"Il cinema è morto, ci vorrebbero i carri armati russi per svegliarlo"

"Il cinema è morto, ci vorrebbero i carri armati russi per svegliarlo"

In un'intervista all'AGI, Daniele Ciprì, uno degli autori più dissacranti della tv e del cinema, spiega perché si fanno "film orribili" ispirati solo "dal calcolo" e dalle logiche di Netflix

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© Agf 
- Daniele Ciprì

AGI - Daniele Ciprì è accomodato con mezza sigaretta tra le dita su una sedia di plastica nel giardino  della Casa degli autori per la festa dopo la proiezione al Lido del suo cortometraggio ‘La Fornace’ in un’ atmosfera surreale. Come deve essere per il personaggio che con Franco Maresco si è inventato ‘Cinico tv’ e molto altro di quanto di più dissacrante sia apparso sugli schermi piccoli e grandi. “Bertolucci diceva che al confronto col nostro ‘Totò visse due volte’, bandito per blasfemia, il suo ‘Ultimo tango a Parigi' era un cartone animato”.

Pochi allegri ragazzi ballano vecchie hit anni Ottanta sull’erba ingiallita dall’autunno, anche qui cominciato ad agosto,  accanto a un albero dall’enorme tronco piegato quasi in orizzontale in una postura assurda e ai tavoli coperti da tovaglie bianche senza ombra di cibo. “Io e Maresco abbiamo sempre amato disturbare anche per svegliare la gente ma, per come stiamo oggi, ci vorrebbero i carrarmati russi. Facciamo un cinema orribile che non è più autoriale. Io vedo un sacco di gente che fa film solo per dire ‘sono fico’ o per comprarsi un appartamento ma un regista, per essere tale, deve essere malato, deve avere la patologia.  Un malato deve guardare le cose della vita tutte distorte, un malato non significa per forza una patologia psichiatrica ma deve essere un appassionato. Io so chi sono i registi malati. Bellocchio, Garrone, tra i nuovi Bonifacio Angius che ha 40 anni e si è fatto da solo un film in Sardegna, ‘I Giganti’, ed è riuscito a portarlo a Cannes e sai perché? Perché è un disperato, ha la patologia”.

L’eccessiva ‘sanità’ del cinema, spiega Ciprì all’AGI, non è un problema solo italiano. La malattia non scorre più nel sangue degli autori per ragioni che lui ha ben chiare. “Ci siamo accomodati nella serialità. Anche io ne faccio diverse di serie da direttore della fotografia e ti giuro che mentre le faccio grido: ‘Aiuto, aiutateci!’. Non è una questione di durata perché se vedi Tarkovskij per tre minuti quei tre minuti te li ricordi per tutta la vita…Il problema è che il cinema deve stare in sala, è la sala la sua misura non Netflix che è la misura dell'economia del cinema. Una volta guardai Tarkovskij  in una sala coi buchi, ci pioveva dentro, e faceva freddo come freddo era il film. Quello era il cinema interattivo. I ragazzi guardano le immagini e commentano che bello, com’è fatta bene questa serie, questo film. Io lo chiamo un cinema di reference, sono tutti uguali e Netflix ha fatto dei danni irreparabili. ‘Ciprì, mi raccomando, i colori devono essere questi’, mi dicono. Il regista è pilotato, c’è troppa attenzione all’immagine e poca all’anima. Io delle serie non ricordo niente però mi è chiaro che alcune cose, tipo ‘La Regina degli scacchi’, potevano essere dei grandi film ma Netflix ti chiede di allungare il sugo, come si dice a Palermo, per un sacco di episodi, e il sugo allungato non è buono”.

Tutta questa bulimia di immagini comporta anche una perdita di stupore. “Ho visto ‘Batman’ con sette spettatori in sala, piace di più ‘Spider Man’ che si innamora sempre, un fumetto stupido. Batman dovrebbe fare un sacco di soldi ma il fatto che ci fossero solo sette persone in sala è un test, fa capire  che non ti sorprende più niente. Ora se fai ‘Missione impossibile’ ti devi buttare realmente dall’aereo”.

Di tutto questo, anche, alla maniera di Ciprì,  a Venezia anche come direttore della fotografia di 'Spaccaossa', parla il corto veneziano. “E’ una riflessione sulla nostra condizione di vita concepita con i miei studenti in cui  ho messo tutto quello che sta succedendo: Putin, la guerra, il Covid, l’apocalisse. Ma per raccontare la realtà non posso farlo con le mascherine e allora ho usato i pupi siciliani, che mi hanno insegnato l’immaginario da bambino, e li ho distrutti proprio perché li amo. Cosa si può distruggere senza che reagisca? Qualcosa di inanimato. Un dramma non si può raccontare con la realtà”. 

E Maresco, che fine ha fatto? “Ci sentiamo via messaggio, se l’è presa perché me ne sono andato. Sia io che lui volevamo conservare il passato ma stavamo facendo delle stronzate. La7 voleva fare Rai3 quando ci ha chiamati ma era un calcolo matematico e io non voglio fare calcoli”.

Il giovane assistente Manfredi lo reclama per accogliere gli ospiti ma si vede che Ciprì resterebbe per ora appiccicato alla sedia di plastica a parlare della sua malattia, come un malato gravissimo di passione.