci siamo concentrati sulla parte testuale del brano. DADE mi ha proposto addirittura un beat".   

Ad ascoltare questo disco viene subito l’idea che siano pezzi che poi esploderanno nei live… Cosa si deve aspettare chi viene a vederti a teatro? Perché solitamente la musica jazz si traduce sul palco con una grammatica classica e ben precisa, ma “Ho un piano” è un disco totalmente diverso. Come pensi di riportare certe sonorità?

“Sicuramente ci saranno certe parti che saranno assegnate a determinati strumenti piuttosto che ad altri, poi noi siamo molto versatili quindi ci sarà anche la possibilità di ospitare guest all’interno dello spettacolo. Scenograficamente ancora non ho pensato a fondo a come fare, perché Sanremo è finito davvero l’altro ieri, però vanno bene tutte le aperture possibili e immaginabili, sempre pensando al concetto che la musica deve essere suonata dai musicisti. Il repertorio sarà sempre un mix tra alcuni brani di questo album, alcuni successi del passato, poi ci saranno delle rivisitazioni di brani celebri o meno celebri della tradizione afroamericana più o meno recente e poi ci saranno sicuramente degli omaggi alla musica italiana, anche strumentale. In generale mi piace l’idea dell’utilizzo intelligente delle luci con un’interazione adatta e anche la giusta ironia, ma ad oggi descriverlo sarebbe riduttivo. La prima cosa che ci sarà da fare sarà una bella riunione con la mia band”