AGI - Un survival thriller ma anche una storia di formazione, di consapevolezza, di trasformazione esistenziale, di elaborazione del lutto. E’ tutto questo “Whalefall – Nella balena”, il film Century Studios e Imagine Entertainment di Brian Duffield (“Nessuno ti salverà, 2023) passato ieri in anteprima in concorso (sezione Grand Public) alla Festa del Cinema di Roma. Accolto da applausi, il film è nelle sale da oggi, 15 ottobre, distribuito da The Walt Disney Company Italia, e promette di essere un blockbuster.
A farlo trascendere dall’opera sensazionalistica, tutta effetti computerizzati, è il romanzo da cui è tratto, “Whalefall” di Daniel Kraus – uscito in Italia lo scorso gennaio per E/O – che ha oltretutto collaborato alla sceneggiatura con il regista.
La trama
Il plot si presta a molteplici suggestioni. Il giovane Jay (Austin Abrams)) decide di immergersi nell’oceano californiano, al largo della costa centrale, alla ricerca del corpo del padre Mitt (Josh Brolin), esperto subacqueo, malato terminale e suicida proprio calandosi con una cintura di pesi nel mare. Con lui Jay ha avuto un rapporto difficile, intrecciato di incomprensioni e rifiuti della sua personalità da parte del rude genitore. Durante la ricognizione negli abissi – che Jay affronta come una sfida con Mitt, per dimostrargli quello che vale - viene inghiottito da un enorme capodoglio. Intrappolato nel ventre della balena, deve trovare il modo di salvarsi lottando non solo con il grande cetaceo ma anche con il tempo: l’autonomia per respirare è legata a un’ora, tanto quanto durerà la sua bombola di ossigeno. Nella corsa contro i minuti che scorrono deve mettere in pratica proprio ciò che gli ha insegnato Mitt. Che torna davanti ai suoi occhi e nella filigrana dei ricordi con flashback e allucinazioni capaci di dilatare il tempo e di concedere profondità introspettiva alla pellicola.
Il riferimento a Pinocchio
La vicenda rimanda a immagini mitologiche e letterarie: subito viene in mente Pinocchio, che si getta in mare da uno scoglio per cercare Geppetto, salpato su una barchetta per trovare proprio il burattino (a proposito, ricorre a novembre il bicentenario di Collodi). Ecco poi “Moby Dick” di Melville (e relativo film diretto da John Huston con Gregory Peck-capitano Achab), la balena bianca nella quale si proiettano le ossessioni del protagonista (e nostre). E ancora, il biblico personaggio di Giona inghiottito da un enorme pesce. Mentre dal grande schermo i titoli da richiamare sono tra gli altri “Lo squalo” di Steven Spielberg, “The Abyss” di James Cameron, “Underwater” di William Eubank.
Ma questo “Whalefall”, pur spettacolare, ha di suo il forte segno delle emozioni. C’è solitudine, che il giovane cerca di mitigare appigliandosi a una piccola medusa che nella caverna biologica del cetaceo gli illumina gli antri viscerali nel tentativo di trovare la via di uscita. C’è angoscia nel buio della vita, ricognizione del proprio io, rassegnazione al fatto che Jay può trovare la salvezza grazie a un legame contrastato e per sempre irrisolto. “Ricorda: i sopravvissuti sopravvivono” è una battuta di Mitt. Il ragazzo forse sopravviverà e quasi rinascerà grazie all’insegnamento del genitore, il quale a sua volta potrebbe sopravvivere in ciò che è riuscito a fare il figlio controverso. E c’è una natura con le sue leggi, non nemica dell’uomo (il capodoglio non è malvagio, segue solo il suo ritmo biologico, e non lo è neanche il calamaro gigante compagno di prigionia nella pancia del pesce che tuttavia avvolge i tentacoli attorno al corpo del ragazzo.
Alla sedimentazione di questi temi il lavoro di Duffield arriva perché non si avvale troppo degli effetti digitali. Piuttosto il ventre della balena è stato ricostruito in un teatro di posa a Studio City, in California: attori e troupe vi hanno lavorato dentro un’intera estate, ha ricordato il regista, che è anche produttore della pellicola. Risultano palpabili l’oscurità, gli odori, l’umidità vischiosa dell’ambiente, i singulti e il respiro affannoso di Jay, i succhi gastrici che gli consumano volto e mani, l’assenza di spazio. E tutto per il protagonista si traduce in una situazione fisica e mentale che alterna l’abbandono del corpo stremato al guizzo della ragione acceso dall’istinto di sopravvivenza. A un passo dalla morte egli può reagire e salvarsi oppure soccombere definitivamente. Vita, morte, imperturbabilità delle creature degli abissi e insieme il corpo a corpo emotivo di padre e figlio si scontrano in quel ventre oscuro.
I protagonisti (accanto a loro Elisabeth Shue, John Ortiz, Jane Levy ed Emily Rudd, che sono la madre, le sorelle e l’amico di famiglia) assecondano la sensazione di prigionia del corpo e dell’animo. È negli occhi sbarrati o vaganti nel buio di Abrams, è nei modi bruschi, scarni di Brolin, il primo inquadrato nel profondo blu, il secondo nella luce marina avvolgente, scelti dal direttore della fotografia Aaron Morton. Con un’immagine-chiave offerta dalla locandina del film: il corpo vibrante di Jay, risucchiato dalla bocca del mostro marino (chissà, il padre stesso?) in un cono di luce, che entra nelle sue fauci come un presagio nonostante tutto salvifico.