La mania di Carlo Verdone per la medicina diventa (finalmente) un film

Intervista al regista, da sempre appassionato di temi legati alla salute, che presenta il suo nuovo film "Si vive una volta sola". E non mancano alcune stilettate verso la città di Roma e verso la Roma giallorossa

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ANDREA RONCHINI / NURPHOTO
 Carlo Verdone

È stato un pediatra in "Manuale d’amore 1", un dentista in “Italians", il macchiettistico professor Raniero Cotti Borroni del tormentone telefonico “no, non mi disturba affatto” di “Viaggi di nozze”. Ma adesso Carlo Verdone, regista e attore con un’attrazione fatale per la medicina, fa sul serio. Raccontandosi all’Agi a Otranto, una delle location del suo nuovo film, il primo girato interamente in Puglia, spiega che finalmente interpreta  “un medico in maniera solida, con il bisturi in mano”. 

In “Si vive una volta sola”, le cui riprese termineranno a fine luglio e che sarà al cinema il prossimo 12 febbraio, è Umberto Gastaldi, un famoso chirurgo oncologo, a capo di un’equipe composta dal suo aiuto Max Tortora, dall’anestesista Rocco Papaleo e dalla ferrista Anna Foglietta, tre attori con cui Verdone non aveva mai lavorato prima e che danno vita a un quartetto legatissimo nella vita professionale e in quella privata, campioni di amicizia e protagonisti di beffe, goliardate, battutacce in sala operatoria e scherzi, anche piuttosto pesanti, durante il loro viaggio estivo di quattro giorni in Puglia, al centro del road movie.  

Una versione verdoniana di “Amici miei” 44 anni anni dopo?

“Un po’ del monicelliano “Amici miei” c’è, ed è un’impronta che lo rende anche un film con una buona dose di cattiveria. Il produttore Aurelio De Laurentiis lo sente vicino al mio “Compagni di scuola” (e Papaleo, vittima designata degli scherzi dei colleghi, dice di sentirsi l’erede del bistrattato personaggio Fabris ndr) e lo paragona anche al "Grande Freddo" di Lawrence  Kasdan. Quel che è certo è che io sentivo l’esigenza di realizzare un film con una struttura corale che gli ultimi due non avevano, di interagire con altri tre protagonisti. E sebbene racconti un viaggio lo ritengo anche un film di stampo teatrale, perché è molto stretto su noi quattro: una scena al ristorante girata nella masseria Muzza di Otranto sembra un pezzo di Harold Pinter scritto e interpretato bene”

Dica la verità, quanto si sente realizzato a interpretare un big della chirurgia, lei che notoriamente ne sa più di tanti veri medici?

“In effetti ci sono tre persone a cui ho salvato la vita e che ogni Natale, per riconoscenza, mi inviano regali importanti. La mia è davvero una passione privata, gli amici mi chiamano e io rispondo come Cotti Borroni di Viaggi di nozze: “No, non mi disturbi affatto”. La medicina ha cominciato ad affascinarmi da bambino quando la casa dei miei genitori era frequentata da luminari come Pietro Valdoni e Paride Stefanini: mi incantava sentirli parlare, decisi che da grande sarei diventato un medico e mi feci regalare l’enciclopedia medica della Curcio, ma quando arrivai a una grave malattia degli occhi mi impressionai troppo e decisi che quella professione non faceva per me”. 

Però ormai è quasi una sua seconda professione e delle sue diagnosi vincenti va fiero… 

“Un mio amico una volta mi disse che era preoccupato perché da tre mesi perdeva sangue andando in bagno. Il suo medico gli aveva diagnosticato una colite che però non mi convinceva”. “Ti fidi di me?”, gli ho chiesto. Dopo aver indossato il necessario guanto lo ho sotto  a una ispezione rettale, intuendo poi, visto che dall’ispezione non avevo riscontrato nulla, che potesse dipendere dalla vescica. Dopo averlo visitato in quella zona l’ho spedito dal chirurgo che dopo 72 ore l’ha operato di tumore alla vescica, dicendogli che se aveva evitato metastasi il merito era mio. Vado fiero di aver diagnosticato anche una sindrome di Steven-Johnson a un’amica, correggendo il medico curante che l’aveva scambiata per varicella. Ma poi gli amici che visito li rimando tutti dagli specialisti, mi comporto bene, io diagnostico ma delego a loro la cura. Comunque anche se per rendere credibile la mia equipe cinematografica ho voluto un consulente chirurgo che ci assiste in sala operatoria insegnandoci come muovere mani e ferri, questo non è un film sulla medicina, ma sull’amicizia e un inno alla vita e al carpe diem”.

Come nasce l’idea di un film sulla potenza dell’amicizia? 

“Da una chiacchierata con Giovanni Veronesi, che aveva un seme di idea in cui preesisteva il personaggio di un chirurgo. Con lui e l’altro sceneggiatore Pasquale Plastino abbiamo poi pensato che alla storia serviva un’equipe. L’abbiamo pensata legata da un sentimento profondo di amicizia,  nutrito da affetto, goliardia e scherzi durante i quattro giorni di viaggio in Puglia che intraprendono, per un motivo che non posso svelare perché è un colpo di scena che si scoprirà alla fine del film. Posso solo dire che, mossi da senso etico, abbandonano i loro programmi ferragostani per sopportare uno di loro a cui quel viaggio è necessario. E’ la storia dell’amicizia di quattro persone completamente diverse tra loro, tutte autorevoli e affidabili in sala operatoria ma pieni di debolezze, fragilità sconfitte personali e solitudini che rispecchiano un po’ quelle contemporanee. Sono però dotati di una grande verve che li porterà a riscattarsi nel finale”.

Tratteggi i personaggi.

“Io sono  un divorziato con una figlia, l’esordiente Mariana Falace, (fascinosa ex concorrente del Grande Fratello, come Ilenia Pastorelli, la protagonista della sua ultima commedia “Benedetta Follia” ndr) Rocco Papaleo è un single di ritorno, Foglietta una quarantenne in cerca del vero amore e Tortora un cinico piacione alle prese con un matrimonio complicato. Il suo personaggio mi ricorda un po’ Franco Fabrizi amato da Fellini, sciupafemmine e seduttivo. Nel lavoro i quattro dell’equipe sono un punto di riferimento di personaggi illustri, a partire dal Papa che va da loro per una risonanza magnetica di controllo per un problema alla cistifellea e verrà tranquillizzato, ma nel privato sono un vero disastro. La vacanza sarà una riflessione sulla loro vita e su chi sono, e solo nel finale si capirà cosa hanno seminato in questi anni sia professionalmente sia dal punto di vista dell’amicizia”. 

Manca la storia d’amore presente in tanti suoi film...

“C’è, anzi sono due storie, e le vivrà entrambe Anna Foglietta. E non con me”. 

Nel film farà rivivere qualche suo personaggio storico, o se ne inventerà di nuovi?

“In questo film non ho nessun tipo di caratterizzazione, nessuna maschera. Devo far ridere, sorridere senza ricorrere né al dialetto né a personaggi. Sono io. È un film molto delicato in cui serve un tono di credibilità e verità che non deve mai scivolare verso una risata rasoterra. In questo primo mese di lavorazione ho avuto delle intuizioni comiche. Sono cose magiche che mi sono sempre successe. Io navigo a vista, non provo niente, ripasso la mia parte solo al momento del trucco, faccio le scene sul momento. Credo che alle magie abbia contribuito il miracoloso grande feeling tra noi attori, sul set e fuori”. 

Non avevate mai lavorato insieme e siete già grandi amici fuori dal set?

“Passiamo delle serate animate da Max, il nostro antidepressivo naturale, dove scherziamo e ci lasciamo andare come nel film. I pezzi forti delle serate, dopo le riprese sono quelli di Max che imita Adriano Celentano quando nel ’73 interpretava Rugantino con il suo accento milanese-romanesco,  e poi io e lui che ripropone, lui nella parte della “Morte”, io tappandomi il naso per fare la voce di  Pulcinella, il leggendario teatrino delle marionette per bambini in scena a Roma, al Gianicolo”.

Ma  come è finito a girare per la prima volta in Puglia, lei così cinematograficamente legato alla sua Roma? 

“Dopo “Benedetta follia” dove ho faticato a fare apparire bello il centro storico ho deciso che dovevo andarmene da Roma. Servendo alla storia una regione con il mare, ho pensato al Sud. Mi è stato fatto notare che in questo periodo altre zone sono più complicate (sul piatto c’era anche l’ipotesi della costiera amalfitana ndr). Durante il sopralluogo ho trovato già quello che mi aspettavo, è stata una bella sorpresa e in venti giorni abbiamo chiuso tutte le location. Sono rimasto sorpreso “dalla felicità con cui ci ospitano, dall’amore verso il cinema che dimostrano. Giriamo anche di sabato. A Roma quando giri un film passi per rompiscatole, appena vedono uno dei nostri camion inorridiscono, e si può anche capire per via del traffico. Qui hanno una Film commission bravissima, e poi collaborano tutti e i loro elettricisti e tecnici vari sembrano usciti da Cinecittà. Si vede che qui il cinema è di casa, hanno tutti una grande professionalità”. 

Cinema a parte, un confronto Roma-Puglia?  

“Sono rimasto sorpreso dalla pulizia della Puglia, soprattutto se confrontata con quella di Roma. A Bari non vedi un pezzo di carta in giro, Roma ormai è terra di nessuno, il suo problema è anche che il cattivo esempio di chi ci governa viene seguito dai cittadini. Veniamo da troppi anni di cattivi esempi. Sono molto addolorato per la mia città, prima non vedevo l’ora di passarci il weekend, ora il venerdì scappo in campagna”. 

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GIUSEPPE MAFFIA / NURPHOTO
Carlo Verdone, Roma

Da grande tifoso romanista neo-orfano di Totti come si sente?

“Non voglio parlare di Totti, ma posso dire di sentirmi un tifoso senza bussola. Oggi non si capisce chi comanda alla Roma, se Pallotta, se Baldini. Io invoco un progetto solido diretto alla gente che vuole bene alla Roma. Non ho capito da che parte sta andando la società, quali giocatori venderà, chi prenderà. Finora si è parlato solo di Totti. Invece  serve un progetto di comunicazione veloce, perché ci stiamo disamorando. L’attenzione verso la squadra va scemando, molta gente preferisce guardarsi le partite della Premier League, ora il nostro calcio è meno divertente”.



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