AGI - E se il segreto per autenticare definitivamente un’opera di Leonardo da Vinci non risiedesse solo nel tratto del pennello o nella composizione chimica dei colori, ma nel codice genetico dell’autore stesso? Quella che fino a pochi anni fa sembrava una suggestione da romanzo di Dan Brown sta diventando realtà grazie al Leonardo da Vinci DNA Project (LDVP).
Un team internazionale di ricercatori ha annunciato di aver individuato tracce di DNA riconducibili alla stirpe dei da Vinci su un disegno rinascimentale e su antichi documenti di famiglia. La scoperta, pubblicata su bioRxiv e approfondita da Science Magazine, segna un punto di svolta per quella che oggi viene definita "arteomica": l'incontro tra storia dell'arte, biologia e sequenziamento genetico.
L'analisi del DNA e la scoperta dell'aplogruppo
Utilizzando tecniche di campionamento non invasive, gli scienziati hanno analizzato il materiale biologico prelevato dal Sacro Bambino, un controverso disegno a sanguigna, e da alcune lettere del XV secolo scritte da un parente maschio di Leonardo. I risultati parlano chiaro: il DNA recuperato appartiene all’aplogruppo E1b1b, un lignaggio genetico storicamente radicato in Toscana. È la "firma biologica" dei da Vinci, ma non è ancora la prova definitiva.
La sfida dell'identità: resti dispersi e discendenti viventi
Come sottolineato da David Caramelli, antropologo dell'Università di Firenze, stabilire un'identità univoca dopo cinque secoli è un'impresa titanica. Leonardo non ebbe figli e i suoi resti, sepolti ad Amboise, andarono dispersi durante i tumulti del XIX secolo. Per ovviare alla mancanza di un termine di paragone diretto, il team sta sequenziando il DNA dei discendenti viventi (per linea paterna) e analizzando i resti recuperati dalle tombe di famiglia in Toscana. L'obiettivo è ambizioso: trovare le cellule epiteliali del Maestro mescolate ai pigmenti. Sappiamo infatti che Leonardo amava sfumare i colori direttamente con le dita.
Arteomica: un nuovo strumento per la conservazione dei beni culturali
Jesse Ausubel, scienziato della Rockefeller University, spiega che questo approccio cambia radicalmente la conservazione dei beni culturali: "Quelle che un tempo erano considerate semplici 'contaminazioni' da pulire, oggi sono diventate prove preziose". Lo studio non punta a sostituire il giudizio degli storici dell’arte, ma a fornire loro un nuovo, potentissimo strumento. Se lo stile e la tecnica restano fondamentali, l'analisi del DNA potrebbe offrire quella "impronta vivente" che permetterebbe di distinguere un originale da una copia d'epoca in modo oggettivo. Il DNA di Leonardo non è solo una curiosità scientifica, ma la chiave per proteggere l'eredità di uno dei più grandi geni dell'umanità, sottraendo le sue opere alle nebbie dell'incertezza attributiva.