Dietro il successo dell'attore Down Gabriele Di Bello, c’è una grande madre

Anna Rita Casolini di Sersale racconta all’Agi come ha tirato su il suo secondogenito, oggi star della tv e campione di nuoto

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“Va bene così, andiamo avanti”. E’ la frase, poi diventata un mantra con cui Anna Rita Casolini di Sersale e suo marito, venticinque anni fa, quando il loro secondogenito  Gabriele Di Bello è venuto al mondo, hanno accolto la sua sindrome di Down.

Nonostante medici poco empatici come il primo pediatra consultato che, racconta Anna Rita all’Agi, profetizzò loro un futuro fosco: “Ci liquidò in fretta, senza neanche visitare Gabriele, dicendoci “questi bambini”, una generalizzazione che non sopporto,  non possono correre,  non possono fare tante cose, hanno grandi problemi a scuola… Usciti di lì io e mio marito decidemmo che, nonostante la sindrome, avremmo educato nostro figlio come Simone, il primogenito”.

Sono andati talmente e coraggiosamente avanti che oggi Gabriele non solo corre, nuota (ha portato a casa  la medaglia di bronzo  alle olimpiadi di Abu Dhabi degli Special olympics) suona la batteria, balla l’hip hop, si è diplomato con 80/100 all’istituto alberghiero (“uno dei momenti più belli della sua vita) con una tesi sulla celiachia con cui deve fare i conti, è fidanzato e ha un lavoro a tempo indeterminato in un fast food, ma è diventato anche un attore.

E mica da palcoscenici parrocchiali, ma un vero attore, da prima serata, su Raiuno. È il protagonista di “Ognuno è perfetto”, serie in sei episodi e tre serate  in onda il 16, il 17 e il 23 dicembre, diretta da Giacomo Campiotti (il regista che con grande sensibilità firmato  la serie cult “Braccialetti rossi”)  dove recita da protagonista accanto a Edoardo Leo (suo padre) Cristiana Capotondi (la sua illuminata datrice di lavoro in una cioccolateria) e Nicole Grimaudo (sua madre) attorniato da un gruppo di altri attori down tra cui spicca Alice De Carlo, la sua fidanzata nella fiction e nella vita. Una serie innovativa, la cui sceneggiatura è stata approvata dall’Associazione nazionale Down  che abbandona ogni minima tentazione pietistica per raccontare con umorismo e delicatezza, tenendosi lontana dagli stereotipi, una storia di amore, amicizia ed emancipazione  di due ragazzi down che potrà insegnare parecchio agli adulti cosiddetti normali.

Ma se Gabriele ce l’ha fatta, se oggi in conferenza stampa può dire che è felicissimo del film tv ma che vuole tenere i piedi per terra “perché il lavoro (quello del fast food ndr) è la cosa più importante”, il merito va molto a sua madre, una donna speciale, che vive a Tivoli, laureata in biologia e impiegata all’Istituto Poligrafico e Zecca della Stato, responsabile famiglie degli special Olympics Italia nonché presidente dell’associazione “Liberi di fare sport” dedicata ai ragazzi con disabilità intellettiva. Non ha mai accettato soprusi e scorrettezze di nessun genere verso suo figlio.

È lei che l’anno scorso denunciò sui giornali la storiaccia del ristoratore torinese che aveva cacciato dal suo locale la tavolata di ragazzi down (erano gli attori della fiction, c’era ovviamente anche Gabriele) dicendo che avrebbe dovuto essere avvertito al momento della prenotazione (tempo dopo ci siamo chiariti, si scusò dicendomi che stava passando un brutto periodo”). Ed è ancora lei che due anni fa sul suo gruppo Facebook “Genitori di ragazzi down, esperienze a confronto”, impartì una notevole lezioncina a Marco Travaglio che in tv, nel mezzo di un  dibattito politico, aveva usato il dispregiativo termine “mongoloidi” spiegando poi, nel goffo tentativo di scusarsi che voleva dire in realtà “handicappati mentali, che non sanno quel che fanno”.  Anna Rita si mise davanti al computer e scrisse: “Mio figlio vota da 5 anni, ascolta trasmissioni politiche, ha le sue idee e le manifesta, anche se ha la Sindrome di Down. Pensi, riesce ad ascoltare anche lei, nonostante la trovi un tantino troppo pieno di sé, per questo, a volte cambia canale”.

Anna Rita, quanto si sente fiera oggi, nel vedere suo figlio che duetta in tv con Edoardo Leo?

“Il suo successo mi rende felice, anche perché mi conferma che il nostro è stato un approccio vincente e che abbiamo fatto bene a non fasciarci la testa: lo abbiamo sempre trattato alla pari di suo fratello, lo abbiamo seguito tanto, spingendo verso lo sport e lo studio, tant’è che quando è arrivato alle scuole elementari già leggeva. E abbiamo cercato di fargli avere un rapporto sereno con la sua sindrome di Down, facendo sì che si riconoscesse e che la riconoscesse in altri bambini come lui, legando la consapevolezza a qualcosa positivo. Gli dicevo: vedi quella bambina con quel cane così carino? Ha gli occhi a mandorla come te”.

Come è diventato un attore?

“Per caso. Cinque anni fa, alla Casina del tango a Roma è stato coinvolto in un provino improvvisato, una lunga chiacchierata in realtà, che l’ha portato a interpretare la docufiction di Raitre “Hotel sei stelle” dove un gruppo di ragazzi Down veniva coinvolto in un percorso formativo in un hotel. È lì che ha conosciuto Alice con cui si è fidanzato. Poi Gabriele si è iscritto a un corso di teatro, considerandolo però un hobby. Il suo vero obiettivo è sempre stato il lavoro, ed è stato più fortunato di altri: diversamente dal suo personaggio Rick, che fatica a trovare un lavoro, lui da quattro anni ha un impiego a tempo indeterminato in un fast food e non è mai passato attraverso il tirocinio a differenza di tanti altri”.

Il lavoro è uno dei grandi temi della fiction, con l’insofferenza dei ragazzi Down verso tirocini spesso inutili e ripetitivi e l’anelito a trovare un impiego che li emancipi

“Già, nonostante la legge che protegge le persone con disabilità, rispetto all’ingresso sul lavoro molte aziende preferiscono farsi multare piuttosto che assumere.  Gabriele al suo lavoro al fast food ci tiene moltissimo, tant’è che tempo fa ha rifiutato un film. Quando è arrivata la  mail con la proposta del provino per la serie non l’ha presa in considerazione. Ha però accompagnato la fidanzata Alice al provino  e lì l’hanno convinto… Ma ha accettato soltanto perché il fast food gli ha concesso una lunga aspettativa. La sua vita è lì, il suo sogno, insieme a quello della recitazione è di aprire un suo ristorante, come ha fatto suo fratello che molto ha contribuito alla sua crescita”.    

Rick, il ragazzo che Gabriele interpreta nella fiction, per gran parte della storia non vuole sentir pronunciare la parola “Down”

Il momento più brutto per noi fu quando a sette anni tornò da scuola dicendomi che si era innamorato di una bambina ma che visto che la corteggiava anche un altro, non sarebbe stato preso in considerazione, perché, sottolineò “io ho la sindrome di Down”. Io lo rincuorai, ricordandogli la sua bellezza, la sua simpatia e quanto gli volessero bene tutti e a fargli andare l’autostima alle stelle ci pensò quella bambina dicendogli: “Sono troppo piccola per fidanzarmi ma sceglierei te perché quell’altro è antipatico”.

Che rapporto ha oggi Gabriele con la sua Alice?

“Stanno bene, fanno progetti, sono molto concreti. Parlano di matrimonio, di mettere su casa da soli, e non sarebbero la prima coppia down sposata, ce ne sono anche in Italia”.

Oggi tutto va bene ma ci sono stati momenti critici, sia per Gabriele, sia per voi?

Ho raccontato alti e bassi della nostra vita, dalla nascita di Gabriele ad oggi  nel libro “Va tutto bene” che ho finito di scrivere da poco, sto cercando l’editore giusto. Gabriele ha subito anche atti di bullismo, alle superiori, i compagni gli mettevano l’acqua nel cappuccio della felpa. Riuscii a farmelo raccontare, scrissi una lettera a quei ragazzi, fu letta in classe dall’insegnante e loro si scusarono. Gabriele ha avuto anche l’occasione per vendicarsi: quando la classe doveva andare in gita a Barcellona e mancava solo un’adesione per raggiungere le iscrizioni minime necessarie a partire, Gabriele si impuntò: “non mi hanno mai filato e ora mi vogliono solo perché gli servo”. Non partì nessuno”.

“Va bene così’, andiamo avanti” è il suo mantra, considera Gabriele un dono?

Un figlio è un dono in ogni caso, a prescindere dagli occhi a mandorla. Gabriele è un dono perché è un figlio, la sindrome non lo è di certo. Ma ci è capitato e ci conviviamo tranquillamente. E poi io zoppico un po’ ma quando sono con Gabriele e con i ragazzi dell’associazione che presiedo me lo dimentico, mi danno una grande energia”.​

 

 

 



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