I cinque dischi di Battisti che non andranno su Spotify (né altrove)

L'accordo raggiunto con le piattaforme streaming non comprende le canzoni scritte da Panella. E che sono molto diverse dai capolavori di Mogol

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Luigi Narici / AGF 
Lucio Battisti

Sta creando un grande clamore lo sbarco su Spotify di Lucio Battisti. La Sony lo annuncia dichiarando che “è un giorno importante per tutti i fruitori di musica sulle piattaforme digitali, soprattutto in riferimento ai più giovani che potranno finalmente ascoltare gli innumerevoli successi creati da Lucio Battisti e Mogol, il più grande binomio artistico della musica italiana di sempre”.

Tutto vero: senza una presenza online ben strutturata gli ascoltatori più immaturi rischierebbero di affogare in un mare di musica trap, il che non è per forza di cose un oltraggio, ma sarebbe stato comunque un peccato, come lo è stato in tutti questi anni, non avere a disposizione sulla stessa piattaforma la musica di Battisti, italico peccato musicale originale.

Tutto viene da lì, da quei dodici dischi frutto del genio del sodalizio più importante della storia del nostro pop: Battisti/Mogol. E sono proprio questi dodici album a finire su Spotify, dal 29 settembre in poi qualsiasi classe 2000 non strimpelli “La canzone del sole” al falò di Ferragosto non avrà più scuse.

Attenzione: c’è una specifica che corre l’obbligo di segnalare, quello che le piattaforme digitali offrono è solo una porzione di repertorio di Battisti, quella legata appunto al lavoro svolto con Mogol, ma c’è un’altra fase della storia di questo gigante del nostro cantautorato che resta ancora chiusa in un cassetto dell'Editore Acqua Azzurra. Parliamo degli ultimi cinque album cantati da Battisti, quelli nei quali le parole semplici, romantiche, immediate e dirette di Mogol fanno spazio all’intellettualismo rivoluzionario di quelle del poeta Pasquale Panella.

Cinque album che rappresentano una rottura netta e quasi violenta con le opere del passato, Battisti è stanco di schitarrare, pretende di più, com’è giusto che sia, esegue un lavoro di ricerca stilistica complesso che, di fatto, allontanerà il grande pubblico, non ancora pronto ad un ascolto così impegnato.

Battisti non verrà mai ricordato per nessuno di questi cinque album, su questo non c’è dubbio: la cultura italiana ha impresso il suo viso su evergreen come “Emozioni”, “Un’avventura”, “Il mio canto libero” etc etc…ma la fase Panella è imprescindibile dalla vera essenza del cantautore.

Non è una questione di valore o meno di un certo tipo di musica che ha certamente diviso pubblico e critica, tra chi l’ha definita geniale, avanti, ed effettivamente alcune intuizioni proprio di questo periodo, molto più di quello con Mogol, ci restituiscono la vera e divina cifra stilistica di Battisti; e chi l’ha paragonata al supplizio subito dal Fantozzi costretto a guardare “La corazzata Potëmkin” in ginocchio sui ceci.

“Don Giovanni” esce nel 1986, Francesco De Gregori lo considera “Una pietra miliare. D'ora in poi dovremo tutti fare i conti con un nuovo modo di scrivere la musica”, cosa chiaramente incontrovertibile, De Gregori vuole dire che “Don Giovanni” è il primo capitolo di un altro libro, il cerchio d’oro del cantautorato italiano durato, ad occhio, una quindicina d’anni (che anni però!) si è chiuso.

Quel cantautorato geniale che mette tutto e tutti sotto la stessa ala, dal sentimentalismo poetico alla lotta politica, è finito, se non mancano le mani per scriverlo cominciano a mancare certamente le orecchie per ascoltarlo; ora serve andare avanti.

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Lucio Battisti (Afp) 

Le sperimentazioni musicali anni ’80, sulle quali naturalmente influiscono sonorità più moderne, elettroniche e anche un po' più distaccate, non sono sempre azzeccate, ma serviva che Battisti in qualche modo rinnegasse se stesso, quel nazionalpopolare sfrontato delle parole di Mogol, per cercare qualcosa di altro.

A cadenza biennale escono poi “L’apparenza” (1988), “La sposa occidentale” (1990), “Cosa succederà alla ragazza” (1992) e l’ultimo, “Hegel” (1994). L’accoglienza è sempre la stessa: fredda, soprattutto lato pubblico, che si sente sperduto, diciamolo, anche tradito, da questa nuova vena artistica di Battisti, considerata a tratti come segno di un intellettualismo vagamente forzato, oggi probabilmente lo avrebbero bollato all’istante come radical-chic, una ricerca che viene realizzata a tutti i costi, anche quando il risultato è evidentemente poco convincente.

Ma questa sua ricerca è andata a buon fine? Sulla carta si, è innegabile, anche se parliamo di album che non solo hanno venduto pochissimo, ma che hanno contribuito in maniera decisiva a creare il mito del fantasma di Battisti e contemporaneamente quello dello stesso Mogol: più il primo sbagliava più il secondo poteva rivendicare (anche a ben ragione, perché no?) il valore del proprio lavoro.

A Battisti, è chiaro, non gliene è mai fregato granché di star lì a regalare zuccherini al suo pubblico, anzi, col passare degli anni ha donato sempre meno, prima rompendo con Mogol, poi negandosi ai mass media, poi lasciando addirittura istruzioni precise sull’utilizzo della sua musica dopo la morte.

Per questo per anni non abbiamo trovato Battisti su Spotify, perché lui non ha mai voluto e la signora Grazia Letizia Veronese si è battuta con tutte le proprie forze affinché questa volontà venisse rispettata. Forse alle volte anche esagerando, d’altra parte nel 1998, quando Battisti viene a mancare, ancora non esistono i talent musicali e nemmeno il web per come lo conosciamo oggi; insomma il sistema musica è un’altra cosa.

Se il 29 settembre del 2019, data significativa per Lucio Battisti essendo il titolo di uno dei suoi brani più famosi, l’opera di Battisti e Mogol sbarca in rete, e quella con Panella no, è perché lo stesso Mogol, oggi presidente della Siae, ha combattuto un’aspra battaglia legale per rivendicare il fatto che le sue quote della società Edizioni Musicali Acqua Azzurra (9%), così come quelle della casa discografica Universal Ricordi del gruppo francese Vivendi (35%), con le canzoni tenute in ostaggio da Grazia Letizia Veronese e Luca Battisti (56% del capitale), non fruttavano il becco di un quattrino.

A questo punto la speranza è che qualcuno si batta per avere presto a disposizione anche l’ultimo Lucio Battisti, quello con Panella, non perché migliore o peggiore di quello con Mogol, in realtà sembrano due modalità di intendere la musica extraterrestri l’una rispetto all’altra, ma perché sarebbe ingiusto che il messaggio artistico che Battisti, in maniera così forte e decisa, ci ha voluto lasciare, rimanga, di fatto, monco. 



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