AGI - Un cranio fossile di Homo sapiens vissuto tra 92.000 e 145.000 anni fa suggerisce che i primi uomini moderni potessero già conoscere episodi di violenza interpersonale, prendersi cura di individui feriti o malati e praticare sepolture intenzionali. È quanto emerge da uno studio guidato da Ana Pantoja Pérez, del Centro Nacional de Investigaciòn sobre la Evoluciòn Humana (CENIEH), realizzato in collaborazione con ricercatori della Tel Aviv University e pubblicato sulla rivista scientifica Scientific Reports.
Il lavoro si concentra sull'individuo noto come Qafzeh 25, rinvenuto nella grotta di Qafzeh, in Israele, uno dei più importanti siti archeologici per lo studio dei primi Homo sapiens al di fuori dell'Africa. Attraverso un approccio integrato che ha combinato analisi macroscopiche, microscopiche e tomografia computerizzata ad alta risoluzione (microCT), il gruppo di ricerca ha ricostruito nuovi aspetti della salute e della storia di questo individuo.
La scoperta
L'indagine ha identificato una lesione lineare che interessa sia la mandibola sia uno dei premolari inferiori. Secondo gli autori, la morfologia della ferita è compatibile con un trauma provocato da un oggetto affilato. La presenza di segni di rimodellamento osseo indica che la lesione aveva iniziato a guarire, dimostrando che l'individuo sopravvisse per un periodo dopo l'evento traumatico. Pur non essendo possibile stabilire con certezza l'origine della ferita, i ricercatori ritengono che un incidente non possa essere escluso, ma che l'ipotesi più probabile sia quella di un episodio di violenza interpersonale.
Se confermata, questa evidenza amplierebbe il numero ancora estremamente limitato di casi di possibili ferite da arma tagliente documentati per il Paleolitico medio. Lo studio ha inoltre individuato patologie dentarie finora sconosciute nell'individuo. Grazie alla microtomografia è stata identificata una carie nascosta in un premolare inferiore, insieme a difetti dello smalto dentale. Questi risultati offrono nuove informazioni sulle condizioni di salute e sulle caratteristiche biologiche di alcune delle più antiche popolazioni di Homo sapiens conosciute fuori dal continente africano. Una parte importante della ricerca ha riguardato la rivalutazione tafonomica dello scheletro, cioè l'analisi dei processi che hanno interessato il corpo dopo la morte.
Tracce di rituali funebri
Gli autori escludono che le alterazioni osservate siano state provocate da carnivori o da una prolungata esposizione del cadavere all'ambiente e concludono che lo stato di conservazione anatomica è compatibile con una sepoltura intenzionale. Questo rafforza il ruolo della grotta di Qafzeh come uno dei siti di riferimento per comprendere l'origine delle pratiche funerarie della nostra specie. L'insieme delle prove - la sopravvivenza dopo un grave trauma, le patologie dentarie e la sepoltura deliberata - fornisce uno dei quadri più completi oggi disponibili sulla vita e sulla morte delle popolazioni umane che abitavano il Levante oltre 90.000 anni fa.
"Questi risultati forniscono nuove prove nel dibattito sulle origini di comportamenti complessi come la violenza interpersonale, la cura degli individui feriti o malati e le pratiche funerarie, aspetti fondamentali per comprendere l'evoluzione sociale e culturale della nostra specie", ha dichiarato Ana Pantoja Pérez, prima autrice dello studio e componente del gruppo di ricerca DEATHREVOL.