Oggi esce Bohemian Rhapsody. Cosa dovete sapere

Il biopic su Freddie Mercury e i Queen non ha convinto la stampa straniera. Ma anche quelli cui non è piaciuto hanno trovato un buon motivo per andare a vederlo

bohemian rhapsody recensioni
GK Films / New Regency Pictures / Collection ChristopheL
 
 Rami Malek nei panni di Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody

Il giorno è arrivato, il countdown per milioni di fans finito. Oggi nelle sale italiane arriva Bohemian Rhapsody, l’attesissimo biopic sulla storia di una delle band più note, importanti, iconiche, leggendarie, della storia del rock: i Queen.

Noi italiani siamo gli ultimi a poter ripercorrere sullo schermo le vicende di Freddie Mercury&Co. dalla formazione a quella che è considerata, a ben ragione o meno, la loro più importante esibizione al Live Aid. Negli Stati Uniti il film è uscito il 2 novembre, in Spagna e Francia il 29 ottobre, in Inghilterra anche una settimana prima, ed ha già incassato 500 milioni di dollari diventando già il biopic musicale più “redditizio” della storia del cinema. La curiosità è tanta e ormai della produzione del film si sa più o meno tutto, ora non resta che guardare l’opera. Ma cosa hanno pensato di Bohemian Rhapsody i critici nei Paesi dove è già stato visto?

Nella patria della band, l’Inghilterra, si è scritto che il film “Bohemian Rhapsody sembra essere la storia della rock band come immaginata da un bambino particolarmente disinteressato che è incappato nella raccolta dei più grandi successi dei loro genitori e ha deciso di metterlo insieme con le più importanti citazioni, per poi unire i puntini con del facile sentimentalismo” (The Times). Più concentrato sull’interpretazione di Malek, The Guardian: “La trasformazione di Malek è inizialmente sconcertante, va detto. Il suo piatto accento sembra esagerato, così come la sua approssimazione del famoso overbite di Mercury, ottenuto con protesi dentali che lo fanno sembrare un personaggio dei Simpson che prende vita. Ma sul palcoscenico scimmiotta l'arrogante e virile spavalderia di Mercury con convinzione dinamica, in particolar della leggendaria esibizione Live Aid. È un'impresa di imitazione”.

Molto più duro The Independent: “Ciò che arriva dall'altra parte dello schermo è un lavoro che è tutto spirito, senza anima. Bohemian Rhapsody funge da "greatest hits" della band, con qualsiasi fatto "minimamente oscuro" doverosamente, ma con leggerezza, nascosto. Al critico del The Sun piace anche se “Bohemian Rhapsody,  celebrazione della musica dei Queen, dimentica che Freddie Mercury non era l'unico membro della band. Se ti aspetti qualcosa di più di una versione edulcorata di quello che avrebbe potuto essere uno dei biopic più interessanti e toccanti di tutti i tempi, non è questo”.

Più morbidi i commenti in Usa, paese e pubblico che i Queen dovettero sudare non poco per conquistare. Il New York Magazine scrive a proposito dell’interpretazione di Rami Malek: “Se sei immune a Malek, non c'è speranza per te. L'attore potrebbe non essere bello come Mercury e potrebbe non cantare molto (è tutto Freddie), ma è quasi magnifico e ti fa credere che quella voce stia uscendo da quel corpo: un'impresa straordinaria". The Hollywood Reporter invece commenta il biopic in sé: “Anche se non evita del tutto il gergo factoide che spesso affligge il genere, questo è un film biografico che favorisce l'esperienza sensoriale. Capisce cosa può essere puro, elettrizzante, divertente rock 'n' roll”.

Più severo il Chicago Tribune: “La centrifuga su cui ruota il film è un po' irregolare, e Malek manda tutto avanti con la sua volontà e il suo talento, aiutato da una parata di leggendari singoli di successo Queen”. Non è cosa da tenere in secondo piano quando si parla di biopic cui spesso vero problema (nonché spesa) deriva dai diritti sulle canzoni. Bohemian Rhapsody potendo contare sulla produzione esecutiva a cura di Brian May e Roger Taylor (membri della band) questo problema l’ha evitato. Sembra niente e invece dal punto di vista della produzione è tutto. Secondo molti questo potrebbe aver salvato letteralmente il film. Lo fa notare il Washington Post che infatti scrive: “Vertiginosamente divertente, prima come esercizio kitsch satirico, e alla fine come qualcosa di più significativo ed emozionante. Ogni tanto arriva un film che sfida le esigenze del gusto, della raffinatezza formale, persino dell'onestà artistica, per riuscire semplicemente al livello di puro piacere inspiegabile. Bohemian Rhapsody è un cinematico unicorno: il film che funziona, anche quando non dovrebbe.”

Sulla stessa linea Time: “In termini strettamente cinematografici, Bohemian Rhapsody è un po' un casino. Alcune scene si connettono goffamente e il disastro e il trionfo risuonano come un gong. Tuttavia, se ha molti dei problemi che solitamente hanno i film "cattivi", d’altra parte ha un'energia più frastagliata rispetto a tanti “buoni”, in gran parte grazie alle prestazioni di Rami Malek nei panni di Mercury.”

Ma neanche Malek riesce a salvare il film dal giudizio notoriamente ricercato del New Yorker: “Le sezioni della storia che trattano la diagnosi di AIDS di Mercury sono gestite con cura ma la maggior parte del film è piena di grumi di parole rock ("Non stiamo pensando abbastanza in grande", "Non comprometterò la mia visione "), e emana il delizioso aroma della parodia”. E il parere di Usa Today è più o meno simile: “"Bohemian Rhapsody", la canzone, è un capolavoro, Bohemian Rhapsody, il film, è solo un classico film rock, troppo ordinario per un uomo e una band che incarnano lo straordinario”.

Anche in Spagna la critica resta freddina rispetto al biopic. El Pais scrive: “Di fronte a una biografia impressionante come quella di Freddie Mercury, che offre tante angolazioni, musicali, vitali, emotivi, sessuali e sociali, che le si adatterebbero, gli autori di Bohemian Rhapsody hanno scelto la più ovvia, e forse più commerciale e meno artistica: il mito”.

Ancora più severi i francesi di premiere.fr: “Se non sappiamo cosa pensare di Bohemian Rhapsody quando usciamo dalla sala, è probabilmente perché il film non sa cosa dire. È questo il biopic di Freddie Mercury? In parte la storia del concerto Live Aid nel 1985? Un po' ma non esattamente quella. La storia del gruppo dei Queen? A volte, ma non proprio. La fine di Mercury? Neanche tanto. La storia dietro Bohemian Rhapsody, considerata una delle migliori canzoni mai composte? A un certo punto, sì, ma passa velocemente. Un film su un'icona pop e queer? Fatto rapidamente. Ma di cosa parla Bohemian Rhapsody, dannazione?”.

Più accomodanti i tedeschi di filmstarts.de “La critica più dura che si può muovere a "Bohemian Rhapsody", è che gli eccessi di Mercury sono solo ammortizzati e gli ultimi, posanti, anni completamente nascosti. L'impressione è che si tratti di un omaggio piacevole e pieno di sentimento. È più facile restare entusiasti della grande musica che immergersi nelle profondità di un'anima. Perché la musica e le scene dei concerti sono davvero messe in scena in un'atmosfera grandiosa”.

Anche in Italia sono arrivate le prime recensioni, ne parla il sito Comingsoon.it, e non ne parla affatto bene: “Iconografia. Iconografia e retorica, e superficie. E semplificazioni. Su questo si basa, Bohemian Rhapsody, su questo e su un accumulo di scene madri utili al tentativo - quasi sempre vano - di catturare perlomeno un riflesso del carisma iconoclasta e teatrale di Mercury”.

E dubbi sulla qualità del film, dal punto di vista strettamente storico e tecnico, li solleva anche movieplayer.it: “biopic fin troppo verosimile dal punto di vista estetico, ma infedele da quello storico”. E prosegue sulla stessa scia l’opinione espressa da Ciakmagazine.it: “per i fan che più fan non si può della star, il film va bene, forse benissimo: una storia che segue tutta la via crucis dell’eroe rock dalle stalle alle stelle al martirio (con molti fatti e date aggiustate!), con giusto spazio ai brani che a ritrovarli ora enfatizzati sullo schermo evidenziano un pathos rock che allora ci era pure sfuggito (colpa nostra). Agli altri, smagati, disinteressati, semplici spettatori, il film rivela tutte le magagne, con quel buonismo assolutorio da melassa indifferenziata che stucca alquanto (i lati disdicevoli di una star nevrotica appaiono ovattati nel mito della voce inimitabile e del sacrifico dell’artista), insomma un santino!”



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