AGI - Il 22 luglio del 1342 un’ampia area che va dal nord Italia alla Carinzia è colpita dalla Magdalenenhochwasser (“Inondazione della Maddalena” poiché verificatasi nei giorni prima, durante e dopo la festività di Santa Maria Maddalena), la più grande inondazione mai registrata in Europa: dopo un lungo periodo di forte siccità, piogge improvvise e insistenti causate dalla depressione ligure riempirono gli alvei dei fiumi Eider, Elba, Danubio, Meno, Moldava, Mosella, Reno, Unstrut, Werra, Weser e loro tributari, inondando vaste aree del centro Europa, incluse le città di Amburgo, Colonia, Francoforte sul Meno, Magonza, Passavia, Ratisbona, Vienna, Würzburg; l’inondazione uccise decine di migliaia di persone, erose e smosse circa 13 miliardi di tonnellate di terra (l’equivalente di quanto accade normalmente in circa 2000 anni), e causò negli anni a venire carestie e peggioramento delle condizioni di vita che rientrano fra le cause della grande peste nera del 1348.
“Eventi del genere non si ripropongono più a distanza di secoli, ma a distanza di anni. Con il cambiamento climatico la frequenza del rischio è aumentata drasticamente” così all’AGI Giulio Betti, meteorologo dell’istituto di Bioeconomia del CNR e del Consorzio LaMMA Toscana, ha commentato l’anniversario dell’alluvione di Santa Maria Maddalena, un evento disastroso del luglio 1342 che portò distruzione e morte dall’Italia settentrionale alla Germania, preparando le condizioni per la grande peste nera.
“Va detto – continua Betti – che si possono fare solo delle ricostruzioni indirette di quello che accadde. Ricostruzioni che suggeriscono che all’origine dell’alluvione – che spostò miliardi di tonnellate metriche di terreno e uccise migliaia di persone – vi fu un sistema temporalesco associato a un minimo di bassa pressione isolato sull’Europa Centrale, che venne alimentato da masse di aria calda dal Mediterraneo. Probabilmente, pur facendo salva la data simbolo del 22 luglio, il fenomeno si declinò in più giorni, mandando in tilt il sistema dei reticoli medio-piccoli, vale a dire facendo esondare tutti i fiumi medio piccoli che poi a cascata hanno portato all’alluvione delle zone di pianura”.
Un evento oggi più probabile
Un evento che per quanto tragico oggi risulta molto più probabile come conferma Claudio Cassardo meteorologo dell’Università degli Studi di Torino “Le alluvioni in Emilia-Romagna del maggio 2023 – ha dichiarato – ne sono una prova diretta. La configurazione meteorologica del 1342 non solo è abbastanza comune, ma oggi è addirittura più frequente e potenziata a causa del riscaldamento globale antropogenico. I due eventi consecutivi che hanno devastato l’Emilia-Romagna a maggio 2023 sono stati causati proprio da una configurazione sinottica simile: un ciclone bloccato e alimentato dal calore del Mediterraneo che ha rovesciato in pochi giorni la pioggia di sei mesi. Con un’atmosfera più calda (che trattiene circa il 7 per cento di umidità in più per ogni grado Celsius di riscaldamento), la ‘materia prima’ a disposizione di questi cicloni è oggi nettamente superiore rispetto al 1342, rendendo eventi di questa portata più frequenti e violenti”.
Capacità di previsione
Fortunatamente – spiegano i due studiosi – quello che è radicalmente cambiato oggi è in primo luogo la capacità di previsione con la quale affrontiamo eventi di tale portata. La dinamica generale – chiarisce Cassardo – di quanto starebbe per succedere “sarebbe intercettata con giorni di anticipo, anche se la localizzazione spazio-temporale esatta rimane una grossa sfida. Proprio come accaduto per l’Emilia-Romagna nel 2023, i modelli matematici odierni (come quelli di meteo-allertamento della Protezione Civile) sarebbero in grado di lanciare allerte rosse con 24-48 ore di anticipo, prevedendo l’arrivo di una perturbazione eccezionale. Tuttavia, l’evento del 2023 ha mostrato anche i limiti tecnologici attuali (il nowcasting): prevedere con precisione chirurgica quali specifici micro-bacini idrografici o quanti fiumi (furono ben 23 in Emilia-Romagna) esonderanno contemporaneamente a causa dell’effetto ‘saturazione’ resta uno dei punti più critici della previsione”.
Sistemi infrastrutturali e risposta
Altri fattori che riducono la probabilità che eventi come l’alluvione della Maddalena portino nuovamente a migliaia di vittime sono gli attuali sistemi infrastrutturali e di risposta dei servizi di emergenza.
Misure di prevenzione
“Fortunatamente – conclude Betti – grazie alle capacità di previsione si possono mettere in campo tempestivamente molte misure diverse e integrate – d’evacuazione o di rinforzo degli argini ad esempio. L’Italia a questo riguardo durante la tempesta Harry ha dato prova di grande lungimiranza evacuando molto prima diverse persone e Paesi, portando il bilancio delle vittime a zero. Una grandissima vittoria del servizio di Protezione Civile e dei servizi meteorologici delle regioni coinvolte”.