AGI - Sapere quanta plastica viene prodotta in ogni Paese, quali sostanze contiene, dove viene commerciata, quanta diventa rifiuto, quanta viene riciclata e dove finisce ciò che viene scartato: senza una contabilità globale e obbligatoria della plastica sarà difficile costruire politiche efficaci contro un inquinamento ormai diffuso in tutto il pianeta. È la proposta avanzata da Quanyin Tan della School of Environment della Tsinghua University di Pechino, insieme a Roland Geyer e Douglas McCauley della University of California Santa Barbara, in un lavoro pubblicato su Science.
Gli scienziati chiedono che il futuro trattato globale delle Nazioni Unite sull'inquinamento da plastica introduca un sistema internazionale obbligatorio e standardizzato di misurazione e rendicontazione lungo l'intero ciclo di vita dei materiali plastici, dalla produzione allo smaltimento. La proposta nasce mentre proseguono i negoziati internazionali avviati dopo che, nel marzo 2022, l'Assemblea delle Nazioni Unite per l'ambiente ha dato il via al processo per elaborare un accordo destinato a contrastare l'inquinamento da plastica. Secondo gli autori, questa rappresenta un'occasione per stabilire criteri comuni con i quali misurare e comunicare produzione, utilizzo, commercio, riciclo, smaltimento e dispersione nell'ambiente.
Il timore di un trattato sulla plastica senza obblighi
"Il timore maggiore sarebbe che la prima versione del Global Plastics Treaty non prevedesse alcun obbligo di rendicontazione" ha spiegato Geyer, professore di ecologia industriale alla Bren School of Environmental Science & Management della UC Santa Barbara. Una preoccupazione condivisa da Tan: con l'avanzare dei negoziati, ha spiegato la ricercatrice, il gruppo ha avuto la sensazione che dati e reporting non ricevessero l'attenzione necessaria.
Il sistema proposto richiederebbe ai Paesi di misurare quali tipi di plastica vengono prodotti, come vengono scambiati e quale destino abbiano dopo l'utilizzo. Per farlo sarebbe necessario standardizzare le modalità di classificazione ed etichettatura, definire procedure comuni di misurazione e creare archivi nei quali raccogliere le informazioni.
Il registro come nuovo modello
Non si tratterebbe, sottolineano gli autori, di inventare da zero un nuovo modello di governance ambientale. Meccanismi di misurazione e rendicontazione sono già parte di altri grandi accordi internazionali che affrontano problemi ambientali globali, dal Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono alla Convenzione di Basilea sui rifiuti pericolosi, dalla Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti alla Convenzione di Minamata sul mercurio, fino all'Accordo di Parigi sulle emissioni di gas serra. Il principio, secondo Geyer, è semplice: "Non si puo' gestire cio' che non si misura".
La disponibilità di dati confrontabili permetterebbe non soltanto di conoscere le dimensioni del problema, ma anche di verificare nel tempo se le politiche adottate per ridurlo stiano realmente funzionando. Gli autori ritengono che proprio la misurazione possa rappresentare un terreno sul quale raggiungere un'intesa anche in presenza di divergenze politiche più profonde.
Una forchetta che dura 500 anni
"Anche se le parti non riuscissero ad accordarsi su quanta plastica l'umanita' dovrebbe produrre ogni anno, forse potrebbero almeno concordare sul fatto che sarebbe utile sapere quanta ne viene prodotta, quali sostanze chimiche vengono utilizzate, come viene commerciata, quanti rifiuti vengono generati e dove finiscono" ha osservato Geyer.
La questione nasce dalle caratteristiche stesse della plastica. Geyer e McCauley non ne mettono in discussione l'importanza per la società moderna, ma sottolineano il problema dell'utilizzo di un materiale estremamente persistente per prodotti dalla vita brevissima, come contenitori, imballaggi e posate monouso. McCauley cita l'esempio di una forchetta utilizzata per cinque minuti che potrebbe permanere in discarica per oltre 500 anni, definendo questa sproporzione "un difetto critico di progettazione".
A differenza di molti materiali utilizzati dall'uomo nel corso della storia, i polimeri sintetici non vengono facilmente reintegrati nei processi naturali. Il risultato è una presenza sempre più diffusa della plastica nell'ambiente e negli organismi. Parallelamente, la produzione continua ad aumentare: gli autori ricordano che una loro precedente analisi del 2024 stimava una crescita dell'utilizzo di plastica del 37% entro il 2050.
Il workshop di Ginevra e le prossime tappe
Il sistema di reporting dovrebbe consentire di seguire la plastica dalla culla alla tomba, rendendo confrontabili i dati provenienti da Paesi con capacità economiche, amministrative e tecnologiche molto differenti. L'obiettivo non è soltanto fotografare la situazione attuale, ma costruire una base quantitativa sulla quale valutare le misure che eventualmente verranno introdotte dal trattato.
La proposta avrà un primo banco di prova già nelle prossime settimane: il 16 e 17 settembre la UC Santa Barbara e il World Economic Forum organizzeranno a Ginevra un workshop con scienziati, decisori politici, rappresentanti dell'industria ed esperti di attuazione. L'incontro servirà a confrontare differenti modelli di rendicontazione e a valutare come costruire un sistema scientificamente robusto e applicabile nei diversi Paesi. Una sintesi dei lavori sarà resa disponibile agli stakeholder prima della prossima riunione dell'Intergovernmental Negotiating Committee sull'inquinamento da plastica, prevista per marzo 2027.
Per gli autori, il punto di partenza resta la costruzione di una base comune di conoscenza: prima ancora di stabilire quanto e come ridurre la plastica, il mondo deve essere in grado di misurarne in maniera coerente produzione, circolazione e destino.