"Io, l’Islam, le donne e Torpigna"

Pham Bhuiyan, il primo regista italiano di seconda generazione, già ribattezzato il Nanni Moretti di Torpignattara, racconta all’Agi il suo “Bangla” e i suoi tormenti sentimental-religiosi.

bangla regista seconda generazione 
Agf
Il regista e interprete Phaim Bhuiyan e Carlotta Antonelli

“Mi chiamo Phaim e anche se mi vedete un po’ negro sono italiano, anzi più una via di mezzo, tipo cappuccino: 50 per cento italiano, 50 bangla e 100 per cento Torpigna”. Comincia così, recitato con accento che più romano non si può “Bangla” il primo film diretto (e interpretato) da un italiano di seconda generazione.

Giovanissimo: Phaim Bhuiyan, 23 anni che nella sua commedia, al cinema dal 16 maggio racconta con molta ironia la sua storia da figlio di immigrati del Bangladesh, nato e cresciuto a Torpignattara, con una vita in equilibrio tra le sue tradizioni, l’imam della moschea, i bus che non passano “perché è venerdì e c’è sciopero”, i  suoi amici e i negozi di alimentari bangla sempre aperti in un quartiere pieno di hipster sfaccendati, anziani disincantati che giocano a carte e piccoli spacciatori romani, uno dei quali è il suo confidente sentimentale.

Ma Bhuiyan, che a 14 anni ha aperto un canale su YouTube, a 17 realizzava videoclip per rapper e band punkrock della scena underground romana e ha poi studiato  film making allo Ied con una borsa di studio, non ha realizzato un film sull’integrazione puntando sui problemi che attanagliano quella periferia romana multietnica, ma su una storia d’amore.

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Phaim Bhuiyan e Carlotta Antonelli

Raccontando la sua insana passione per Asia, disinibita e italianissima ragazza, che mette in crisi i suoi principi alimentati da una famiglia rispettosa dei principi dell’Islam, primo dei quali la castità fino al matrimonio.

Il sesso, in questa storia molto autobiografica dove l’attrice che interpreta sua madre è davvero sua madre, è un problemino con cui deve fare quotidianamente i conti il regista esordiente che ha appena cominciato il suo Ramadan.

Tant’è che la sua storia di musulmano “alle prese con le ragazze in un mondo che non risponde alle regole dell’Islam che mi hanno insegnato ma, anzi, sembra andare nella direzione opposta”, racconta all’Agi, l’aveva già raccontata nella trasmissione “Nemo” di Raidue, dove l’ha notato il regista de “La profezia dell’Armadillo”, che ne ha parlato con Domenico Procacci della Fandango.

Così il film è stato prodotto da Fandango con Timvision, girato in sole quattro settimane a Torpignattara con un Phaim che confessa, era “tremebondo per l’emozione”.

Phaim, andiamo subito al centro della questione, come sta messo ora a donne?

“Sono single, sono stato fidanzato per sei mesi ma la mia ragazza mi ha lasciato poco prima dell’inizio delle riprese, perché, diceva, non le dedicavo abbastanza tempo”.

Italiana o bangla?

“Italiana, ma sono rimasto casto, e lei in questo senso è stata molto rispettosa dei miei principi. Frequento la moschea, osservo il Ramadan e il precetto che vieta i rapporti sessuali prima del matrimonio”.

Lo sa che per l’approccio cinematografico la paragonano già a Nanni Moretti e si parla di “Ecce Bangla”?

“Evidentemente allora è così, ma io non me ne ero accorto. E se doppiamo fare un paragone con Nanni Moretti forse con il mio affresco su Torpignattara mi sono inconsciamente ispirato al morettiano “Caro diario”. Moretti mi piace parecchio, come Matteo Garrone, Stefano Sollima e andando più indietro nel tempo Dino Risi”. 

Come mai ha scelto di raccontare gli italiani di seconda generazione proprio attraverso una storia d’amore?

“Abbiamo scelto questa chiave, utilizzando un tono leggero, perché quando si parla di integrazione si può facilmente scivolare nella cupezza e nella drammaticità. Mi racconto e racconto gli italiani di seconda generazione con ironia. Non so se il mio film potrà aiutare a favorire l’integrazione, ma a capire la questione sì, intervenendo sull’ignoranza ne sono convinto.”

Percentuali di italianità e “banglasità” a parte, lei come si sente a vivere in equilibrio tra due culture?

“Più che come uno svantaggio lo vivo proprio come un valore aggiunto, basti pensare che conosco una lingua in più. Noi viviamo effettivamente tra due culture, ma senza scossoni. I nostri figli naturalmente saranno più integrati di noi, anche grazie al fatto che noi  seconde generazioni saremo un ponte tra i nostri paesi d’origine e l’Italia”.

I suoi genitori quando sono arrivati dal Bangladesh?

“Nell’’87, passando prima per la Francia. Erano in cerca di una vita migliore. Mio padre a Roma ha cominciato come ambulante e adesso ha una bancarella dove gli ho dato una mano anch’io prima di lavorare come steward al museo Vittoriano. E adesso puntano, come nel film dove l’Italia viene definita un corridoio di transito, a trasferirsi a Londra, dove già vive mia sorella. Solo che qui a Roma io ci sto benissimo”. 

Mai stato vittima di discriminazioni?

“No, forse perché sono nato e cresciuto a Torpignattara, un quartiere da tempo multietnico. Qualche pregiudizio lo subisco, però lo subisco. Dopo le prime proiezioni festivaliere di Bangla, un lettore, non credendo che la voce del film fosse veramente la mia, ha scritto a un giornale chiedendo se fossi stato doppiato dal rapper Chicoria. Durante la lavorazione del film poi, mentre ero a bordo di una macchina noleggiata con il car sharing sono stato fermato dalle forze dell’ordine, che scettiche sul fatto che andassi al lavoro e che la mia professione fosse davvero quella di regista mi hanno perquisito l’auto. E poi mi è successa questa cosa che alla fine mi ha divertito pure: sul set nella scena in cui litigo con Asia gridandole “Vattene via allora”, la pazza di Torpignattara di è affacciata gridando “Ahò, sei te che devi tornartene al paese tuo!”.  

Prima bisogna trovarsi un lavoro e poi sposarsi con una ragazza del Bangladesh, dice sua madre nel film dove lei evita di farsi vedere con la sua ragazza italiana dai bangla di Torpigna. Li ha vissuti in prima persona questi problemi?

“Personalmente no, ma qualche mio amico sì, ha avuto grandi problemi. I miei genitori non mi hanno mai vietato di frequentare ragazze italiane. Nella sceneggiatura scritta a quattro mani con Vanessa Picciarelli, mia vicina di casa a Torpigna, ho messo le mie storie e quelle di altri bangla. E poi li ho coinvolti nel film, insieme a mia madre. Quelli della band sono davvero quelli con cui suono, e l’attrice che interpreta mia sorella è una mia amica d’infanzia”. 

La cittadinanza italiana l’ha avuta solo a 18 anni, come racconta anche il suo personaggio del film con estrema naturalezza. Le è pesata l’assenza dello Ius soli, considerando che in Italia c’è nato?

“È un attestato importante certo, ma in fondo è pura burocrazia, un pezzo di carta. Io sono sempre stato italiano e basta. Mi ci sono sentito da subito, pur rispettando la mia metà bangla”.

Dopo Bangla che progetti cinematografici ha?

“Sto scrivendo un nuovo film, ispirato a una storia vera e drammatica. Stavolta non sarò attore ma soltanto regista”.

Ma vuole sposare un’italiana o una bangla?  

“Ho intenzione di seguire i miei sentimenti. Anche se sposare una ragazza della mia etnia forse renderebbe le cose più semplici”. 



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