La mandragora e altre 4 erbe velenose che assomigliano molto a quelle commestibili 

Dalla mandragora scambiata per borragine al colchico confuso con lo zafferano, quando andare per campi può essere fatale 

La mandragora e altre 4 erbe velenose che assomigliano molto a quelle commestibili 
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 Un fotogramma del film 'Bravissimo' in cui Alberto Sordi insegna ai bambini a raccogliere cicoria

Passeggiare nei boschi, ammirare il foliage, raccogliere frutti e piante spontanee e poi tornare a casa e usarli per cucinare dei deliziosi piatti. Sono molti gli italiani che in questo periodo dell’anno scelgono di trascorrere una giornata a contatto con la natura. E diversi quelli che si improvvisano raccoglitori di erbe e piante, pagando il prezzo della disinformazione con un’intossicazione, nel migliore dei casi.

A settembre una coppia di Cona, in provincia di Venezia, è morta a causa di un'intossicazione da colchicina, polvere gialla molto simile allo zafferano che si estrae dal colchio d'autunno. Giuseppe Agodi, 70 anni, e la moglie Lorenza Frigatti, 69 anni, avevano raccolto i fiori di questa pianta scambiandola per zafferano e, una volta a casa, l’hanno utilizzata per preparare il risotto.

A fine settembre, invece, un’intera famiglia è finita in ospedale per intossicazione dopo aver mangiato una confezione di spinaci, che secondo le analisi conteneva mandragora: una pianta allucinogena nell’aspetto molto simile agli spinaci.

5 casi in cui uno scambio potrebbe costare la vita

La mandragora scambiata per borragine: La mandragora (Atropa mandragora o Mandragora officinarum) è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanaceae, la radice ha una forma caratteristica che somiglia ad una figura umana e tradizionalmente nota per le sue proprietà anestetiche, sedative ed analgesiche.

Nel passato se ne attribuivano proprietà magiche ed è ancora conosciuta nella tradizione popolare come erba del diavolo o delle streghe proprio per la sua azione allucinogena. Si tratta di una pianta spontanea molto simile alla Borago officinalis (commestibile) di cui si differenzia tra l'altro per le foglie più piccole.

Tra più potenti veleni sono di origine vegetale, la scopolamina è ottenuta proprio da piante appartenenti alla famiglia delle solanaceae. Può avere diversi effetti sull'organismo a seconda delle dosi ingerite e delle condizioni del soggetto; l’alcaloide causa agitazione, confusione, allucinazioni e nei casi più gravi persino il coma.

ll colchico autunnale confuso con lo zafferano: Il colchico (Crocus sativus) contiene l’alcaloide colchicina il quale in dosi farmacologiche ha proprietà antiinfiammatorie, mentre in caso di ingestioni accidentali l'intossicazione può portare anche alla morte nel giro di pochi giorni se non riconosciuta in tempo.

Tra i sintomi causati da questo alcaloide, bruciore alla bocca, nausea, vomito, diarrea sanguinolenta, aumento della frequenza cardiaca e dolori toracici. I primi compaiono precocemente, da 2 a 5 ore dopo l’ingestione di parti della pianta. I sintomi tardivi (oltre le 24 ore), invece, consistono in febbre e insufficienza epatica e renale. La febbre può persistere per alcune settimane.

Il veratro scambiato per genziana: È una pianta tossica sia per l'uomo che per gli animali. Numerosi sono gli avvelenamenti per aver bevuto liquori casalinghi preparati, anziché con le radici aromatiche e amare della genziana, con quelle del veratro (Veratrum album) velenoso mortale.

La somiglianza tra le due piante è in effetti notevole e sono ancor più facilmente confondibili perché crescono nello stesso habitat, prati e pascoli dai 1000 ai 2000 metri. Ma qualcosa le differenzia: il veratro ha fiori verdi o biancastri e foglie ellittiche, prive di picciolo erette e rigide, disposte in modo alternato sul fusto.

La genziana ha invece fiori gialli punteggiati di bruno e foglie leggermente concave opposte a due a due lungo il fusto. Il rischio di confonderla con la genziana aumenta in autunno, momento adatto per la raccolta della radice, quando le piante sono ormai appassite. Basta osservare le radici, a ciuffo corte e sottili nel veratro, a forma invece di lungo rizoma cilindrico giallo chiaro nella genziana.

L’aconito al posto del radicchio selvatico: L’Aconito è una pianta perenne che s'incontra nei pascoli alpini. Si riconosce facilmente per le foglie fortemente incise e per il tipico pennacchio di fiori blu-violetti o gialli. Un occhio poco esperto lo potrebbe confondere con il radicchio selvatico (o cicoria comune).

Ma l’aconico è velenoso: tutte le parti della pianta contengono alcaloidi particolarmente tossici, che agiscono sul sistema nervoso, prima stimolando poi paralizzando. La loro ingestione è mortale. Non solo: gli alcaloidi possono anche essere assorbiti attraverso la cute, quindi anche la raccolta dei fiori d'Aconito può risultare pericolosa, provocando torpori, vomito.

Belladonna scambiata per mirtillo: È la più conosciuta fra le “erbe delle streghe” ed è stata associata ai riti satanici. L'intossicazione infatti è caratterizzata da allucinazioni e disordini psicomotori che provocano in chi l’ha ingerita risa, urla, sensazione di levitazione. Si è ipotizzato che il sabba delle streghe fosse il risultato dell'uso rituale di belladonna.

Il nome del genere, Atropa, allude alla Parca che tagliava il filo della vita. A una prima fase eccitatoria e allucinatoria seguono i classici sintomi dell'avvelenamento muscarinico: dilatazione delle pupille, secchezza delle fauci, rossore cutaneo, disturbi cardiocircolatori e infine paralisi respiratoria. Prima dell'avvento degli anestetici di sintesi era usata come anestetico chirurgico. Gli effetti sono dovuti ad alcaloidi (atropina, scopolamina, iosciamina) che vengono sintetizzati nelle radici e poi traslocati nel resto della pianta, soprattutto in frutti e semi, come avviene in molte Solanaceae.

Il frutto è una bacca con un colore simile a quello del mirtillo: la maggior parte degli avvelenamenti da belladonna riguardano bambini, che non conoscendo la pianta ne assaggiano i frutti attratti dal colore. Ad aggravare la probabilità di ingestione, vi è anche il fatto che, sorprendentemente per un frutto contente alcaloidi, non ha sapore spiccatamente amaro.



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